#Fotosociality | F84

F84 come un celebre cacciabombardiere americano. Ma pure F84 come un bullone (o meglio il codice di un bullone). O ancora: F84 come niente. Una sigla come tante, scelta per caso.
«Ci piaceva avere una sigla anonima in modo tale che fossero le opere a parlare per noi, senza un “titolo” a descrivere tutto il progetto, come in una pessima strategia di marketing» mi raccontano i ragazzi dell’omonimo collettivo brianzolo.

Loro sono in sei ed hanno base a Meda, tra Milano e Como. Si sono conosciuti in accademia, al corso di arti visive della Naba, e da quattro anni lavorano assieme, spaziando dalla grafica alla scultura, dall’illustrazione all’editoria e puntando principalmente su progetti multidisciplinari di arte partecipata con i quali tentano di coinvolgere le persone e far loro l’upgrade, trasformandole da spettatori passivi a partecipanti attivi.

Tra i loro ultimi progetti c’è il Bestiario Anomalo, una pubblicazione nata in seguito ad una mostra d’illustrazione tenutasi ad Acqui Terme (Al) nel luglio scorso, durante la quale i ragazzi di F84 hanno organizzato un laboratorio aperto a tutti nella piazza principale della cittadina, mettendo a disposizione del pubblico fotocopie ritagliate di animali—teste, zampe, corpi—con cui grandi e bambini potevano creare il proprio animale fantastico e poi ricalcarlo con la carta-carbone.

E se far partecipare i più piccoli non è poi così complicato, con gli adulti («hanno “giocato” pure molti anziani» mi raccontano) non è mica impresa da poco!
Tentare di far disegnare pubblicamente qualcuno che ha perso l’attitudine al gioco e non è più (o non è mai stato) abituato a tenere una matita in mano è sempre difficile: ci si scontra con timidezze e blocchi tanto profondi da sembrare quasi dei traumi, che chi è abituato a disegnare—per professione o per diletto—fa comunque fatica a capire. Blocchi analoghi li ho visti nei laboratori di scrittura creativa a cui ho partecipato o che ho tenuto (non quelli rivolti ad aspiranti scrittori, che scelgono volontariamente di mettersi in gioco, ma quelli a scopo didattico o propedeutici ad altre attività): il ragazzino o l’adulto, di fronte alla totale libertà del foglio bianco, hanno bisogno di tutta una serie di “gabbie”, all’inizio molto strette poi via via sempre più larghe, per buttare giù anche solo due righe.

Gli F84 utilizzano la stessa strategia: «Il fatto di avere già del materiale da usare, da assemblare, senza dover partire da zero, facilita molto l’interazione» spiegano.
Ed “usare” i bambini—molto più liberi da questo punto di vista—per coinvolgere anche genitori e nonni, è un modo interessante per smuovere le acque: saltimbanchi e artisti di strada possono confermarlo.

Dal laboratorio, oltre al libro, sono nati anche dei veri e propri kit, ciascuno diverso dall’altro, realizzati appositamente per il Fruit (è lì che li ho conosciuti) e che permettono di svolgere a casa propria la stessa attività.
Ne prendo uno per mia figlia. «A tutti quelli a cui lo vendiamo chiediamo anche di inviarci le foto con il risultato».
Lo farò. Anzi, lo faremo.

Questo post fa parte di Fotosociality, progetto lanciato da Samsung per promuovere la sua fotocamera “social” Galaxy Camera, con la quale sono state scattate tutte le foto dell’articolo.

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