Fashion at IUAV 2012 | Backstage

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Il primo venerdì di luglio, da tre anni, ho ormai un appuntamento fisso: prendo il treno da una Bologna addormentata sotto al sole e punto verso nord-est.
Stessa valigia con il necessario per una notte, stesso albergo, spesso pure gli stessi volti incrociati in ascensore o per le strade della città, una Treviso che per una sera ed una notte diventa palcoscenico itinerante del Fashion at IUAV 2012, spettacolo finale del Corso di laurea in Design della Moda e del Corso di laurea magistrale in Design (indirizzo Design e Teorie della Moda) dello IUAV.

Si suda, su e giù per le scale della sede, tra le aule riempite dei lavori che i ragazzi hanno prodotto durante i laboratori, seguiti da una squadra di insegnanti che potrebbe rivaleggiare con quelle delle scuole internazionali più blasonate, riuniti attorno ad una Maria Luisa Frisa che ogni anno di più ha lo sguardo determinato di chi è in missione per entità superiori ed invisibili, divinità senza corpo che non ti chiedono l’8 per mille né una retta da istituto privato; divinità che prendono il nome di Scuola, Cultura, Lavoro (forse le conosci, anche se raramente si fanno vedere dalle nostre parti) e non si accontentano di una firma su un contratto ma pretendono la Vocazione.

Si suda e ci si affaccia alle finestre sul retro della scuola, catapultate su un verde immobile che non stona con le eco delle voci che passeggiano lente tra stanze e corridoi, tra i telai e le foto appiccicate alle pareti, i manichini in fila indiana, le scarpe da ginnastica che fischiano e i tunnel ritmici che s’intersecano, irradiati dai tacchi delle studentesse che dai loro cinque metri e mezzo (vuoi per il tacco stesso, vuoi perché sono giovani e già di una specie evoluta, vuoi perché la fine di un ciclo ti rende più leggero e quasi tocchi gli alti soffitti con la testa) si fanno largo, luci dei loro occhi, tra il rimirar (sull’uscio o meno) dei genitori che – compatta in mano – vanno a confermar, riempiendo schede di memoria, due o tre anni di passione, soldi spesi bene: ah se si potesse anche solo immaginare, dei propri pargoli, il futuro che verrà guardando attentamente i pixel che si ricompongono in immagini su di un display!

Si suda. Il sudore arretrato di mille giorni e notti, da giocarsi in una sola sera: ragazzi e prof. accomunati dalla voglia di sedersi – qualcuno ci riesce, qualcuno non l’ho mai visto seduto in vita mia (parlo di te, Gabriele Monti, ché lo so che pure quando ti appoggi per due minuti da qualche parte in realtà continui a correre e correre ancora, tenuto in piedi solo dal caffè, dalle sigarette e da suddetta Vocazione) – prima del movimento di massa, del serpentone che si sposta tra le vie di una Treviso che diventa rossa per l’emozione.
Poi altre scale, che lentamente salgo agganciato in un “a braccetto” d’altri tempi con un’amica che pur fresca d’infortunio non rinuncia come me alla trasferta del primo venerdì di luglio, e si appoggia al sottoscritto che seppur di tanto in tanto sbaglia strada non si sottrae a discorsi che partono per la tangente ad ogni incrocio, ponte o piazza.

Finché s’arriva al fiume, teatro d’eccezione – in tutti i sensi: dopo anni di sfilate sulle assi di un palcoscenico stavolta è il Sile a dare/avere l’onore del grande appuntamento – dello spettacolo finale: un rincorrersi di modelli e modelle non professionisti, scelti uno ad uno dai ragazzi con un casting che già da solo dev’esser valso l’esperienza, lanciati lungo o contro la corrente che a due passi da lì scivola via tra le luci, con indosso le collezioni di tanti (possibili, probabili, auspicabili: questo starà a loro dimostrarlo) futuri fashion designers che ci hanno messo l’anima per anni e in una sera cercano di farne vedere un pezzetto a tutti noi, seduti lì davanti.

Nel backstage, intanto, duecento cuori o giù di lì battono a ritmo con le voci che si rincorrono, inseguite dagli sguardi che rimbalzano su altri sguardi, sopra un abito da aggiustare all’ultimo secondo o un cappello che non vuole star su, su di uno specchio o dentro ad un obiettivo. Per chi è capace di catturarne anche uno soltanto – sfuggente d’imbarazzo, di stanchezza o ancora preso dal lavoro duro di quella prima, vera prova di professionalità – sarà benzina per tirare avanti in un paese irriconoscente come il nostro, dove un esempio di pubblica eccellenza come lo è lo IUAV, in un ambito come la moda solitamente in mano ai privati, rischia di restare l’eccezione.

E di sguardi dal backstage l’obiettivo di Alessio Costantino ne ha colti di preziosi.
Mentre sistemo le foto che ho scattato io – e arriveranno presto – mi hanno aiutato ad entrare di nuovo nella strana dimensione in cui ho la fortuna di trovarmi, da spettatore, una volta l’anno.

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