Una ragazza alla (dis)pari, cap. 2: i miei primi dieci giorni londinesi

Non so, in realtà, quanti pounds avessi quando sono arrivata a Londra, fatto sta che li ho finiti nel giro di dieci giorni di delirio, nei quali ho alternato momenti di buio sconforto a giorni di puro ottimismo.

Una cosa, però, la devo dire: grazie a Dio esistono gli amici. E io di amici a Londra (che mi hanno salvato le chiappe più volte) ce ne ho un bel po’. Ho passato così i miei primi dieci giorni londinesi nella casa di una delle persone più incredibili che conosca, nonché amica d’infanzia (che chiamerò Ett) nella sua (che ormai sento anche mia) casa a Camden, iniziati con una serata che credo non potrò mai scordare ricordare.

Il caso ha voluto che proprio quella sera Ett doveva andare con la sua amica inglese, che chiamerò Riff, ad una serata in una delle tipiche fabbriche dismesse adibite a locale di cui Londra pullula, e la sua opera di convincimento e del «non puoi non venire, dobbiamo festeggiare il tuo arrivo a Londra» iniziata il giorno prima, ha trovato terreno fertile nella sottoscritta, visto che dalla mia cameretta irlandese avevo comprato l’economico ticket (soli 30 pounds) per quella che è stata la serata più corta e dispendiosa della mia vita.

E «apriamo la bottiglia di vodka liscia», e «brindiamo al tuo arrivo», e «I’m so excited» (Riff), e «vedrai, la serata sarà fighissima», e «no non vi preoccupate, non ho fame, anche se a Cork ho mangiato solo un panino con due pomodori» e «sì, c’era altro da mangiare, ma ormai sono diventata una patata con le gambe e non mi sembrava il caso di ingerirne delle altre« e «no, non vi preoccupate, mi sento veramente bene».

Un bicchiere, due bicchieri, tre bicchieri… Mi sveglio il giorno dopo nel letto di Ett, vestita come la sera precedente e con un bisogno impellente di far pipì.
Tutto normale, ma chissà cosa saranno queste macchie sulla camicia.
Tutto bene, ma probabilmente mi sarò versata una zuppa di carote sui leggings, perché se no questi pezzi sospetti di cibo masticato non riesco a spiegarmeli.
Ma sarò caduta? Perché il mio ginocchio è ricoperto di sangue raggrumato?

Non potrò mai scordare la faccia di Ett quando, tornata in camera, le chiedo «ma cosa cazzo è successo stanotte?». Credo abbia riso per un quarto d’ora continuando a dire «ma davvero non ricordi niente?».
Quel che è successo, poi, dovreste farvelo raccontare dal suo coinquilino inglese (che chiamerò Olf) che penso sia nato per fare il raccontastorie, in particolare la mia, di storia, che per fortuna non ricordo, ma che è andata così:

– prendiamo il bus per raggiungere la metro e, una volta arrivate a destinazione, cado giù non appena si aprono le porte;
– in metropolitana inizio a sentire i primi segni di cedimento e, infatti, vomito su Riff;
– non mi do comunque per vinta e voglio assolutamente andare a ballare con loro, ma entrambe mi fanno notare che con la sciarpa completamente ricoperta di ciò che sapete non mi avrebbero fatta entrare, quindi lancio la sciarpa per strada (e, credetemi, l’amavo) e impavida mi dichiaro lucida per presentarmi davanti al posto e far vedere che sto bene;
– ovviamente bene non sto, realtà confermata dalla mega sbronza triste che si impossessa di me e che mi fa decidere di tornare a casa, in taxi;
– «Ragazza Alla Dispari, non preoccuparti, perché adesso chiamo il mio coinquilino Olf e gli dico che stai arrivando»;
– evidentemente prendere il taxi non è stata un’ottima idea, e poi questo tassista dev’essere una delle persone più scorbutiche (o sorde) che abbia mai incontrato, perché non mi sento molto bene gli sto chiedendo gentilmente di fermarsi, ma pare non ascoltarmi;
– ok, l’hai voluto tu, vomiterò qui (questo, stranamente, lo ricordo, e ricordo anche che non sembrava tanto arrabbiato, ma probabilmente non se n’era ancora accorto);
– bene, siamo arrivati. Ah, 20 pound non bastano? Giusto, devo pagare per pulire l’ambaradan. Mi dispiace, non ho più soldi, ma ora busso e chiedo ad Olf di aiutarmi;
– busso, ma non mi risponde nessuno. Guardi, signor tassista, probabilmente sono usciti tutti (e qui credo proprio che si sia incazzato come non mai, perché ha spento il taxi, è uscito con un’aria non proprio tranquilla e si è incamminato verso la porta);
Toc Toc (del tassista) e immediata apertura della porta da parte di Olf. «Olf, ma dov’eri? Ho bussato anche io prima!»
– successivo quarto d’ora di discorsi in inglese tra Olf e il tassista (io rispondevo a tutte le domande con un «Nó») finito con un happy ending, ovvero riuscire a fare una rampa di scale, lanciare i soldi al tassista e buttarmi sul letto col cappotto (che Olf cercava gentilmente di togliermi e che ha rinunciato a fare dopo che gli ho spiegato che spesso vado a letto così).

La mattina dopo, faccio ciò che tutte le persone fanno nel “the day after” (soprattutto se non si ricordano quel che è accaduto): controllo che ci sia la borsa. La borsa c’è, anche il telefono e anche il drum, peccato per la carta d’identità.
Passo un’intera mattinata alla centrale di polizia di Kentish Town parlando con un simpatico poliziotto che, dopo aver ascoltato attentamente come ho perso il documento, scrive sotto una voce che non riesco a leggere: Drunk.
Grazie per la fiducia, insomma.

By the way, completamente depressa, senza più documenti, ormai decisa a partire (ma ovviamente non potendo farlo senza la carta d’identità) mi appresto a fare la turista, e dopo ben tre giorni di cappuccini da Starbucks (si, sono l’italiana media che va da Starbucks), aria pura, pioggia in faccia, sole pallido, monumenti più o meno importanti e zone fighissime delle quali non conoscevo l’esistenza, decido di fermarmi sotto il Big Ben, dicendo a me stessa «sono giorni che non fumo, mi merito un ottimo drum». Ed ecco che, sotto il dorato e splendente orologio inglese, trovo la carta d’identità, la quale era simpaticamente adagiata dentro al drum (che era dentro al porta-drum).

Buon segno. Il primo di una serie: lasciando perdere l’idea di affidarmi a qualsiasi tipo di agenzia, inizio a cercarmi una famiglia da sola e, dopo le tante “non risposte” ricevute e un biglietto di ritorno quasi comprato, un padre di famiglia finalmente mi contatta.
Si ricomincia. Decido di riprovare la “fantastica esperienza” della ragazza alla pari, ma stavolta nell’East London, per due settimane di avances, topi, simil-bagni e genitori che (come ho capito dopo 4 giorni) non vivevano esattamente in quella casa con i loro figli, due amorevoli bambini africani che non potrò mai dimenticare e dei quali sono diventata madre per 15 lunghi, lunghissimi, giorni. Prima di andarmene da lì.

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