Da grandi classici quali sono, le sciarpe di Hermès conservano da sempre un’aura che i prodotti—pure mitici—di altre grandi e storiche maisons possono soltanto sognarsi di avere.
Puoi spendere milioni di Euro nella comunicazione e nelle pr, seguendo tutti i mantra che via via si sono susseguiti in un settore da sempre alla ricerca del Sacro Graal, dal comunicare un’idea di lusso (quasi) inaccessibile attraverso campagne fastose e personaggi inarrivabili al costruire con il consumatore un rapporto che va oltre il semplice scambio prodotto/denaro e che si basa invece su ambizioni e bisogni, simboli e status: il cosiddetto emotional branding; dalle collaborazioni con marchi dalla storia e dal background completamente diverso al “nuovo” arrivato, lo storytelling.

Ma se tutto questo non si basa poi su un prodotto di qualità indiscutibile, l’unico e indiscutibile “primo attore” attorno al quale contestualizzare poi il resto della comunicazione, difficilmente si riuscirà ad andare oltre risultati dal respiro più corto di quello di un qualcuno in preda all’ansia (da prestazione).

Chi compra Hermès, come pure chi ama Hermès e vorrebbe-ma-non-può (la maggior parte, e anche quelli come me, un io non può che anche potesse probabilmente non acquisterebbe niente ma che ne riconosce il valore), sa benissimo che il marchio francese—pur non esente da vere o presunte cadute di stile (se il caso della borsa con la bandiera della Cina fosse vero più che di caduta si tratterebbe di uno schianto) è tra i pochi ad aver sempre continuato a puntare sul fatto-a-mano quando la diretta concorrenza abbatteva i costi seguendo pratiche poco trasparenti e per niente etiche come quelle evidenziate, sei anni fa, dal celebre servizio di Report Schiavi del lusso.

Curioso però che una delle conferme più efficaci sull’alto livello di artigianalità (e sul valore di tale artigianalità) di Hermès non arrivi da una campagna ad hoc né dai soliti ed ovviamente faziosi comunicati degli uffici stampa bensì da un designer specializzato nella progettazione di prodotti e nello sviluppo dei marchi, Mario Troise, italo-americano di base a San Francisco, dove lo scorso settembre ha fatto tappa il Festival des Métiers, evento itinerante nato per festeggiare i 175 anni della maisons, partito da New York ed arrivato in California, dopo un passaggio a Houston, Texas, per mostrare al pubblico come vengono creati i prodotti Hermès.

Troise, che era lì, ha documentato in video il processo di creazione di una delle celeberrime sciarpe del marchio francese, ciascuna realizzata con un certosino lavoro di serigrafia: ogni singolo pezzo ha bisogno dai 10 ai 20 retini diversi per la stampa e la seta viene lavorata a Lione, utilizzando colori “fatti in casa”, creati dagli stessi artigiani. Ogni modello impiega ben due anni—dall’idea iniziale alla stampa, passando per i bozzetti, le grafiche e la lavorazione della seta—prima di arrivare sul mercato e negli ultimi settant’anni le modalità di produzione sono rimaste pressoché le stesse.

Per la cronaca: il video è online da circa un mese ma purtroppo l’ho scoperto soltanto ora e—combattuto sul fatto di pubblicarlo o meno in un post che avrebbe avuto l’alto rischio di sembrare una marchetta (che non è)—alla fine ho deciso per il sì: come era passato inosservato a me portrebbe esserlo stato per molti altri. E il fascino di una tecnica del genere ha senso mostrarlo comunque, tempismo o meno.