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Issues | Modern Farmer

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Modern Farmer. Prova a pensare a un titolo del genere, per una rivista, ma in italiano: Contadino Moderno. Ti prenderebbero per matto.
Pensa ad andare da un potenziale inserzionista. O da un possibile finanziatore. Puoi avere un progetto originale, efficace, dettagliatissimo, con un piano editoriale ben strutturato, presentarlo in maniera impeccabile, esporre prospettive realistiche ma incoraggianti. Eppure chiunque, davanti a un titolo del genere, si chiederebbe perché darsi la zappa sui piedi (tanto per rimanere in tema) e usare la parola proibita: contadino.

Contadino non si può dire. Non lo dicono nemmeno gli addetti ai lavori o, quando lo fanno, non è certo per tesserne le lodi.
Vengo da una famiglia che per oltre vent’anni è ruotata attorno ad una fabbrica di macchine agricole. Si chiamava proprio così: Fabbrica Italiana Macchine Agricole. FAIMA. Gran fantasia. Allora fabbrica si poteva ancora dire e non era stata sostituita dai vari eufemismi o dalle traduzioni inglesi. Però contadino no. Per un misto di politicamente corretto e provincialismo estremo, mentre il settore industriale era ancora in pieno boom ma già nell’aria si iniziava a sentire il profumo del terziario avanzato, negli anni ’80 contadino iniziò a diventare una parola sconveniente. Tipo negro. Sia mai che si offenda, chi (ancora) lavora nei campi (poveraccio). O veniva usato come sinonimo di povertà intellettuale, gretta cupidigia, piccolezza morale. E pensare che la radice—comes—è la stessa di conte!

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In casa, una casa di “addetti ai lavori”, dare a qualcuno del contadì equivaleva metterlo in una variegata categoria e, in base al contesto, riuscivi a capire se ci si stesse riferendo a un poveraccio, a un cretino, a un furbo disonesto, a uno che ostenta quello che ha. O magari tutto insieme (ma in quel caso la variante era cuntadì). Con gli anni, poi, nella famiglia Brega/Sbarbati si è capito che il problema, in questo paese, non sono mai stati i cuntadì. O almeno, solo in parte. Era dai propri simili che bisognava guardarsi le spalle. E si è capito soprattutto che stravolgere il significato delle parole è il primo sintomo del qualunquismo e della dittatura del pensier(in)o unico.

Abbiamo talmente stravolto la nostra lingua, l’abbiamo talmente appiattita, svuotata di significato che dobbiamo far ricorso alle altre lingue per esprimere concetti: sono un “maker”, indosso i “boots”, faccio “grooming”, mi hanno assunto come “account”, la “mission” dell’azienda…
O forse siamo talmente piccoli di testa, senza personalità, spaventati come conigli di passare per provinciali—per contadini!—da vergognarci ad usare le parole giuste (e facendo comunque la figura dei provinciali: lo sappiamo tutti ma lo facciamo tutti quindi va bene così, si fa finta di niente, o si trovano/inventano giustificazioni: ho studiato un anno in Francia, mio nonno è nato in Germania, vivo tra Milano e Brooklyn).

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Gli anglofoni non si fanno troppi problemi. Sei un farmer? Così ti chiamo. Comunicare non è l’essenza della vita, psicologicamente, biologicamente, intellettualmente parlando? Perché complicarcela, la vita?
Tanto più che ora fare il contadino equivale quasi ad essere all’avanguardia. O meglio, fare il contadino moderno. Che comunque non è solo barbe, birra artigianale, camicie a scacchi, asce e scarpe da lavoro. Quello è un hipster.

Il contadino lavora. Spala letame, squarta il maiale, va alle fiere dell’agricoltura a vedere i trattori e prende i cappellini John Deere.
Eppure un gruppo di newyorkesi, capitanati da Ann Marie Gardner, tra le fondatrici di Monocle ed ex-editor di T:Travel The New York Times Magazine, hanno pensato bene di fondare una nuova rivista, di chiamarla proprio Modern Farmer e di dedicarla a tutti i contadini: chi lo fa di mestiere, chi lo è solo nello spirito, chi vorrebbe diventarlo, chi si accontenta di un paio di polli in cortile o di un orto in terrazza.

In pratica, per fare paragoni con la “scena nostrana”, una via di mezzo tra IL e L’Informatore Agrario.
Modern Farmers debutterà ufficialmente il 26 aprile ma il sito è già pieno di contenuti. Grandiosi. Dove tutto si chiama come si deve chiamare. Non è forse questo il vero stile?

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