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Issues | Universe Magazine

Ha senso, oggi, un magazine dedicato alla fantascienza? E soprattutto si può ancora parlare di fantascienza? Esiste ancora?
Viene da chiederselo di fronte ad una pubblicazione come Universe Magazine semestrale inglese dedicato all’arte e alla scrittura a carattere fantascientifico. Ciascun numero (il primo—già esaurito—è uscito lo scorso luglio, il secondo uscirà tra qualche giorno) dedicato ad un tema specifico ma comunque circoscritto nell’ambito del genere.

L’operazione è affascinante e ad un appassionato come me ricorda le riviste che da bambino trovavo tra i libri di mio padre, tipo la celeberrima Urania oppure Robot, dove ancora oggi mi sorprendo di trovare gioiellini—magari tradotti approssimativamente ma non si può volere tutto dalla vita—come alcuni racconti di Ballard o di Zelazny o di Disch, per non parlare di Dick.

Però, mi chiedo, dov’è la fantascienza nelle arti visive? Oltre agli ovvî riferimenti estetici, c’è pure un’arte “fantascientifica” a livello concettuale?
La risposta, credo, è un ambiguo .
La fantascienza, al pari delle altre letterature di genere, ha i suoi canoni, i suoi stereotipi, i suoi simboli e il suo linguaggio. Dei confini che, esattamente come succede per il western, il fantasy, l’horror, la crime-story e gli altri generi storicamente considerati di serie-B rispetto alla Letteratura alta, finiscono per diventar stretti ma che in quanto tali, invece di limitarne il respiro, lo allargano, favorendo le “fughe” verso l’esterno di tutti quegli autori che prima si fanno le ossa dentro ad un genere e poi si evolvono fino forzarne le pareti, dimostrandone l’effettiva elasticità (che, pure, altrettanto spesso viene sollecitata da fuori, da narratori altrimenti considerati mainstream che decidono di (ri)mettersi in gioco in un campo d’azione circoscritto, sperimentando e contribuendo a ribaltarne le regole). Questo vale sì per la letteratura di genere ma anche per tutti i medium legati al formato “storia”, quindi il cinema, le serie-tv, i videogames…

Pensiamo ad alcuni tra i maggiori successi commerciali e di critica degli ultimi anni. Non arrivano forse da “forzature di genere”? Lost e Game of Thrones, Bolaño e il David Foster Wallace di Infinite Jest (che in qualche modo può essere considerato fantascienza), tutto Tarantino. E solo per citare alcuni tra gli esempi più celebri ma la lista potrebbe andare avanti per molto.
Forse Jonathan Lethem—eterna promessa della letteratura americana, gran frequentatore della letteratura di genere e tra i maggiori esperti viventi del grande maestro della new wave fantascientifica degli anni ’60 e ’70 Philip K. Dick—quando scrisse il suo piccolo saggio La promessa sprecata della fantascienza, aveva torto. Immaginando un mondo in cui L’arcobaleno della gravità, capolavoro di quel genio recluso (ed altro notevole “forzatore” della fantascienza) che è Thomas Pynchon, era riuscito a conquistare nel ’74 il Premio Nebula, il massimo riconoscimento per uno scrittore sci-fi (in realtà in quell’anno andò ad Incontro con Rama di Arthur C. Clarke, opera che invece può essere considerata come di fantascienza classica), Lethem sognava una scena culturale nella quale la letteratura di genere fosse finalmente riconosciuta come Letteratura, partendo proprio dal fittizio riconoscimento a Pynchon come un segnale di sdoganamento che in realtà ufficialmente non è mai arrivato.

Eppure, “ufficiosamente”, milioni di persone hanno assistito puntata dopo puntata all’intricatissimo svolgersi di una serie-tv come Lost, discutendone nei bar, in rete, nelle cene tra amici, parlando di viaggi nel tempo e di teorie fisiche tra un boccale di birra e un piatto di pasta; come pure la rilettura tarantiniana del western, Django Unchained, ha scatenato polemiche ed infinite battaglie che si sono allargate ben oltre i confini dei soliti cinefili.
Nella straripante, frastagliata, iper-citazionistica produzione culturale contemporanea i generi non sono più confini da superare ma semplici ingredienti da mettere insieme a livello puramente estetico oppure concettuale, o magari entrambi. E in quanto ingredienti possono essere usati bene o usati male, esattamente come con due uova, un cucchiaio d’olio e un po’ di pasta qualcuno riesce a tirar fuori un capolavoro e qualcun altro una schifezza collosa e immangiabile.

Lunga vita alla fantascienza, dunque, che ha mantenuto il nome ma si è spezzettata in migliaia di frammenti ed ha contaminato irrimediabilmente ogni cosa, perdendo magari fascino a livello superficiale (dopotutto telefoniamo con apparecchi che erano fantascienza solo fino a pochi anni fa) ma acquistandone in profondità e complessità.

co-fondatore e direttore
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