Ti leggi le interviste sui giornali e sembra tutto facile. Il trentenne che è diventato milionario con una semplice idea che è poi diventata un’app. Il gruppo di giovanissimi startuppers che grazie all’aiuto di qualche angel investor (paragonare un imprenditore coraggioso o avventato che sgancia finanziamenti seguendo il suo fiuto per gli affari ad un angelo è forse uno dei migliori “riassunti” di quella che è la nostra società malata) sono riusciti a diventare una macchina da soldi in pochi mesi. La giovane fashion designer che da “zero” è arrivata a vendere le sue collezioni nei migliori negozi di tutto il mondo. Le classiche rubriche su “chi ce l’ha fatta (nonostante la crisi)” che piacciono tanto a Riccardo Luna e alle giornaliste di lifestyle.

Poi però scopri che lo “zero” erano in realtà tanti zero preceduti da qualche numero intero, pari alla grana sganciata da qualche mammà o papà facoltoso. O che il business angel era un zio, o magari che lo stalliere siciliano della villa dei genitori non era esattamente uno stalliere…
E dalla fase in cui ti senti l’unico sfigato che non sa cogliere opportunità dalla crisi passi a quella in cui là sotto iniziano a girare in maniera direttamente proporzionale all’ipocrisia del “non detto”.

Deve averla pensata grosso modo così Andrew Green, maestro nell’arte dell’arrangiarsi e fondatore di Konichiwang Magazine, rivista prossima al debutto (al momento sta raccogliendo fondi su Kickstarter) che si focalizzerà su una serie di interviste fatte a piccoli/piccolissimi imprenditori (nel primo numero saranno tutti newyorkesi) per scoprire come effettivamente ce l’hanno fatta a realizzare la propria idea o il proprio sogno, senza trucco e senza inganno: come hanno trovato il budget; che sacrifici hanno dovuto fare; a chi si sono presentati; chi gli ha presentato qualcuno; se c’è stata di mezzo la fortuna…

Insomma, la realtà. Che sarà pure cruda, magari pure ridicola, ma mai patetica quanto l’aver paura di sembrare un figlio di papà, un imbucato, un arrivista o un avido squalo. Se al momento di raccontare la propria storia si preferisce “passare oltre” significa che si è davvero quel che si sceglie di non dire o che la fiducia nelle proprie capacità è talmente bassa da pensare che se il pubblico conoscesse la vera storia tutto il risultato si ridimensionerebbe.