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The book is on the table | Vento dal nulla

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VENTO DAL NULLA [o IL VENTO DAL NULLA] di James Ballard

Gli ultimi, apocalittici articoli di questa rubrica rendono chiaramente l’idea di quanto il sottoscritto sia influenzabile dagli eventi esterni, eventi che nelle ultime settimane continuano a dirottare recensioni che in testa sono praticamente già scritte ma che quando arrivano sullo schermo vengono scalzate via da impulsivi ed improvvisi mutamenti d’animo: articoli che si scrivono da soli e parole che a tutta velocità atterrano sulla tastiera e si innestano in periodi che se ne sarebbero tranquillamente restati al loro posto, se deliri di stampo catastrofista non glielo avessero soffiato.
Il fatto è che forse per la prima volta nella vita sono seriamente preoccupato: più di quando mi sono trovato di fronte ad una caldaia che stava per scoppiare, più di quando ho visto la mia prima biscia sollevarsi di botto e sibilarmi in faccia in serpentese (vedi Harry Potter), persino più di quella volta in cui (41,5 di febbre) milioni di mosche avevano deciso di prendermi a bastonate (con milioni di bastoni tutti identici, quelli dell’asso delle carte da briscola) ed io per ore sono scappato via in labirintici livelli mentali tipo gioco arcade.
Un regista di commedie romantiche chiamato a girare un corto sulle inquietitudini del non più giovane SS inizierebbe il film con una ripresa a volo d’uccello stile Google Earth che planerebbe sopra i disastri naturali e politici del nostro tempo, sorvolerebbe i conflitti, evidenzierebbe con ben studiati movimenti di camera gli effetti domino, le conseguenze che a cascata raggiungono chiunque dovunque, per poi abbassarsi verso un brulicante ma immobile stivale, entrando con l’occhio della macchina da presa in poche ma rappresentative stanze e cogliendo scampoli di discorso a rappresentanza di tutta la piccolezza dell’italica specie, per spiccare l’ultimo salto verso Bologna e lì, abbandonandosi alle correnti d’aria, arriverebbe proprio sopra alla testa del sottoscritto, intento a stendere al sole tutine, felpine, bodyni, mini-calzini e tutto l’inzaccherato guardaroba infantile di sua figlia. A quel punto un ben studiato raggio di luce entrerebbe nell’inquadratura proprio mentre l’espressione del protagonista – toccato per la prima volta, simbolicamente, attraverso la macchina da presa, dalla pre-(nel senso originale di prima)occupazione per qualcun altro al di sopra di se stesso – si gela nella tensione, bloccato come da una camicia di forza dopo l’improvvisa comprensione dello stato delle cose, nella loro totalità, che la ripresa a volo d’uccello gli ha appena ficcato in testa.
Ammazzate oh…

Ed eccomi qui, a seguire nottetempo dietrologici indizi sul domani che verrà e a tirare fili che non portano in alcun posto a parte la grossa matassa rossa che tanto non riuscirò a districare e al massimo potrò lasciare in eredità.
Ma l’orrore (questo ma anche questo) è del nostro tempo e non sembra poi più molto fantascienza pensare di svegliarti domani in quello che è l’apparentemente innocuo inizio di un incubo, come un terremoto, un maremoto o magari giusto un piccolo disastro nucleare…
Oppure, come in Vento dal nulla di Ballard, trovarti costantemente, giorno e notte, sotto ad un fortissimo vento che non smette mai di soffiare e nessuno sa spiegare il perché. All’inizio vai avanti con la vita di sempre – prima o poi passerà – solo che ogni giorno diventa un po’ più difficile dell’altro, e quello continua a soffiare e soffiare, sempre più veloce. Ti abitui a non aprire porte e finestre, a sentire la sua voce, che diventa più forte da un minuto all’altro, che non ti lascia mai nemmeno per un istante. Poi inizi a vedere gente che vola via, auto che si schiantano le une sulle altre e contro ai palazzi; alberi sradicati sbattuti sulle case; torri che crollano, muri che si sgretolano, intere città cancellate pezzo dopo pezzo. E non è come un uragano, che ha un inizio e una fine: il vento non si sa da dove arrivi, non si sa perché. Dicono che riusciranno a costruire edifici capaci di resistere, se la prospettiva è che il vento non si fermi mai. E quell’ultima parte, la prospettiva che non si fermi mai, ti fa rabbrividire. Mentre il mondo pian piano si sgretola, spazzato via, senza alcun reale motivo, come qualsiasi apocalisse immaginabile.

Non un capolavoro, ma Vento dal nulla è il primo romanzo di Ballard – anche se poi il suo autore l’ha quasi ripudiato, definendolo alla stregua di un hackwork, un’opera su commissione – e primo della “quadrilogia degli elementi” al quale seguono il ben più notevole Deserto d’acqua (presente insieme ad un altro bellissimo romanzo – Condominum – nella raccolta di Urania che ho io, anno 1981, e che ormai puoi trovare solo nei mercatini) Terra bruciata e Foresta di cristallo.
Non un capolavoro, poi, anche perché le traduzioni di Urania erano quel che erano.
Ma da leggere assolutamente, per esorcizzare un po’ di quell’ansia collettiva e privata che proprio come il vento del romanzo sembra non lasciarci mai e della quale pare già di sentire il rumore, ogni giorno più forte.

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