Girare un cortometraggio di fantascienza interamente pensato e prodotto in Italia potrebbe sembrare un’operazione suicida. Dopotutto il nostro Paese—che ha pur dato i natali a fior di scienziati col naso puntato verso le stelle—alle visioni utopiche o distopiche sul futuro remoto o prossimo venturo preferisce i più sicuri lidi del presente o del passato.

Da noi, a parte rari casi editoriali (Urania e, fino a qualche anno fa editori come Nord e Fanucci), divulgatori d’eccezione (Fruttero & Lucentini e Roberto Vacca), scrittori non di genere che però hanno frequentato, seppur “di striscio”, la fantascienza (Calvino, Buzzati, Rodari) e svariate incursioni sci-fi in versione b-movie da parte dei registi degli anni ’60 e ’70 (Fulci, Petri, Ferreri, Lenzi, Bava tra gli altri), gli scaffali delle librerie dedicati a navi spaziali, cyperpunk e olocausti nucleari prendono polvere mentre i lettori seguono via via la moda del momento (maghi e streghe che lasciano il posto ai vampiri, poi agli zombie e alle storie erotiche per casalinghe annoiate) e perfino mostri sacri come Dick, Bradbury, Asimov, Ballard e Lem faticano ad entrare nelle case dei lettori italiani, già in via di estinzione.

Ma anche se fosse davvero un’operazione suicida, sono felice che qualcuno abbia deciso di tentarla. E questo qualcuno è un gruppo di filmmaker che arrivano dal nord-est, che stanno raccogliendo fondi attraverso il crowdfunding per realizzare un cortometraggio intitolato Dark Flow.
La storia e le motivazioni di questa folle impresa ce le racconta Stefania Rota, giovane video-artista di Udine che insieme a Claudio Della Negra, Gabriel Fusion, Fabrizio Bozzetti, Fabrio Cresseri, Francesco Marino, Diego L. Zanitti, Luca Poldelmengo ed Andrea Badin ha deciso di lanciarsi nell’impresa.

Ciao Stefania, innanzitutto raccontami la storia di Dark Flow. C’è una casa nel bosco. E una bimba, una ragazza e un’anziana. Poi?

Ciao Simone, grazie mille per l’introduzione. Hai capito perfettamente il moto che ci ha portato a voler tentare questa impresa.
La storia è incentrata su tre figure femminili che abitano isolate in un bosco compiendo azioni strane e ripetitive. Il paese vicino le vede con sospetto. Possono sembrare all’apparenza delle streghe e la storia è costruita perché lo sembrino. Finché una minaccia nucleare non le porterà a svelarsi per quello che realmente sono.

Ci saranno zombie? E vampiri? E le navi spaziali?

Nessun vampiro, nessuno zombie. Per le navi spaziali… la narrazione rimane per scelta maggiormente incentrata sulle suggestioni.
Più che mostrare suggerisce. Forse il cinema alle volte rischia di essere troppo didascalico, soprattutto quello italiano. Sono anni che il nostro immaginario si nutre di sequenze visive. Credo sia arrivato il tempo in cui non dobbiamo più mostrare o raccontare necessariamente ogni dettaglio della narrazione.

Sono sempre stato del parere che scimmiottare le grandi produzioni senza averne il budget né le capacità tecniche sia una pazzia. Meglio puntare sulla buona artigianalità—come dopotutto hanno fatto intere generazioni di cineasti italiani (vedi i classici b-movie) o artisti contemporanei come Gondry, che sugli effetti “handmade” ci ha costruito la sua poetica—o su qualcos’altro. Leggo sul sito del progetto che voi avete deciso di indirizzarvi verso il fattore emozionale, le suggestioni.

Sì, esatto. Credo che voler cercare di copiare un cinema ad alto budget come quello americano non abbia senso. Bisogna prendere uno a uno gli elementi che si possiedono e combinarli in modo che diano un risultato completamente nuovo. Il cortometraggio ha come matrice una riflessione sulla scienza moderna e la scienza antica. Ci piaceva il poter sfruttare effetti speciali dati dalla materia stessa utilizzando ad esempio la chimica. Antichi metodi per ottenere nuove composizioni. Inoltre come spiegavo sopra, molti effetti speciali saranno dati dalla costruzione stessa della storia.

Com’è nata la squadra di lavoro? Siete tutti friulani? Vi conoscevate già da tempo?

Tutto è partito da un soggetto che avevo scritto per un corso di cinema tenuto nella mia regione. Al corso ho conosciuto Fabrizio Bozzetti, mio professore di sceneggiatura che ha creduto nel soggetto ed insieme l’abbiamo fatto diventare sceneggiatura. Ho chiamato a collaborare alcune persone con cui avevo già lavorato in passato e altre si sono aggiunte nel percorso, mosse in prima istanza dal desiderio di poter finalmente lavorare su un genere che amavano e motivate dalla sceneggiatura che accompagnava il progetto. In sostanza il fulcro comune è proprio questo amore per la fantascienza che ci dà coesione e forza. Ora siamo un bel numero di persone, in prevalenza provenienti dal Friuli, tutti professionisti del settore desiderosi di mettersi in gioco in una scommessa di questa portata.

Avete deciso fin da subito di puntare sul crowdfunding o avete prima provato a racimolare il budget per vie più “canoniche”?

Inizialmente volevamo partecipare ad un concorso che aveva promosso una famosa azienda del settore. Ma poi abbiamo deciso diversamente per una serie di motivi, primo tra tutti una clausola del bando che ci obbligava a cedere tutti i diritti intellettuali del corto all’azienda stessa. Nostro desiderio sarebbe quello di espandere questo cortometraggio a film. Questa clausola era quindi per noi impossibile da accettare.
Così abbiamo deciso di tentare con il crowdfunding, prima esperienza per tutti noi. Siamo decisi a fare un prodotto di qualità con la strumentazione essenziale ma indispensabile a tal fine. Abbiamo chiesto quindi una cifra che ci permetta questo. Pensavamo che forse altre persone come noi si trovavano nascoste da qualche parte, con il medesimo desiderio di vedere il genere assumere uno suo spazio nel territorio nazionale e poter essere riconosciuto anche al di fuori di esso. E che forse quelle stesse persone ci avrebbero dato volentieri una mano per realizzare tale proposito. Per ora questa idea sembra funzionare: in quattro giorni (e in piena estate) siamo riusciti a raggiungere già 550 euro.

Parlami delle location scelte. So che girerete soprattutto in luoghi naturali.

Sono cresciuta con la passione per la fantascienza e lo spazio. Il desiderio di vedere che cosa c’è lassù, tra le stelle, esplorare nuovi pianeti. Negli anni le varie esplorazioni nel Friuli mi hanno portato a trovare dei luoghi magnifici che la maggior parte delle volte assomigliavano così tanto a paesaggi extraterrestri da pensare a quanto sarebbe stata perfetta come ambientazione per un sci-fi. Zone carsiche, doline, grotte…
Le mie esplorazioni più quelle di ogni membro della troupe hanno creato una mappa di location fantascientifiche davvero consistente e la scelta di sfruttarle per la realizzazione del corto è stata la naturale conseguenza.

Io e te ci siamo conosciuti non molto tempo fa durante un workshop. Lì, quasi per caso, mi hai raccontato che sei un’appassionata di fantascienza, genere quasi interamente dominato da figure maschili tanto che fino agli anni ’70 molte scrittrici usavano pseudonimi per fingersi uomini. Credi che tuttora ci sia una sorta di sessismo nell’ambiente sci-fi?

Nel corto è sicuramente presente una riflessione su questo, assieme a quello della presenza femminile nella scienza. Ma per ora mi limito a porre l’attenzione su alcuni temi creando domande senza voler dare una risposta.

Stefania Rota

Secondo te esiste o è mai esistita una vera e propria fantascienza made in Italy, con le sue peculiarità, i suoi canoni, una sua “scena”?

Il vero problema della fantascienza in Italia è dovuto alla tradizione della nazione stessa legata alla denuncia, alla rappresentazione realistica della società, alla classicità, all’analisi psicologica dove il fantastico diviene al massimo buono per bambini. Lontani sono i tempi dei grandi inventori e scienziati che abitavano corti e università italiane. Famoso è il fenomeno della fuga dei cervelli, basti pensare all’esodo dei ragazzi di via Panisperna. Soprattutto con il dopoguerra si è affermata una sorta di paura e timore verso la scienza e la tecnica mentre negli altri Paesi c’era la corsa alla conquista della spazio. La fantascienza, che si basa in effetti su questi temi, non poteva quindi trovare fortuna in Italia e autori che comunque amavano il genere e non volevano rinunciarvi, erano costretti a dover firmare le loro opere con pseudonimi anglofoni. Ed è stata una conquista quando, negli anni settanta, si è aperto un piccolo varco che ha permesso la nascita di uno stile, seppur non fortemente marcato, triste e marginale.
Quindi quando parlo di voler dare dignità alla fantascienza in Italia lo faccio tenendo conto anche delle difficoltà che ci sono state in passato e che tutt’ora ci sono, create dalla tradizione, dalla diffidenza verso qualcosa che non si conosce. Cercare di copiarne gli stereotipi di altre culture è un impresa fallimentare. Ed è per questo che ho deciso di adottare uno stile differente, più semplice e d’atmosfera che né copia né si mette in antitesi alla fantascienza classica ma la tratta con gli strumenti del reale, delegando alla potenza suggestiva il ruolo di effetto speciale.

Si parla spesso della fantascienza come di un genere in crisi. Non sono del tutto d’accordo. Credo che dagli anni ’70/80 in poi, grazie a scrittori come Dick, Ballard, Pynchon, la fantascienza si sia sganciato dalle strette pareti di genere per contaminare la letteratura alta e l’arte popolare. Penso ad esempio a tanta letteratura americana che amo—Foster Wallace, Lethem—ma anche a serie tv come Lost. Che ne pensi?

È un genere soggetto alle maree. Sembra quasi dominato da cicli lunari. Alle volte ha la parvenza di emergere dai flutti, altre volte pare esserne nuovamente sommersa. Quando ero alle medie dovevo leggere di nascosto i libri di fantascienza. Costretta ad una lettura clandestina perché secondo la professoressa «È robaccia. Non imparerai mai l’italiano leggendo quella spazzatura. Ti riempie la testa di cose inesistenti.» Così fece pressione su mia madre affinché mi impedisse di leggerli. Ma non funzionò. Anzi… ottenne l’effetto contrario
E purtroppo non è stato l’unico episodio della mia vita in cui ho assistito a questa sorta di caccia alle streghe.
Una delle cose che più mi piace del genere è il suo esasperare ciò che c’è nella realtà proponendo una visione di ciò che ci potrebbe essere nel futuro.
Credo che la natura di questo momento storico sia assolutamente un terreno fertile per far spazio a visioni e riflessioni sul nostro avvenire, attraverso una rarefazione anche di tipo fantascientifico.

Ogni tanto mi piace pensare che la mia vita possa essere riassunta attraverso una linea temporale fatta solo di libri e film di fantascienza, iniziando da Qui, quo, qua e i Robot per arrivare al cyberpunk e oltre, passando per Asimov, il bellissimo Le meraviglie del possibile curato da Carlo Fruttero, che mi ha aperto una finestra sugli scrittori della new wave. Quale sarebbe la tua ipotetica “timeline”?

Questa è una domanda bellissima. A cui però non riesco a darti una risposta. Non ora. Mi ci vorrebbe nella migliore delle ipotesi un mese di tempo per pensarci. Ho letto e visto una quantità infinita di libri e film su genere e mettere ordine in questa “wunderkammer” seguendo una linea cronologica è di per sé fantascientifico.
Ne riparliamo tra un mese?

Leggo che il tuo film preferito è Blade Runner. Come mai? E il libro preferito?

Molto spesso trovo che i film di fantascienza siano molto incentrati su effetti sbalorditivi, trovate incredibili o al contrario molto introspettivi sino a divenire criptici. In quanto grande appassionata adoro anche film che hanno questi presupposti. Blade Runner però è il mio preferito perché è quello che ha una piccola ma sostanziale differenza rispetto agli altri: un lato caldo e melanconico. È umano, nella riflessione stessa di ciò che questo significa.
Parlare di fantascienza con quella delicatezza, suscitando una sensazione che da impercettibile diviene un’eco profonda che riecheggia nella mente e che non ti abbandona, ecco quello che io vorrei cercare di fare.
Per quanto riguarda il mio libro preferito, un classico: Neuromancer di Gibson.
È stato il libro che mi ha fatto varcare definitivamente la soglia. Da lì non si può più tornare indietro.

Quando si parla di fantascienza si usa sempre il solito dualismo: “outer space”, per la fantascienza storica, quella dell’età dell’oro degli alieni e degli ufo, ed “inner space” per quella più introspettiva dei sogni, delle droghe…
Quella che segue è una domanda banale, ma visto che mi piacerebbe che qualcuno la facesse a me, io la faccio a te: perché ami la fantascienza? Robe di alieni e astronavi, appunto? O “inner space”?

Mi sento una persona fortemente dualistica.
E non potrei scegliere l’uno o l’altro genere. Tutto dipende dal momento in cui mi trovo, dallo stato d’animo che voglio evocare. Adoro tutta la fantascienza: astronavi, alieni, B-movie, sogni, droghe. Qualsiasi forma di spazio, che sia interna od esterna. La mia è una sete di conoscenza che non trova pace. Vorrei riuscire a vedere qualsiasi pellicola stata fatta.
Ora sto esplorando le serie televisive sovietiche di fantascienza per bambini. Visivamente sono una miniera d’oro di ispirazione.
Amo la fantascienza per una serie infinita di motivi. Uno dei più importanti è che la fantascienza prende la realtà e la usa come base di proiezione per il futuro. Il quale può manifestarsi in maniera distopica o utopica. Nella fantascienza sento più che in tutti gli altri generi la dimensione del sogno, dell’entusiasmo e della pulsione verso il futuro, che è tipico di quando si è bambini. Perché in fondo non sono che ipotesi e profezie che hanno il potere di avverarsi come no, e questa scommessa la rende affascinante. Non esiste mai una reale parola fine. Nemmeno quando l’epoca ipotizzati nella storia è già passata.

Torniamo al film: immaginiamo (come spero che succederà!) che il budget sia stato raggiunto, la produzione si sia messa in moto, abbia girato quello che c’era da girare, montato quel che c’era da montare e alla fine Dark Flow è pronto. Oltre ai festival in cui intendete presentarlo come lo distribuirete? Userete la rete?

È un progetto che nasce attraverso la rete e di sicuro quella sarà la prima strada che seguiremo. Ma intravvedo qualche cambiamento nel campo della distribuzione. L’epoca del cinema digitale sta forse creando la possibilità, anche per i prodotti indipendenti, di raggiungere il pubblico in nuovi modi, tra cui le “tanto desiderate” sale cinematografiche. Da qualche anno sono impegnata in un progetto dal nome Cinezoique (un gioco di parole che sta a significare l’era del cinema). In questo lavoro profetizzo un futuro prossimo venturo in cui il cinema pervaderà il nostro quotidiano attraverso nuove forme e nuovi modi dell’essere concepito e fruito.
Il primo capitolo di questo progetto è stata un’installazione lungo una parete di 16m dove lo spettatore poteva camminare assieme all’attore (dalla grandezza reale), lungo la storia del cinema. Questa opera è stata resa possibile dal CEC, un istituzione locale che mi ha supportato in molti miei lavori ed è arrivato, sotto forma di video [puoi vederlo qua], in finale ai Vimeo Awards del 2012. Successo che mi ha spinto a portare avanti il progetto con nuovi capitoli. Dark Flow è sicuramente uno di questi.

Vuoi dare ai nostri lettori il link per finanziare il progetto?

Eccolo qua: indiegogo.com/projects/dark-flow.