Urbanears | SS2012

Tolti i pregi – resa del suono, linee pulite, logo “imboscato” quanto basta per non sentirti una pubblicità che cammina e canticchia – le Urbanears hanno un unico, grande difetto: sembrano dei macarons, soprattutto nei nuovi colori cream, sage, grape (che ti pare pure di sentirli gli odori e i sapori: menta, panna, uva) e m’immagino già, in questa estate sotto mentite spoglie che chiamano primavera, a girare tra i palazzi grigi della periferia, il vento tra gli alberi, i profumi che arrivano dalle case e dai negozi di kebab, pollo alla brasa, souvlaki, ché in questa stagione – sarà la luce, saranno le molecole piccanti che mi s’infilano su per il naso – se entro nella mia bolla musica, tenuta a quel volume perfetto che tiene fuori le voci e lascia entrare solo i bassi dei bus che ti passano accanto o le urla di una mamma dalla finestra, gli stridii indecifrabili e ad alta frequenza dei ragazzini che escono da scuola, mi sembra di stare in qualche altra città. E fare il turista addirittura nel tuo quartiere è una delle sorprese più grandi che potrebbero capitarti girato l’angolo di casa (ma a volte basta guardare per aria, là dove occhio non si posa se non per controllare se dei piccioni stanno per cacarti in testa) e – facci caso – da turista hai più fame del solito, soprattutto quando sei da solo. Quindi occhio alle cuffie che metti: un paio di Urbanears qualsiasi – dalle grosse Plattan giù giù fino alle minuscole Bagis, passando per le Tanto e le Medis – quando l’acquolina da esploratore del mondo ti sale in bocca, sono a rischio “addentamento improvviso”.

co-fondatore e direttore

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