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L’uomo che scrisse l’Enciclopedia dell’Amore

In un’epoca, la nostra, in cui in caso di flusso mestruale abnorme puoi chiedere consiglio alla tua migliore amica sulla chat di Facebook, fai persino fatica ad immaginare i problemi della donna comune degli anni ’60.
Un diffuso senso del pudore grande come la biblica trave nell’occhio ed il costume moralista dell’epoca imponevano infatti turbinosi giri di parole e fantasiosi eufemismi che, accompagnati da fugaci rossori, rendevano ardua l’impresa di riuscire a comunicare con esattezza dubbi, problemi, semplici curiosità.

L’educazione sessuale in toto veniva perlopiù dispensata da fumosi consigli della mamma o della nonna, resi ancor più surreali da ardite postille sussurrate da sorelle, amiche e cugine di vario grado, oppure da stornelli licenziosi mandati a memoria e al momento di arrivare al dunque, ufficialmente oppure ufficiosamente, sopra a profumate lenzuola bianche o dietro alle “fresche frasche”, si finiva per trovarsi alle prese con l’ignoto, nella forma di un uomo e del suo membro a senso unico che pure avevano appreso l’arte amatoria per sentito dire o per sperimentazione solitaria, la testa (le due teste: quella con i capelli e quella senza) infarcita di luoghi comuni, di rappresentazioni ideali e assolutamente fuori scala di sé stessi e del magico momento, lui e lei trasformandosi in addendi di una somma dal risultato scontato, quello di un amoreggiare talmente deludente da nascondere sotto all’ombra del fallimento (o dell’insoddisfazione, quando non della violenza) i motivi stessi di tale delusione, che si manifestavano poi in tutta la loro nitida e sconcertante chiarezza più in là su quella freccia (pure a senso unico, come il fallo) che è il tempo, col lo straccio dell’età e dell’esperienza a lucidare le superfici appannate dalla giovinezza.

Fritz Kahn

È in considerazione di un panorama culturale come questo, dunque, seppur stereotipato (ma scommetto che conosci almeno una che, arrivata o superata l’età da marito, deve ancora metter piede da un ginecologo, o — di sicuro molti di più — qualcuno che fatica ad uscire dal rassicurante binomio missionario/pecorina e “quando ho finito io, chi s’è visto s’è visto”), che bisogna collocare un libro come l’Enciclopedia dell’amore del Dr. Fritz Kahn, edito in svariate edizioni a partire dagli anni ’60 e finito nelle mie mani qualche anno fa per una serie di fortunosi eventi, poi rimasto a prender polvere in libreria dopo appena qualche rapida e ridanciana occhiata di coppia (oggi questo è: un manuale da consultare per esilaranti momenti post-coito, seppur senza sottovalutare l’ombra del sospetto — lui/lei la pensa come il Dr. Fritz ma cerca di dissimularlo? – che riesce comunque ad insinuare pure in un/una partner complice e affezionato/a) e ripreso giusto ieri per una serie di foto — alcune di quelle che vedi, postate su Instagram in un periodo in cui mi piace fotografare quel che leggo o quel che da leggere trovo in casa — che subito hanno avuto un certo successo tra followers, amici e sbirciatori digitali. Tutti volevano sapere chi fosse l’autore di cotanto sessista pensiero.

Il Dr. Fritz Kahn, per l’appunto, figura che i LOL, i mi piace, i retweet ed i commenti mi hanno dato convinto ad approfondire, scoprendo un genio del suo tempo. Un uomo che sì dispensava allucinanti consigli come questi…

Fritz Kahn
Fritz Kahn

…ma che è da inquadrare nella sua epoca, quella appena descritta, quella rispetto alla quale persino il maschilismo à la Mad Men (pure ambientato in quegli anni, ma siamo nell’America delle grandi speranze e della Summer of Love prossima ventura e la distanza con la situazione italiana, in pieno boom economico ma con una società che va solo allora trasformandosi da contadina in operaia/piccolo borghese, è abissale) sembra piuttosto libertario.

Nato ad Halle, in Sassonia, nel 1888, ebreo, figlio del medico e scrittore Arthur Kahn, Fritz Kahn incarnò in pieno la figura dell’intellettuale a cavallo tra due secoli. Dopo un’infanzia passata tra la Germania e gli Stati Uniti — il padre si trasferì per tre anni ad Hoboken, nel New Jersey, città natale di Sinatra — studiò medicina a Berlino ed iniziò a lavorare come ginecologo, distinguendosi però anche in altri campi come la poesia, l’illustrazione e la divulgazione scientifica, appassionandosi anche di astronomia ed aviazione.
Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come medico nell’esercito e negli anni della Repubblica di Weimar il Dr. Kahn divenne uno dei più popolari scrittori in campo scientifico di tutta la Germania.

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Der Mensch als Industriepalast, 1926

Proprio in quel periodo, dal ’22 al ’31, concepì e pubblicò il suo capolavoro, una mastodontica opera in cinque volumi intitolata Das Leben des Menschen, ovvero “la vita dell’uomo”, mai tradotto in italiano. Si tratta di un manuale illustrato (da Kahn stesso) di biologia ed anatomia nel quale il medico tedesco pose addirittura le basi della cultura steampunk con oltre mezzo secolo di anticipo (il termine è stato coniato nel 1987 da un autore di fantascienza) immaginando – per fini divulgativi poi ripresi decenni dopo dalla popolarissima serie animata per bambini Esplorando il corpo umano – l’uomo come una fabbrica, un insieme di parti meccaniche (guarda la galleria di immagini).

Intuizione, la sua, pienamente in linea con la cultura Modernista dell’epoca ma mai sperimentata prima (e divenuta prassi, soprattutto nelle enciclopedie per ragazzi, solo molto tempo dopo) in campo medico/biologico.
Un genio precursore, quello di Kahn, rimasto però misconosciuto per lungo tempo dato che nel ’33 le sue opere vennero messe al bando e bruciate dai nazisti che si presero addirittura la libertà di ristamparle, dopo averlo cacciato dalla Germania, modificandone i contenuti ed infarcendole di deliri sulla razza.

Rifugiatosi in Palestina, Kahn si mise al lavoro su un trattato sulla storia naturale della Palestina (rimasto inedito) poi si trasferì a Parigi dove scrisse il suo più grande successo editoriale: Unser Geschlechsleben, uscito in Italia nel ’48 con il titolo La nostra vita sessuale.

Durante l’occupazione francese scappò a Bordeaux, dove venne arrestato e dove pubblicò un altro libro di medicina: L’uomo sano e malato. Riuscito a fuggire, si rifugiò in Portogallo e grazie all’aiuto di Einstein (proprio quell’Einstein) nel ’41 arrivò negli Stati Uniti, dove continuò a sfornare volumi di medicina e di divulgazione (sulle scienze naturali e sulla fisica).
Come un perfetto meccanismo umano, di quelli che disegnava nelle sue opere, una volta messo in moto Kahn sembrava incapace di fermarsi. Per tutta la durata della guerra provò senza successo a tornare in Europa, riuscendoci finalmente nel ’56, quando arrivò in Svizzera.

Quattro anni dopo era in Marocco, dove riuscì miracolosamente a scampare al terremoto di Agadir, che la notte del 29 febbraio del 1960 causò oltre 15.000 morti.
Dal caldo delle coste africane si spostò al freddo della Danimarca, dove rimase fino al ’67. A 79 anni decise di farsi ibernare in una clinica di Ascona, in Svizzera, ma non fece in tempo ed 14 gennaio del ’68 morì a Locarno, lasciando dietro di sé più linee rosse sul mappamondo che Indiana Jones, una bibliografia quasi schizofrenica e il ricordo di una figura che avrà sì consigliato agli uomini di evitare donne più istruite di lui ma che, riscoperto da qualche anno anche grazie ad una mostra berlinese e ad una monografia, ha ispirato e continuerà ad ispirare, soprattutto per le sue opere figurative, artisti e graphic designers, a cominciare da questo video uscito tre anni fa e “bloggato” praticamente ovunque, ispirato al corpo umano meccanico del Dr. Fritz Kahn.

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