Vive les friends | di Levi’s, di Parigi, di James Murphy, dei sarti, dei tassisti e di Jean Alesi

L’ex-presidente Jean Alesi mi guarda dai manifesti mentre rischio la vita su un taxi a ritmo di salsa

Attraverso Parigi su di un taxi guidato da un cambogiano probabilmente ubriaco e con un inquietante senso dell’umorismo, che tra una sbandata e l’altra si convince che io e le due giornaliste sedute accanto a me siamo in realtà tre brasiliane e il flusso di pensieri distorti che s’innesca in lui è tangibile anche se meno intricato delle stradine e dei lunghi viali che percorriamo a singhiozzo, immersi in un traffico dal sapore romano – ma senza i clacson e gli improperi – mentre noi passeggeri iniziamo seriamente a prendere in considerazione l’idea di buttarci fuori dalla macchina al primo semaforo, trattenuti lì dentro solo dalla consapevolezza del fatto che trovare un altro taxi in piena notte sarebbe impresa davvero poco concreta per un trio in preda alla “ridarella” post-stress, dopo una lunghissima giornata che nella situazione in cui siamo, costretti a tener sveglio il nostro autista dalla palpebra pesante istigandolo ad esibirsi in raggelanti siparietti, sembra preludere ad una conclusione surreale, gli organi espiantati in qualche sottoscala di Belleville, che continuiamo irrazionalmente a circumnavigare senza soluzione di continuità, oppure in una caserma della gendarmerie a testimoniare contro di lui, quando l’unico, velleitario pensiero che vorrebbe prender corpo ed evolversi da pura speranza in rassicurante realtà è in effetti avere un materasso e un cuscino sotto alla testa, cosa che in quella temporanea bolla spazio-temporale, soffiata via da un destino beffardo nella notte tra 10 ed 11 corrente mese, sembra più lontana che mai dal realizzarsi, e allora affidiamoci a Pavarotti, che il cambogiano conosce e stima, invocando protezione, intanto che zigzagando lenti disegniamo uno scotoma sopra alla macchia ad occhio di Parigi, sorvegliati dallo sguardo vincitore di Hollande che tappezza muri e cartelloni e retro delle edicole (dove dai noi vanno forte i porno, i romanzetti rosa, le collezioni a fascicoli), lasciando allo sconfitto Sarkozy solo i buchi rimanenti, rivelando, isolato quel napoleoncino da strapazzo dal contesto e dall’aura di potere, la sua vera faccia, quella di sosia di Jean Alesi.

Come ci sono arrivato là sopra? Gli ex-piloti Ferrari possono dunque prendere e scatenare una guerra contro la Libia a loro piacimento? Vogliamo immaginare quel che potrebbe fare il mentone crucco? Ci penso intensamente quando, sano e salvo e svuotato di 30€ (rimborsati) dal pazzo tassista che malinconicamente ci ha salutato davanti all’albergo, salgo in camera più sveglio di quanto sarei stato dopo quindici caffè, mi metto in faccia la maschera di un Superman dalle vaghe fattezze di un giovanile Piero Pelù ed inizio a scattarmi autoritratti con l’iMac che ho di fronte al letto, caratteristica che insieme al buio delle stanze e agli interruttori dagli usi misteriosi rende l’Hotel Mama Shelter, affacciato sul cimitero di Père-Lachaise, il posto perfetto dove concludere quella giornata surreale, iniziata alle sei del mattino in una Milano quasi deserta quando su invito di Levi’s mi metto su un aereo diretto all’inaugurazione del grande flagship store parigino, bandierina che il marchio americano ha piantato sugli Champs-Élysées allungando una virtuale ma accomodante stretta di mano verso Pierre Paul ou Jacques (i Tizio, Caio e Sempronio francesi) e rinsaldando un’alleanza partita bene con la Rivoluzione Americana e la Statua della Libertà ma quasi naufragata durante l’era-Bush – padre e figlio.

Parola chiave #1: Vive les friends

Se mi metto in testa io di celebrare l’amicizia internazionale al massimo può venirmi in mente di organizzare una cena a base di hamburger con formaggio di capra, alcolica quanto basta per distruggere ogni barriera linguistica ed affidare la serata al linguaggio universale del biascichìo e della risata idiota. Ma se a capo dell’iniziativa c’è uno dei marchi più conosciuti al mondo e il setting è il paese della grandeur, non puoi aspettarti che si risolva tutto con qualche drink e lunghe file per il bagno. Né che si affidi l’immagine a celebrities richiama-fotografi come fanno quei brands con poco da dire che si accontentano di piazzare il proprio ® o un “Prezzemola McInutilità veste…” sotto ad una foto su magazines e blog di dubbio gusto.
Parliamo di Levi’s, parliamo di sostanza, di denim, di un’azienda che ha quasi 160 anni di storia e che davanti ad un paio di 501 del ’44 potrebbe raccontarti storie e aneddoti per ore.
E la sostanza, dopo una mezza giornata passata sopra ai taxi (senza rischiare la vita come in quello che sbandava a ritmo di salsa), si presenta all’appuntamento puntuale ed in gran spolvero, con uno store che toglie il fiato a partire dalla enorme vetrina, divisa equamente tra gli USA di James Murphy degli LCD Soundsystem e la Francia di Pedro Winter (aka Busy P) della Ed Banger, ciascuno con un’installazione che a suo modo interpreta il concetto di famiglia.

Murphy con un muro di speakers a rappresentare passato e presente, il primo come tecnico del suono per i Death form Above ed il secondo come frontman della band newyorchese e boss dell’etichetta DFA Records.
Tra le casse, piccoli schermi a proiettare filmati in 8mm sulla DFA.

Busy P, che è un ex-skater, ha invece riempito la vetrine di tavole con su stampate foto delle sue giornate bizzarre, con lo stile Ed Banger che trasuda da ogni millimetro della sua installazione.

Oltre alle vetrine i due si sono messi al lavoro pure su una serie di capi in collaborazione con Levi’s, tra t-shirts e giacche in denim, ed allestito un mini-museo all’interno del negozio, con teche a conservare cimeli come lo stereo portatile con cui Murphy ha campionato la sua Losing My Edge o le cassettine di Pedro.
E tra proiezioni, eventi e laboratori i due avranno in gestione la parte culturale dello store per un intero mese, lasciando poi il posto a un altro americano temporaneamente a Parigi, Shepard Fairey (aka Obey), e a Mr. André, street-artist scandinavo-portoghese ma parigino d’adozione e orbitante anche lui attorno alla galassia Ed Banger.

Mentre mi aggiro per il negozio a raccogliere informazioni, scattare foto, evitare i camerieri che continuano a portarmi da bere (ho un’intervista con uno dei manager Levi’s di lì a poco e visto che da quando sono sceso dall’aereo non ho ancora messo piede in hotel per darmi una ripulita ed arrivo in negozio che sembro uscito da una serata finita troppo oltre, puzzo come un formaggio di capra e cerco di mascherare un grosso e compromettente buco da “brasca” sulla giacca – colpa della pipa – arrivare all’intervista pure brillo non mi sembra il caso) incrocio Mr.Murphy e colto dall’emozione riesco a scattargli un primissimo piano e a stringergli la mano senza riuscire a pronunziar quasi parola, cercando malamente di dissimulare la venerazione che nutro per lui, che per fortuna ha la sensibilità per capire, mi dà una pacca sulla spalla, mi ringrazia e mi rimanda nel mio mondo al profumo di caprino fresco.

Parola chiave #2: autenticità

Lo store, 650 metri quadri su tre piani (che lo rende secondo, in Europa, dietro soltanto a quello di Londra) è interamente realizzato in legno, metallo e pietra. Quando possibile riciclati e comunque prodotti con il minimo consumo energetico dato che l’intero negozio è studiato per essere eco-sostenibile il più possibile.
Lo stile è d’ispirazione ’50s – ’60s, l’età dell’oro del denim, e l’intero spazio è disseminato di omaggi alla storia del marchio: una striscia rossa sulla scala mobile a ricordare la riga pure rossa della cimosa negli esemplari vintage; la colonna centrale del negozio a mo’ di metro, i manifesti storici stampati sulla parete…
Dall’ingresso principale, dove campeggiano istallazioni e teche di cui sopra, si scende verso il piano inferiore, introdotto da una sorta di mezzanino dedicato alla collezione Commuter, quella dedicata al mondo bici, con capi idrorepellenti, cimose e dettagli catarifrangenti ed una fascia di prezzo assolutamente competitiva visto che stiamo parlando di prodotti tecnici.
Mentre uno dei fotografi della serata cerca di convincermi a mettermi davanti all’obiettivo (evidentemente il look finto-trasandato vero-fogna ha un suo perché da questa parte delle Alpi) vengo sopraffatto dall’enormità del sotterraneo, con i suoi giganteschi banconi d’epoca, gli scaffali in legno, le collezioni uomo/donna, la linea Curve ID con le forme al punto giusto, lo spazio Made & Crafted dedicato alla linea di fascia alta, realizzata con materiali di primissima qualità provenienti dal mondo workwear, i camerieri che fanno lo slalom tra gli invitati portando tutto il ben di dio possibile (uno dei rari casi in cui, nonostante il pienone, cibo e drinks sembrano non finire mai).
Scovo le due giornaliste che viaggiano con me e con le quali quella stessa sera condividerò il brivido della “morte che viaggia a 30 all’ora su un’auto bianca”. Da vere esperte hanno trovato la bocca della cornucopia, il posto dal quale escono i camerieri, e meritatamente si godono un luculliano banchetto tra jeans e camicie. Le raggiungo e mi metto in panciolle pure io. Autenticamente rilassato, involontario testimone del fatto che il concept dello store effettivamente funziona.

Stringi qua, dice il sarto

E intanto al piano superiore si cuce e si misura, dietro ad un bancone da bar che circonda un vero laboratorio sartoriale dove dei professionisti aggiustano e customizzano i tuoi Levi’s.
Se li acquisti in negozio il servizio è gratis ma puoi portare pure il tuo paio di 501 di trent’anni fa e (pagando, ma i prezzi sono politici) averli perfettamente adattati alle tue “nuove” forme.
E’ qui che girano incuriositi giornalisti da tutta Europa mentre tra un’intervista e l’altra, nella tranquillità del suono regolare delle macchine da cucire, cercano di valutare se è il caso di cedere o meno alla pulce che dal proverbiale orecchio suggerisce di andarsi a togliere i pantaloni e fare una prova sul campo. Pulce che però viene immediatamente distratta dal vero gioiello dello store parigino, la collezione vintage che riproduce fino all’ultimo dettaglio i capi d’epoca del marchio americano ed i jeans icona che nei decenni, a partire da quel 1870 in cui tutto ebbe inizio, hanno fatto la storia del denim, della moda e della cultura popolare, nonché della Storia con la S maiuscola, come spiega quel pozzo senza fondo di informazioni che è il cicerone alla guida del tour del negozio di fronte ad un paio di jeans del ’44, realizzati in tempo di guerra dunque super-minimali, essendo stati privati da tutto il materiale non strettamente necessario, tra cui parte del tessuto, delle cuciture, del metallo, nonché il celeberrimo motivo arcuato che per la prima ed unica volta nella storia Levi’s viene dipinto anziché cucito.

L’inferno comincia dal Palais de Tokyo

Finita la festa ce ne aspetta un’altra. Amici di amici, su invito di altri amici.
E sotto ad una gigantesca Torre Eiffel, idealmente illuminata da una Venere, in cielo, troppo grande per essere vera, concludo la giornata sulla terrazza del Palais De Tokyo insieme alle mie compagne di viaggio (Francesca Cagliani di Style.it e Mariella Barnaba di Fashion: ce ne fossero sempre, come loro) e alla nostra superba ed insostituibile guida, Stefano Tei di Levi’s Italia.
Non sappiamo ancora che fuori da lì ci aspetta il cambogiano. Ma questa è un’altra storia. E l’ho già raccontata.

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