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photo Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS

Mumm Code | Meatpaper Magazine

photo Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS

Ho sempre pensato ai magazines come a dei salotti: parti da un’idea poi inizi a svilupparla chiamando a te persone con cui vuoi condividere punti di vista, discutere di altre idee, sviluppare concetti; poi è tutto un fiorire di amici che invitano altri amici e la discussione si fa sempre più ricca. Poi ci sono i casi in cui l’aria comincia a farsi viziata, il posto per tutti non c’è, chi ha portato la birra si lamenta che gli altri non hanno offerto niente… e allora si chiude o si diventa un fortino impenetrabile di rancori, malelingue, dissimulando la decadenza e la carenza d’ossigeno e di idee con lustrini e fiocchetti; oppure si lascia la porta aperta, si spalancano le finestre, ci si apre al mondo facendo entrare sane boccate d’aria fresca che ossigena il cervello, si spostano le poltrone, si fa spazio a quel che portano gli altri e in questo modo il tuo vecchio salotto è come se si muovesse, agile come un’anguilla in mezzo ai tempi, alle tecnologie, ai concetti che cambiano e dalla tua sedia puoi guardare ogni nuovo numero come fosse il primo, con lo stesso entusiasmo ma con in più uno zaino resistente e pieno di esperienza sulle spalle.

Guardando Meatpaper ho avuto proprio questa impressione: di salotto aperto, di amici che collaborano e condividono un progetto, un’indagine sul mondo, sull’uomo, sulla cultura, a partire da un argomento non banale ma, anzi, trasversale, scottante, “al sangue” (in tutti i sensi), capace di dividere l’opinione come pochi altri: la carne.
Interiora, bistecche grondanti, quarti di bue, lingue di porco, conigli in salmì sono il punto di partenza per un viaggio che attraversa l’arte, la letteratura, la storia e l’antropologia con uno sguardo assolutamente inedito nel mondo dei magazines sul cibo (nei quali non mi sentirei, in ogni caso, di inserire Meatpaper), quasi anarchico, comunque mai di parte. Loro per primi si definiscono “ambidestri”, senza pregiudizi né dogmi.
Per chiudere il mio Grand Tour di Mumm Code non poteva esserci finale migliore che un’intervista a Sasha Wizansky, co-fondatrice, Editor-in-chief ed Art Director di Meatpaper.

Ciao Sasha, vorresti per favore presentarti ai nostri lettori?

Sono Sasha Wizansky, Editor-in-chief ed Art Director di Meatpaper, magazine trimestrale dedicato ad arte ed idee che hanno a che fare con la carne.
Sono anche una graphic designer e in passato sono stata illustratrice, rilegatrice di libri e creatrice di borse. Una volta ho persino passato un anno a fare sculture che assomigliavano a delle tasche.

Hai fondato Meatpaper nel 2006 insieme ad Amy Standen. Nel numero zero hai spiegato quali fossero le ragioni dietro alla vostra scelta di fare un intero magazine sulla carne.
Non sei una “carnivora evangelica” giusto?

Meatpaper non è stato creato per prescrivere scelte culinarie. Le mie abitudini alimentari hanno poco a che fare con il mio lavoro. Crediamo che osservare l’atteggiamento nei confronti del mangiare carne possa aiutare a chiarire anche le questioni culturali ben più grandi. Di recente abbiamo assistito ad una rinnovata curiosità, a livello globale, riguardo alla carne. Lo chiamiamo fleischgeist e la nostra missione è quella di documentare questo movimento in uno spazio imparziale come il nostro magazine.

Julio Duffoo for Meatpaper
Una delle più interessanti esperienze della mia vita è stata partecipare, quando avevo circa vent’anni, alla macellazione (che dalle mie parti si chiama pista) di un maiale. Di certo ho visto tantissimo sangue ma allo stesso tempo ho potuto testimoniare di un grande rispetto per la materia, la carne, e per il maiale stesso. Eravamo in un piccolo paesino del centro Italia, lì dove sono nato, ed era ben chiaro a tutti che quello che stavamo facendo non riguardava soltanto il cibo (che rimaneva e rimane comunque la ragione principale) ma era anche un rito per la famiglia che aveva il maiale e per gli amici venuti ad aiutare.
Ci fu una sorta di banchetto dopo la macellazione, che mi trasportò dritto dentro ad un modo di vivere antico che non avevo mai vissuto prima.
Cosa ne pensi? Credi che una pratica questa possa essere considerata “cultura” o è solo un modo un po’ più poetico – in confronto ai moderni metodi industriali – per uccidere un animale?

L’uomo ha macellato animali sin da quando ha iniziato a cacciare. Soltanto da poche generazioni, nell’era della lavorazione industriale della carne, ci siamo allontanati dai rituali comunitari della macellazione. Qui a Meatpaper sentiamo di frequente dai nostri lettori storie come la tua. Di quanto abbia significato per loro l’aver assistito, da vicino, alla macellazione.
La produzione industriale di carne ha creato una profonda frattura tra le persone e quella che è l’origine del cibo che mangiano. Un aspetto importante del fleischgeist è proprio quello di ricucire questa frattura.
In tutto il mondo c’è gente che ha voglia di tornare ai metodi delle generazioni precedenti e saperne di più sulla filiera che parte dall’animale e arriva alla carne che metti in tavola. Ad alcuni questa nuova, intima consapevolezza ispira una conversione al vegetarianismo. Ad altri invece ispira un approccio etico alle modalità di acquisto e di consumo della carne.

Cosa pensi dell’essere vegetariani?

Io supporto qualsiasi decisone sul fatto di mangiare carne!
Si diventa vegetariani per ragioni di salute, etica, ambientalismo. Sono stata vegetariana per sette anni e capisco ancora benissimo tutti questi impulsi.

Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS
Non ho ancora letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer [un saggio dove il celebre scrittore americano apre gli occhi al pubblico riguardo alle terribili pratiche dell’industria della carne e dove racconta il suo percorso per diventare vegetariano, n.d.r ] ma molti dei miei amici me ne hanno parlato quando è uscito qui in Italia, un paio di anni fa, con reazioni molto diverse tra di loro. Tu lo hai letto?

L’ho letto. La maggior parte delle storie svelate da Jonathan Safran Foer per me non sono state una novità dato che ormai da anni sono impegnata a leggere e ragionare sull’argomento carne. La reputazione letteraria di Safran Foer, però, gli ha permesso di raggiungere un pubblico vastissimo, gran parte del quale è stato profondamente toccato dal suo libro. Le ragioni per le quali Safran Foer è diventato vegetariano sono molto vicine a quelle di chi pratica un approccio “a chilometro zero” nell’acquistare e consumare carne. Sia i vegetariani che i “carnivori etici” si trovano d’accordo sul fatto che le pratiche inumane ed anti-ambientali dei grandi impianti per la lavorazione della carne debbano cambiare.

Continuiamo a parlare di carne ma passiamo alla tavola. Qual è la tua preferita? Sei un tipo curioso, di quelli che vanno a mangiar fuori per provare “quel nuovo posticino dove fanno fegato di piccione con salsa di cipolle rosse”?

Mangio praticamente di tutto e mi piacciono molti tipi di carne. Nonostante questo non mangio carne molto spesso e quando lo faccio è solo in piccole quantità.
La mia dieta consiste in larga parte di pesce e verdure. Mi piacciono i buoni salumi e le carni ricche e saporite come l’agnello e l’anatra. Vado matta per una buona ciotola di ramen di maiale, per il pho di manzo come lo preparano i vietnamiti o per il barbecue coreano.

Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS
In una tua intervista ho letto che lavori da casa. Esattamente come faccio io. I primi tempi mi sono ritrovato a lavorare davanti al computer in pigiama per giornate intere ma dopo qualche settimana mi sono reso conto che per la mia salute mentale era assolutamente preferibile far finta di andare in ufficio: lavarsi, vestirsi, uscire a prendere un caffè poi tornare a casa a lavorare.
E la tua tipica giornata di lavoro com’è?

Ora abbiamo un ufficio! Per più di due anni abbiamo condiviso un meraviglioso spazio all’interno di un magazzino insieme ad un collettivo di artisti e designer di San Francisco chiamato Rebar.
Il mio orario lavorativo è quello tipico. Dalle 9,00 alle 18,00 o giù di lì. Ma la vita da ufficio è vivace e sorprendente. Adoro dividere lo spazio con altri creativi. La nostra vicinanza crea un terreno fertile, ricco di stimoli. Rebar si occupa di ripensare a come la gente si relaziona con la città dove vive mentre noi ci occupiamo di ripensare a come la gente si relaziona con la carne. Anche se sono argomenti diversi abbiamo approcci molto simili al lavoro che facciamo.

So che qualcuno potrebbe pensarla diversamente ma credo che la carne sia uno dei cibi più fotogenici. Come Art Director del magazine immagino che tu faccia moltissima ricerca.
Come trovi fotografi, illustratori, artisti che si integrino con la tua visione estetica?

Spesso sono loro a trovare noi! Abbiamo una open submission policy e chiunque può inviarci i suoi lavori. Nella nostra casella mail arrivano molte succosissime foto ed illustrazioni ogni settimana. I nostri illustratori arrivano da tutto il mondo. Gli artisti che collaborano con noi ci dicono di esser felici di ricevere incarichi per opere che abbiano a che fare con la carne, in parte per il soggetto stesso, in parte per l’approccio molto aperto che ha la nostra art direction.
Cerchiamo artisti dallo stile fresco, che si discostino da mode e cliché.

Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS
Carne ed arte: hai realizzato tantissime interviste ad artisti come Mark Ryden, Forrest Farnsworth o Franc Fernandez. Qual è il tuo artista preferito, per quanto riguarda le opere meat-related? E che mi dici della musica o del cinema relativi alla carne: esistono?

Tendo a non avere artisti preferiti. Ciò che mi interessa è documentare tutto lo spettro artistico che riguarda la carne, che è sempre stata un soggetto per gli artisti, sin dagli inizi della storia dell’arte. Può sembrare una novità ma se ci pensi bene i primi dipinti rupestri documentavano la caccia.
Anche se l’abito fatto di carne di Lady Gaga di recente ha avuto una grandissima copertura da parte della stampa, negli anni sono stati tantissimi i fashion designers che ci hanno inviato le loro idee di abbigliamento sul tema carne. Ciò che ho notato è che, attraverso l’esposizione mediatica, la meat art è diventata un po’ meno tabù rispetto ad un tempo.

Chi sono i lettori di Meatpaper?

Provengono da molti ambienti diversi. I nostri lettori sono chef e macellai ma anche appassionati di cucina, artisti, vegetariani, designers e in genere persone interessate al dibattito culturale.

Rebecca Goldschmidt for BIG THINGS
Leggi molte riviste? Quali sono le tue preferite?

Leggo tantissimi magazines! Il New Yorker mi tiene occupata dato che esce ogni settimana. E’ davvero dura raggiungere la qualità del loro giornalismo.
Leggo anche Cabinet, Gastronomica, Fire & Knives, Diner Journal, Jubilat e tante altre riviste e quotidiani.

Uno dei vostri ultimi numeri, uscito lo scorso ottobre, era dedicato alle ossa. Avete un tema per ciascun numero?

Ci siamo divertiti davvero moltissimo a realizzare il nostro numero sulle ossa ed abbiamo collaborato con una serie di artisti, musicisti, organizzazioni artistiche e chef del nostro quartiere per organizzare un bones street-party.
Molte delle nostre uscite sono a tema o dei mini-servizi speciali. Ma di tanto in tanto dobbiamo pubblicare uno Smörgåsbord, una sorta di numero-buffet su tantissimi argomenti in modo da poterci mettere dentro i tutti i contributi, molto diversi gli uni dagli altri, che ci inviano per la pubblicazione.
Abbiamo prodotto numeri sui maiali, sugli hamburger, sulle arti visive. Abbiamo anche pubblicato una mini-zine sui sandwich che è uscita come allegato speciale sul nostro n.13.
L’ultimo numero, uscito a marzo, aveva invece un servizio speciale sulla poesia e l’illustrazione e diversi articoli sulla carne contraffatta. Abbiamo anche intervistato e fotografato un eccentrico pescatore di granchi di San Francisco per la nostra rubrica Q&A. Ci interessa soprattutto scrivere di gente che dedica la propria vita di ogni giorno alla carne – non chef superstar ma agricoltori, pescatori, ispettori sanitari, macellai, gente che lavora nei fast-food [burger-flippers nell’originale, n.d.r.]. Apriamo ogni numero con un servizio di questo tipo.

co-fondatore e direttore
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