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in acque profonde

The book is on the table | In acque profonde

in acque profonde

Confesso che questa settimana non ho letto niente.
Preso da mille impegni ho vissuto praticamente appiccicato a uno schermo: computer, iphone, mail che arrivano, comunicati da leggere, inviti, facebook, rompiscatole, nord-Africa in fiamme, premier che non si dimette e cambia discorso su qualsiasi cosa, intercettazioni delle conversazioni al citofono dei miei vicini, serie-tv per momenti di relax notturno, avvisi per lavanderia, mostra, aperitivo, chiama X, fatti mandare materiale da Y, Z, K, W, C.
Quindi, seduto sul mio pensatoio (la tazza del cesso) rimuginavo su quale libro avrei potuto recensire andandolo a pescare indietro nel tempo.
L’ispirazione è arrivata da un ombra sulla porta del bagno. Quest’ombra.
Come ci è andata a finire la mano di un mostro marino sulla porta del mio bagno? O è un pazzo sfigurato da un incendio che torna per cercare vendetta ma sbaglia indirizzo?
In realtà sono i tre spazzolini + portaspazzolino sopra al lavandino.

E lì c’è stato il cortocircuito lynchiano. Ombra lynchiana, eureka lynchiano, metodo lynchiano. Tutto lì, davanti a me, sulla tazza del cesso.
Non è stato un caso (leggi questo libro e saprai perché): quella era semplicemente la risposta, con molti meta davanti, alla mia domanda.
Che poi proprio dal bagno sia arrivato il la per parlare di un libro che si chiama In acque profonde aggiunge atmosfera alla storia.

In acque profonde è un libro di Lynch. Ma lasciamo perdere il Lynch regista, o meglio lasciamo perdere i suoi film, o meglio ancora non ne parliamo ma diamoli per visti, assimilati, sia tu che io conosciamo la sua filmografia, il percorso, le pietre miliari, la bellissima pecora nera ma non troppo (Una storia vera).
Qui si parla del (e parla il) Lynch rassicurante, o il suo esatto contrario: quel Lynch che twitta con lo stesso stile che avrebbe un capo scout; quel Lynch che ha una sua trasmissione via web di previsioni (o per meglio dire, constatazioni) del tempo; soprattutto quel Lynch che fa conferenze per promuovere la Meditazione Trascendentale, di cui è praticante e gran promoter in giro per il mondo.
Quel Lynch che spiega qui, in una via di mezzo tra diario, guida per principianti e (poi spiego il perché) brochure di lusso, come pescare idee. Pescarne di grosse.

http://www.youtube.com/watch?v=K0RrQWFWqu8

Il suo metodo, ti dico la verità, fa anche un po’ incazzare, perché tira fuori continuamente la sua MT ma poi non la spiega mai effettivamente, non come un manuale almeno. E’ l’esca per farti andare in uno dei centri dove la praticano. E un po’ ti viene il dubbio che questo libro sia fondamentalmente, appunto, una brochure – che incredibilmente hai anche pagato per avere – che ti invoglia ad iscriverti a dei corsi che probabilmente non avresti tempo di, e denaro per, frequentarli.

Ma poi provi. Da solo. Fai-da-te. Ed è nel momento del bisogno che arriva l’ispirazione e cominci, se non ad immergerti in acque profonde, almeno a mettere timidamente un piede nell’acqua.
Io ho iniziato cullando mia figlia, quando aveva pochi mesi. Quindi in una situazione di stress e allo stesso tempo alla ricerca disperata di un po’ di calma, per me e per lei: stupida illusione da neo-papà, convinto di poter rubar innocenza e quiete da un diavoletto in cui tutto – cuore, neuroni, cellule – va più veloce di quanto tu riesca ad immaginare.
Ma cullando cullando culli anche te stesso, a luce spenta, spingendo fuori ogni pensiero a suon di nenie rallentate e bofonchiate, toni bassi, per mettere il cervello in vibrazione, ogni muscolo in azione, scioltezza, paterna plasticità di movimento, facendo così – anche se Lynch in questo caso non c’entra niente: puro e semplice metodo-Sbarbati – lo spazio/tempo per un momento subirà quella distorsione seppur piccola piccola, che ti permetterà di intravedere l’oceano, l’abisso, sotto di te. Dentro di te, in realtà.

Torniamo a Lynch.
Lui dice di andare a fondo, giù dove si pescano i pesci più grossi, ché se rimani in superficie ti devi accontentare di ridicoli pesciolini ed acque poco limpide.
Se non hai figli piccoli a disposizione ti serviranno solo due cose: una stanza, del tempo.
Chiudi gli occhi e se non sei del tutto ottuso vedrai quei tipici caleidoscopi confusi. E’ la luce? mi chiedi. In 30 anni o quanti ne hai non hai mai provato a chiudere gli occhi al buio e fare attenzione a ciò che vedi? ti rispondo.
Anche al buio: caleidoscopi colorati, stavolta meno confusi.
Fissali come guarderesti uno stereogramma (sempre 30 anni e non sai cos’è uno stereogramma?). Ovvero vai oltre, come fossero quei disegni che le maestre di asilo ed elementari appiccicano sui vetri a Natale. Tu guarda oltre il vetro. Farai un po’ di fatica: a mettere a fuoco con gli occhi ci siamo abituati, con il cervello un po’ meno.

http://www.youtube.com/watch?v=WSXhb0kPXLc

Ti capiterà di riuscire ad intravedere qualcosa, al di là, ma poi di cadere indietro, al livello precedente, tipo videogioco. Ma tu continua a provare. 20 minuti e avrai sorpassato già qualche “vetrata”, sarai sceso in acque più profonde e lì vedrai pesci più grossi. Figurativamente parlando, è ovvio. Non sono pesci ma pensieri, idee. Tue ma non effettivamente tue. Non le hai ancora prese.
E più vai giù e più vedi nuovi strati, ed altri ancora. Non so dove si arriva. Se si arriva. Prendi i pesci che puoi ma non accontentarti mai.
Anche se bisogna ammettere che quando ti spingi a livelli dove non eri mai arrivato – almeno da sobrio – e poi capita qualcosa che ti fa tornar su, indietro, daccapo, di botto, ti mangeresti le mani… E questo qualcosa può essere semplicemente il vicino che tossisce o qualcosa di più infido come una barchetta che dal tuo confortevole, eroico abisso, ti accorgi che sta arrivando, si avvicina sempre più, eccola sopra di te, butta la rete, ecco la rete, eccoti dentro alla rete, te ne torni su, indietro, daccapo, senza poterci far niente. E la barchetta era quel pensiero, il tuo, che ti sei accorto che stava arrivando ma proprio non ce l’hai fatta a tenerlo lontano. Pensiero vanitoso, bisognoso d’attenzione. Geloso del tuo abisso comodo comodo dove per lui non c’è spazio.

co-fondatore e direttore
  1. Bella la foto dell'ombra, io ci lavorerei…Anche io ho bisogno di idee, chissà se se la zuzzano in ufficio che ho bisogno di una stanza, di buio e tempo. Comunque il libro mi ha incuriosito, bel post, come sempre.

    1. Grazie Valentina ;)
      L'ombra la lascio tranquillamente in affidamento a chi ha voglia e tempo per farci sopra qualcosa…
      Per l'ufficio… di questi tempi è già tanto averne uno, e quindi di conseguenza un lavoro. Meglio rimandare richieste di stanze buie ad altri momenti storici!

  2. ehehehe, il luogo di lavoro spesso è un luogo interiore, infatti è molto interessante notare come una stessa location sia percepita in maniera totalmente diversa da persone che vi lavorano insieme. Meglio forse di una stanza al buio è un pc in rete. Comunque un perfetto mezzo di evasione e il regolare compromesso per ritagliarsi il proprio spazio pur all'interno di un open.

    Chi si estrania è perduto!!Buon lunedì :-)

    1. Non sono d'accordo sul "chi si estrania è perduto".
      Al contrario credo che lo sia chi non si estrania.
      Viva i dieci minuti persi a fissare le mattonelle del bagno dell'ufficio e andare quindi al cesso senza la natura che chiama né dover fumare di nascosto.
      Viva il perdersi nei fogli delle pratiche, nei pixel di uno schermo, nel suono degli spicci nella macchinetta del caffé. Viva lo spegnere il cervello e non ascoltare per ore nemmeno una parola che esce dalla bocca di quelli che ti stanno attorno.
      Viva il cercare ogni giorno un percorso diverso per andare al lavoro, a costo di doversi svegliare 1h prima. Viva le oche del parco e la musica punk in cuffia di nascosto.
      Fanculo il network di tanto in tanto!

  3. Ma il mercato del lavoro attuale, che è fatto di persone, non le vuole le persone che si estraniano…o, se le accoglie per un periodo molto transitorio, le fa sentire sempre in prestito :-( E chi parla si estrania spesso, ma può garantire che quando torna ha sempre le pile ricaricate :-)

  4. Sì, soprattutto perché per molti fare network significa collezionare "richieste di amicizia" "accettate" che poi muoiono lì senza che mai si sia scambiata con le persone che si celano dietro ad un "profilo" una qualche forma di comunicazione.

  5. è molto bello quello che scrivete, ma, ritornando a David Lynch, secondo voi "Tween piks"è tutto frutto di meditazione trascendentale? perchè se così fosse giuro che da domani mattina mi alzo alle 5 per trascendere al buio.

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