Dall’altra parte non c’è più nessuno

Questa è una storia che arrivata a me – attraverso visioni burroughsiane – da un altro me, vissuto qualche anno fa in quel di Bologna in una casa piccola come un grosso ripostiglio, un buco nero che non lasciava andar via fumi verdi e molecole di pasta al tonno, né la flebile luce rinchiusa nel pozzo dei palazzi che allungavano i loro colli pallidi da quartiere bene e post-fascista a coprire il sole e derubarci di ogni singolo raggio – e infatti in due anni lì, nemmeno l’ombra, o meglio solo quella – tanto che se ti svegliavi, sudato d’aglio, verdicchio e peperoncino alle tre del pomeriggio potevi lo stesso sentirti mattiniero e la pioggia la riconoscevi solo dal mormorar delle grondaie; venti metri quadri o giù di lì dalle pareti di cartone che pure ti dicevano shhhh – non disturbare l’esercito di formiche anziane dai piedi di babbuccia, polanskiana introduzione in una vita che potevi definire da studente solo per i libri che s’accatastavano sul tavolo, insieme a mucchi di videocassette registrate a velocità LP per farci stare dentro tutto un sabato di Fuori Orario che in serate visionarie, sul divano/letto/barella a scomparsa si smagnetizzava in un Blob casuale (spesso sagace non meno dell’originale) di film d’autore, tg e pubblicità anni ’90, insieme a disegni scarabocchiati da ore di artificiosa concentrazione e inerzia, altri nastri e la tessera (un salasso, da accollarsi in comproprietà di quanti più cinefili riuscivi a convincere) de L’Occhio Privato, quella della Sala Borsa e della Fonoteca, sotto a torri di cd da masterizzare col portatile da cinque chili, word sempre aperto che non si sa mai, l’ispirazione, tra scrosci di risate ad occhi rossi, l’azzurro dello schermo costantemente acceso, tra miliardi di visioni pre-web via nastro, etere o libri portati a casa dalla biblioteca e storie che s’interrompevano a metà come in un Carver da sfogliare durante l’aperitivo al Pratello, a far boccate d’aria sconosciuta e traballanti Refosco e Cabernet a 1,20€ (noi che venivamo dall’ottimo bianco a 500 lire delle colline lontane), i manifesti, il programma della Cineteca, i biglietti dell’interregionale mangiati via per fare i filtri, prima di un rumoroso ritorno a casa che si fermava sul portone d’ingresso e poi il silenzio, quasi fosse arrivato qualcuno dal cielo a toglierci la voce per non svegliare i vecchi zampa-di-babbuccia, il cucinino porzione singola dal muro chiazzato di polpa Tesori dell’Arca, un ultimo bicchiere dal mini-frigo, lì dove finiva la notte e ne cominciava subito un’altra.

E in quella casa, fatta per star stretti in due (nelle vesti di me medesimo – sulla carta d’identità – ma un altro nella sostanza, insieme alla mia compagna dell’epoca, vecchia amica, mamma, sorella tutto insieme) e portare entrambi a trasformarsi in ombre, abitava insieme a noi, ad “equo canone” – da pagare magari con la spesa, una bottiglia, un terzo della tessera-salasso di cui sopra – un altro vecchio amico, Enea (Montecchiani, ma con quel nome lo chiami solo Enea), per caso o per una di quelle strane cose che parti da lontano per far succedere e te ne rendi conto solo dopo.
Enea all’epoca si faceva il bis (o il tris?) di una Bologna da fuorisede che negli anni è rimasta tale e quale: nostro cicerone personale, pusher di cultura, cuoco sopraffino all’occorrenza, spariva per giorni senza lasciar traccia e tornava in vesti nuove – cameriere, raccontastorie, giornalista – aprendo buchi tra quelle quattro cupe mura e portandoci, quand’era in vena di nostalgia, nella sua Bologna da studente, tra storie di gente chiusa in casa per mesi a viver solo di Gazzetta dello Sport, lavori allucina(n)ti, coinquiline misteriose e confusione d’artista, i cortei studenteschi, le feste dove perdersi le scarpe, trame di voci, soprattutto, che s’intrecciavano tra finzione e realtà.

Un mondo, quello creato/raccontato dalle parole di Enea, che lui aveva iniziato a scrivere nel ’96, mettendoci dentro il Burroughs de Il Pasto Nudo e le giornate a fare niente in casa, l’osteria di Osvaldo, la realtà distorta da prendere come un object trouvé, i film, i libri, l’università-parcheggio e il lavoro “che nobilita” (attualissimo, mai come ora), vagonate di paranoia e una Bologna paludosa che infetta, distorce e che nella tua testa cessa d’esser luogo per diventare contenitore astratto; un mondo che è arrivato sulla scrivania di Danilo Santinelli, illustratore di gran talento, vecchio amico e soprattutto ex-coinquilino di Enea, l’unico – in questo e in mille altri universi – che poteva trasformare questa storia in una graphic novel impressionista che ti entra sotto pelle, che sotto alle sue mani diventa uno di quei buchi che ti porta in altri luoghi ed altri tempi, tra particolari sfocati e pieni di pixel come i ricordi, muri pallidi, uomini che sembrano solo ombre di se stessi, aloni piatti e quasi trasparenti che si mischiano allo sfondo.

Dall’altra parte non c’è più nessuno, questo il titolo della graphic novel pubblicata online da Rrose (e ritorna pure Duchamp), particolarissima e coraggiosa associazione culturale marchigiana fondata da Massimo De Nardo, che vive attraverso una serie di books d’artista da sfogliare online e un bimestrale su carta con un numero all’attivo ed uno di prossima uscita.

Dall’altra parte non c’è più nessuno
perché ora, a pensarci bene, ora siamo tutti qua.

co-fondatore e direttore

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