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Saluti da PINETAMARE

Salvatore Santoro è la prima persona che incontro appena messo piede al Fruit, il festival bolognese di editoria autoprodotta che si è tenuto la scorsa settimana all’interno di Artelibro. È lì per presentare Saluti da PINETAMARE, suo primo libro fotografico autoprodotto, stampato in 1000 copie ed uscito nell’ottobre del 2012, acclamato a livello internazionale come uno dei migliori esempi di fotogiornalismo contemporaneo.
Salvatore Santoro è lì, accanto al suo banchetto, che divide con Piergiorgio Casotti, suo amico e collega, che invece ha portato al Fruit Sometimes I cannot smile, altro gioiello autoprodotto (di cui parlerò prossimamente), il tutto in un’efficace ottica di riduzione dei costi e di risparmio del tempo, che i due praticano in tutte le fiere in cui presentano i loro lavori—spesso e volentieri quando uno si occupa dello stand l’altro è da qualche parte a lavorare…

Salvatore parlami del libro. Cos’è PINETAMARE?

Saluti da PINETAMARE è un reportage fotografico che si sviluppa lungo la Strada Domitiana, cioè la strada costiera della provincia di Caserta, che attraversa Mondragone, Castel Volturno, Licola, paesi “noti alle cronache”, che erano però anche i posti delle mie vacanze estive di una trentina di anni fa, dove andavo da piccolo con i miei genitori, e che ricordo con attaccamento forse eccessivo in una maniera—belli, vivibili, erano vacanze divertenti le nostre—ma che poi ho ritrovato completamente differenti.

Che è successo?

Negli ultimi trent’anni c’è stato un degrado, una devastazione che mi ha spinto a tornare, ma in veste di “cronista” del cambiamento.

Si tratta quindi di un’opera autobiografica.

Ho sentito recentemente dire da un critico letterario che sostanzialmente nei primi libri lo scrittore di solito parla di sé e io, allo stesso modo, sono caduto nel cliché. Saluti da PINETAMARE è il mio primo libro e parla “de’ cazz’ miéi” [Salvatore, sorridendo, marca l’espressione con una forte cadenza campana, ndr].

Tra le prime pagine c’è la storia del kalashnikov…

Successe nel luglio dell’89. Ero con degli amici a Castel Volturno. Eravamo andati a comprare delle birre per poi tornare a casa e andarci a vedere dei film per tutta notte. Finché abbiamo sentito sparare. Noi eravamo lì, a pochi metri di distanza, e sentimmo un sgommata e poi il mitra che sparava. Chiaramente non eravamo noi il bersaglio però, sai, vedere la scena, i feriti fuori dal bar dal quale eravamo appena usciti, uno lì per terra stecchito…
È stato quello, per me, il momento di rottura: il “posto delle vacanze” che diventa “il posto in cui per poco non ci rimani secco”.

Tra l’altro l’89 è una data spartiacque pure in senso molto più generale.

E infatti mi hanno fatto notare che poco tempo dopo sarebbe caduto il muro di Berlino.

Quando hai iniziato a lavorare su un progetto complesso come questo?

Le foto le ho scattate dal 2009 al 2011 poi ho passato un altro anno o giù di lì a fare editing e a progettare il libro. È stato stampato in 1000 copie a ottobre 2012.

Dentro al volume ci sono degli inserti in formato più piccolo che mostrano delle foto prese da vecchi album, in una sorta di salto indietro nel tempo all’epoca della Pinetamare delle vacanze. Sei tu il bambino nelle foto?

Io ma anche i miei amici. Sono album di famiglia. Una timeline che corre parallela a quella del libro.

Come mai ad un certo punto hai deciso di tornare nei luoghi dell’infanzia?

Non sono fatalista però credo di essere tornato lì perché così doveva andare. All’epoca frequentavo un workshop con Alex Majoli. Si trattava di un lungo laboratorio, una master class di sei mesi. Una cosa bellissima, molto coinvolgente. Alex per me è stato una guida importantissima, soprattutto per quanto riguarda la concezione e la gestione di progetti a lungo termine.
Su Saluti da PINETAMARE ho iniziato a lavorarci proprio verso la fine del workshop. Sono tornato in quei luoghi per fare qualche scatto. Le prime foto le ho fatte col telefono. Roba del genere “là ero caduto in moto” o “devo far vedere a mio cugino questa perché lì ci andavamo a saltare con le bici”. Appunti, quindi. Poi però mi è presa quasi una dipendenza di quei viaggi nel passato, non riuscivo più a smettere. Ho cominciato a scattare foto su foto, ad accumularle.

Nel frattempo provavi a mandarle alle riviste o magari iniziavi a pensare a una mostra?

No, continuavo ad accumulare. Poi ne feci vedere ad Alex una prima parte chiedendogli consigli su come provare a venderle o come trovare una storia per legarle tra loro.
Alex allora mi disse: «Sasà, non ci perdere tempo coi magazine, questo è un altro livello, qua viene fuori un libro della madonna». Avevo già passato un anno dietro a quelle foto e per l’entusiasmo che mi avevano messo addosso le parole di Alex mi precipitai di nuovo sulla Domitiana e ci lavorai per altri due anni.

Ti sei infiltrato dappertutto con la tua macchina fotografica.

Sì ero ovunque: case di detenuti, feste, gente agli arresti domiciliari…

E come sei riuscito ad entrare in questo ambiente?

Conoscendoli e parlando il loro “codice”. Per questo ci ho messo tre anni. Semplicemente andavo in giro ovunque con la macchina fotografica in mano cercando di entrare ovunque potessi, ovviamente con l’aiuto di tantissime persone sul posto che mi segnalavano quello che succedeva, che mi presentavano a chi dovevano presentarmi.

Problemi, situazioni spiacevoli ne hai mai avute?

No, ero piuttosto tranquillo anche perché le “nasavo” da un chilometro. Di situazioni potenzialmente pericolose ce n’erano una dopo l’altra ma a quel punto ero ormai introdotto nell’ambiente e potevo girare liberamente.

E se ad esempio fossi andato io? Per uno da fuori sarebbe probabilmente stato più rischioso, intendi dire questo?

Per chi non è introdotto nella “dialettica” un po’ estrema del territorio i pericoli forse ci sono. Non la voglio fare troppo facile ed invogliare qualcuno a prendersi dei rischi che non dovrebbe correre. A me non è successo niente perché ho prevenuto molto.

Come sei diventato fotografo?

Da ragazzo ho studiato veramente poco. Possiamo dire che fino ai 18 anni il tempo l’ho passato principalmente sopra ad una Vespa. Mi sono diplomato in elettronica poi ho iniziato a studiare filosofia ma ad un certo punto ho mollato l’università, ché tanto da disoccupato avrei comunque avuto tanto tempo per leggere [ride, ndr]. Ho fatto tanti lavori, pure il commerciale…

E la fotografia?

Mio padre aveva una piccola camera oscura in casa. Per me quindi la camera oscura era un normalissimo “accessorio domestico”, nulla di sensazionale come era invece per tanti altri. La puzza di Rodinal era un odore familiare. In realtà poi da adolescente avevo “altre priorità”, tipo palleggiare con gli ormoni. Ma poi ti scatta sempre quel qualcosa che ti fa cercare un linguaggio personale ed è stato a quel punto che ho iniziato a fare fotografia. Il fotogiornalismo ho iniziato ad approfondirlo dopo i 25. Ho fatto qualche workshop, seguito alcuni fotografi, ma non ho mai studiato formalmente fotografia.

Non so se sei d’accordo ma credo sia una fortuna, per un fotografo, non aver studiato fotografia.

Non lo so. Alex dice di sì. Dice sempre di svincolarsi dallo studio formale. Forse ha ragione. Così riesci a non contaminarti troppo, a non avere idoli da mitizzare. A me piace contaminarmi, ma con cose che c’entrano poco o niente con la fotografia. Preferisco non frequentare fotografi, trovo che chi fa altro sia più interessante. Stare tra simili significa parlare di linguaggi ma non di traduzioni veicolate.

Torniamo al libro. Prima mi hai accennato al fatto che dopo tre anni passati a scattare è iniziata la parte di editing.

In fase di selezione è stato determinante il lavoro di Daria Birang, una photoeditor di altissimo livello nonché compagna di Alex. A quel punto avevamo 12000 foto e bisognava trovare il “bandolo della matassa”. Sarebbero potuti uscir fuori quattro libri diversi. C’erano in mezzo tantissime tematiche, dalla camorra alla mafia nigeriana, dall’inquinamento all’abusivismo edilizio. Però non volevo focalizzarmi sulle microstorie ma sull’insieme. Volevo fare il libro che poi ho fatto.

E come avete lavorato tu e Daria?

La prima svolta è stata scegliere il colore invece del bianco e nero. Dopo un primo editing, col quale abbiamo impostato quello che poi sarebbe stato il lavoro finale, abbiamo contattato 3/3, bellissima realtà editoriale romana guidata da Chiara Capodici e Fiorenza Pinna, e da lì iniziato a progettare il libro e a completare Oltre al contenuto anche il lavoro sull’oggetto-libro è stato piuttosto lungo: tipo di carta, rilegatura.

Come mai hai scelto l’autoproduzione?

Non era l’unico modo per farlo ma era l’unico modo per farlo come volevo io. Perché è un libro che se fosse stato prodotto industrialmente, diciamo così, sarebbe costato tantissimo poiché la carta usata è tra le più costose e la rilegatura è fatta quasi a mano visto che gli inserti in formato ridotto cambiano lo spessore del volume e ad ogni sedicesimo la brossura viene pressata ed incollata a mano. C’è un gran lavoro dietro. Se mi trova il legatore mi investe con la macchina!

Non hai pensato al crowdfunding?

Ho provato ma in Italia ancora è dura. Sono riuscito a raccogliere poco più di 4000 euro dei 15000 che alla fine mi è costato il progetto. Ovviamente essendo il primo libro di uno sconosciuto non era così facile. Però alla fine ho avuto aiuto da diverse persone che hanno creduto in me.

Ma ora che è uscito il libro so che sta girando molto.

Sì sta andando molto bene. Dashwood Books, a New York [forse la più importante libreria dedicata alla fotografia, ndr], ne ha presa una “carrettata”, è in diverse librerie in Germania, in Francia, Danimarca… Lo vendo ovunque tranne che in Italia [ride, ndr].

Pure la stampa ha parlato molto di te.

Sì, sia all’estero che in Italia. Ne ha parlato persino Rémi Coignet [tra i più importanti critici d’arte contemporanei per quanto riguarda la fotografia, ndr] su Le Monde. Pensa che l’ho pure incontrato a Parigi, durante Offprint, ma non sapevo che fosse lui.
Mi hanno invitato in fiera chiedendomi se fossi riuscito a stampare il libro in tempo. Io ovviamente risposi che non avrei dormito la notte pur di riuscire a stamparlo in tempo. Una volta lì è arrivato Coignet e ne ha prese due copie ma, molto correttamente, si è presentato solo dopo aver pagato. L’avessi saputo glielo avrei mandato gratis a casa!
E su Le Monde ha scritto una recensione strepitosa, definendo Saluti da PINETAMARE quasi come il simbolo del fotogiornalismo moderno.
“Me cojoni Remì” [ride, ndr]. Commercialmente quella recensione mi ha aiutato tanto. Sono arrivati articoli, post sui blog, mi hanno invitato a diversi festival europei tra cui Lipsia, Kassel, Le Bal, il MIA a Milano.

Hai anche mostre in cantiere?

Ne inaugurerà una prossimamente, durante Cortona On the Move. E a fine novembre sarà a Roma a Fotoleggendo.

http://vimeo.com/49769725

co-fondatore e direttore
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