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Issues | The Porcupine

the porcupine 1Se di riviste che rappresentano l’incarnazione editoriale dei movimenti anti-globalisti e in maniera più o meno radicale manifestano il loro dissenso contro i regimi politici, le multinazionali, la cultura del pensiero unico, l’economia guidata da una minuscola e potentissima élite, ce ne sono molte, in tutti i Paesi—un vero e proprio mosaico spontaneo di spirito di contestazione costituito da realtà dal respiro locale, altre più internazionali, alcune organizzate in veri e propri networks, altre ancora che invece se ne vanno in solitaria per la propria strada o entrano nella clandestinità là dove la libertà di stampa è negata—è però la prima volta che mi ritrovo davanti un prodotto come The Porcupine che, correggetemi se sbaglio, è il primo magazine di politica radicale che sceglie di adottare un’estetica più vicina a quella delle riviste sì indipendenti ma di matrice tutt’altro che politica (o comunque dove la politica—o l’ideologia—non è la base sulla quale costruire tutti i contenuti).

Prendendo in prestito il nome dall’omonimo quotidiano fondato nell’800 da un personaggio controverso come William Cobbett—inglese, emigrato in america e più volte rimpatriato, prima conservatore ed ultraliberista poi radicale e autore di pamphlet anti-industriali—The Porcupine è un nuovissimo magazine lanciato da Reuben Ross, ex-studente inglese di origine olandese, a capo di una “redazione diffusa” di contributors da tutto il mondo, tra studenti, attivisti, accademici, scrittori e artisti.

Il succo del porcospino è appunto la politica radicale, ma anche le arti e la cultura, affrontata ovviamente da una prospettiva anti-liberista.
Uno strano progetto. O meglio, inaspettato. Che però magari potrebbe dare il via a tutta una serie di pubblicazioni simili, dal contenuto fortemente orientato in quanto a credo politico, ma ben più organizzato e curato nella forma rispetto alle riviste di questo tipo, che da più di vent’anni viaggiano su binari estetici assai spartani e approssimativi—ovviamente affascinanti ma spesso anche riduttivi rispetto alla mole di creatività grafica e linguistica che prende il via dai movimenti (su tutti quello nato con la rete stessa, #occupy).

co-fondatore e direttore

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