Pitti84 | Orley

«La maglieria italiana è la migliore del mondo, lo sanno tutti. Ed è un peccato che, con tutte le eccellenze che avete, molti marchi italiani vadano a produrre all’estero. Mentre per noi americani la qualità italiana è irraggiungibile». Ipse dixit. Prendete nota, avidi delocalizzatori: a parlare è un gruppo di giovani designer newyorkesi che da 6704 km di distanza (quella che c’è tra la Grande Mela e Firenze, dove li incontro nel loro stand al Pitti) vedono quello che voi fate finta di non vedere e capiscono quel che voi non capite per via delle fette di prosciutto che vi siete messi davanti agli occhi in nome di falsi alibi come la razionalizzazione e la competitività.

Orley nasce due anni fa come marchio di maglieria e fin da subito, dopo un minimo di ricerca, arriva ad una conclusione semplice quanto evidente: «certi tipi di lavorazioni non puoi proprio pensare di farle al di fuori del vostro Paese», spiegano. Il nostro Paese, per chi non se ne fosse accorto, è l’Italia. Non la Cina, né la Romania, o il Bangladesh, o il Vietnam o quella che sarà la prossima frontiera del low-cost e dei lavoratori sottopagati, non sindacalizzati, da sfruttare e consumare a piacimento finché morte non sopraggiunga—magari un popolo di mutanti che vivono solo sottoterra, tipo Futurama.

Quella presentata a Firenze per Orley è la prima vera collezione completa, dopo piccole capsule collection di sola maglieria. Quale che sia il prodotto, ad ogni modo, si parte sempre dai tessuti e solo dopo si inizia a lavorare sulle linee e sui colori, sempre stando ben attenti a restare fedeli alla missione: svecchiare il classico, modernizzandone le forme ed utilizzando tinte accese. Questo vale per cardigan, polo, gilet e shorts come pure per cravatte (100% seta, ovviamente Made in Italy) e guanti (seta come sopra e pelle d’agnello, italiana pure quella).

Alla fin fine la filosofia aziendale è semplice e funziona come un’equazione: lo stile Orley inizia dalla qualità. La qualità, in quanto a tessuti e lavorazioni, inizia dall’Italia. E l’Italia, se non m’inganno, inizia dagli italiani. Ma visto come siamo messi perché non farla iniziare, di tanto in tanto, da qualche altra parte? Magari da chi sa valorizzarla meglio di noi.

co-fondatore e direttore
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