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The book is on the table | Valentina Tanni


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La porta nel muro
di 

H.G. Wells
Arnoldo Mondadori Editore, 1991

Questo libro l’ho comprato in una libreria di quelle dove non vale l’ordine alfabetico, né per titolo, né per autore. E dove all’entrata non c’è la piramide con i best-seller, le guide di cucina e i manuali su come diventare un leader. Una libreria, insomma, che non esiste più. Avevo da poco scoperto Jorge Luis Borges grazie a un corso universitario, Letterature comparate, che aveva una bibliografia fritto misto di quelle che piacciono tanto a me: saggi, romanzi, racconti, tutto mescolato. E il filo conduttore lo trovi (forse) solo alla fine. Dopo aver letto un paio di volte di fila Altre inquisizioni, di cui mi rimangono stampate in testa almeno una decina di frasi (una ho pensato addirittura di tatuarmela, in un pomeriggio eroico, ma per assurdo è l’unica che poi ho dimenticato), comincio a divorare tutto quello che trovo di Borges.
Finché, in un pomeriggio della metà degli Anni Novanta, in uno scaffale della suddetta libreria, trovo questo libricino Oscar Mondadori, una ristampa del 1991 in edizione economica di un libro uscito per La Biblioteca di Babele, mitica collana curata da Borges per Franco Maria Ricci negli Anni Ottanta (che poi, per la serie “sentieri che si biforcano”, una decina di anni dopo sarei finita a lavorarci per FMR, seppure nella sua versione post-Franco Maria).

La porta nel muro, di Herbert George Wells, è una raccolta di racconti. Come spiega Borges nell’introduzione, Wells scrive tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e già “prefigura e supera, con mezzo secolo di anticipo, tutte le posteriori opere di fantascienza”. Per chi non avesse dimestichezza con la sua opera, vi basti sapere che è anche l’autore de La guerra dei mondi, di cui probabilmente avrete visto l’adattamento cinematografico firmato Spielberg qualche anno fa (ma se vi capita andatevi anche a ripescare il primo film, eccezionale, degli anni Cinquanta).

I racconti di questo libro che, insieme ad alcuni scritti di Calvino, è quello a cui torno più spesso, rileggendolo, intero o a pezzi, ogni qualvolta mi sale la paura di averlo dimenticato, sono tutti folgoranti. Ti prendono e ti portano dentro, senza possibilità di fuga. E non importa se i fatti raccontati siano incredibili (ma mai più di tanto), o se i personaggi appartengano inequivocabilmente a un’altra epoca. La narrazione riesce a viaggiare nel tempo e si radica nel presente, si svolge accanto al lettore, anzi, dentro al lettore. 
Leggere questo libro mi serve per ricordare una cosa, semplice e importante: che la realtà è infinitamente molteplice, e che se si fa attenzione, di quando in quando si può intercettare una finestra spalancata su un universo sconosciuto. E questi squarci nel tessuto dell’ordinario – siano essi porte trovate e poi perdute, uova di cristallo capaci di connettere galassie lontane, oppure semplicemente consapevolezze improvvise che arrivano la domenica mattina – vanno ostinatamente ricercati.

[/wpcol_2third] [wpcol_1third_end id=”” class=”boxdx” style=””]VALENTINA TANNI

Valentina è nata a Roma nel 1976, città dove, contro ogni ragionamento di opportunità, si ostina a restare. Alle scuole medie capisce che la cosa che le interessa di più è l’arte e comincia a disegnare un po’ su tutto quello che le capita a tiro. Poi finisce al Liceo Artistico, dove passa cinque degli anni migliori della sua vita tra libri, musica, autogestioni e murales. Dopodiché sprofonda nei libri di storia dell’arte, da cui non sarebbe mai più riemersa. Nel 1996 scopre Internet e capisce da subito che la vita post-modem sarebbe stata tutta un’altra storia. Si interessa del rapporto tra arte e tecnologia, lavora per riviste di settore, insegna, scrive e cura mostre. Appassionata di multitasking, trova sempre il tempo per aprire nuovi blog e per suonare il basso in una misteriosa band della Capitale.

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