Claudia Ligari | FW2012/13

Uno dei consigli che di solito si danno ai giovani scrittori è di trovare la propria “voce”. Da non confondere con lo stile: quello cambia in base a ciò che vuoi raccontare, proprio come quello di un cantante si evolve lungo tutta una carriera. Puoi rappare rime, avere un approccio da crooner, distorcerti in acuti contro natura, ma la voce rimane la tua, unica, riconoscibile, inconfondibile. E attento a non rubacchiare qua e là le voci altrui, per quello ci vuole il talento dell’imitatore ed imitare è tutto un altro paio di maniche.
La tua voce ce l’hai già. Dentro. L’importante è trovarla. E c’è chi ci mette anni e chi invece ha avuto la fortuna di scoprirla subito, magari senza rendersene conto (rileggiti i “temi liberi” delle elementari e se quello che scrive sei indubbiamente tu, pur in uno stadio più acerbo di un chicco d’uva raccolto in maggio, allora significa che la tua, di voce, l’hai già trovata da tempo).
E questo vale in tutti i campi, compresa la moda: ogni stagione si deve tirar fuori una collezione nuova di zecca provando a dar corpo alle proprie idee senza rimanere uguali a se stessi (altro tranello insidioso, oltre a rubare più o meno coscientemente la voce altrui: “cantare” sempre allo stesso modo) pur trovando il modo, anche a costo di “cucirlo tra trama e ordito dei tessuti”, di lasciare inalterato e ben riconoscibile il proprio timbro estetico e concettuale.

Sono in pochi i giovani fashion designer che riescono a farlo fin da subito – te ne accorgi di solito con il senno del poi, quando vai a riguardarti le prime collezioni e noti subito quel filo rosso che lega il tutto – e tra questi c’è Claudia Ligari, italiana di nascita ed inglese d’adozione, diplomata all’Istituto Marangoni poi al lavoro (part-time) da Missoni e da lì a Londra, alla corte di McQueen, dove è arrivato lo stimolo definitivo a lanciare il proprio, omonimo marchio.

Basta una rapida occhiata alla sua collezione d’esordio – quell’autunno/inverno 2010 in total black o quasi, dalle linee pulite ed eleganti, assolutamente femminili seppur mascoline, come in un dialogo impossibile tra gli anni ’90 e gli anni ’20 e ’30 – per capire che Claudia la sua voce l’ha trovata subito e stagione dopo stagione riesce ad usarla in maniera impeccabile, aggiornandone i concetti ed affinandone l’estetica ed il linguaggio, per arrivare, attraverso un percorso coerente e dinamico che sposta il traguardo ogni volta più in là, fino alla sua ultima fatica – un ritorno al total black dopo una luminosa e bianca primavera/estate – fatta di volumi azzardati e spalline importanti, asimmetrie, stratificazioni e giochi di trasparenze. Una collezione che cita ancora gli anni ’90 e gli strascichi cyperpunk, la rave-culture e l’androginia, con abiti che vivono sul sottile confine tra sperimentale e portabile, riuscendo a combinare con incredibile grazia ed invidiabile semplicità i due mondi, come solo i sognatori che hanno il dono della concretezza riescono a fare.

co-fondatore e direttore

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