Sachiko Umoto: pensieri fra il monte Tanzawa e l’Italia

Ho avuto modo di immergermi nel mondo illustrato di Sachiko Umoto trovando, casualmente, dei suoi libri qui a Berlino. Nonostante fossero nell’edizione giapponese, per me incomprensibile, ho tuttavia capito immediatamente, attraverso il suo stile chiaro e semplice, l’intento e la filosofia da cui nascevano. Sachiko insegna a grandi e piccoli (e l’ordine non è casuale!) che la gioia del disegno appartiene di diritto a tutti noi, basta solo lasciare andare il proprio… Kimamani.

Ringrazio la signorina Okamoto presso la casa editrice BNN per la disponibilità e la cortesia dimostratami e il mio amico Motoya Kondo per la traduzione dall’inglese al giapponese e viceversa, senza cui questa intervista non sarebbe stata possibile.

Ciao Sachiko, grazie per esserti resa disponibile a questa intervista. Cosa stai facendo in questo momento? Cosa vedi dalla tua finestra?

Ciao! Grazie a te per esserti interessato ai miei lavori. In questo momento sono casa in totale relax: fra poco darò alla luce due gemelli, la mia pancia è così pesante che non posso nemmeno andare in giro per casa liberamente! Dalla mia finestra posso vedere in lontananza il monte Tanzawa.

Sei mai stata in Italia? C’è qualcosa che ti piace in particolare del mio paese?

Quando ero studentessa ho viaggiato in Europa. In Italia sono stata a Roma, Milano, Firenze e Venezia. Sono rimasta molto colpita e allo stesso tempo ho sentito un sentimento di gelosia nel vedere che le città traboccavano di monumenti storici e musei e che tutto ciò era una realtà tangibile. Alcune città erano anche  relativamente piccole ed era bello girarle a piedi, il cibo era delizioso, la gente solare. Tutti questi aspetti hanno fatto sì che l’Italia divenisse il mio paese preferito in Europa. Ho anche lanciato una monetina nella fontana di Trevi, per cui spero di poterla visitare di nuovo in futuro.

Te lo auguro! C’è qualcosa in casa tua che non hai ancora disegnato e che vorresti prossimamente disegnare?

Ci sono tante cose in casa mia che non ho mai disegnato, ma sono interessata alle situazioni più che agli oggetti. Ho recentemente fatto delle illustrazioni su come addestrare un cane, un progetto molto interessante di cui io in prima persona ho fatto esperienza con il mio cane, ma dopo che i bimbi saranno nati credo che disegnerò molto anche riguardo a questa esperienza.

Mi piace molto il tuo modo semplice e gradevole di disegnare. Osservando i tuoi libri ho la sensazione di essere trasportato in un’altra dimensione dove, passo dopo passo, tutto diventa possibile. Il tuo stile così preciso permette comunque ai lettori di svilupparne uno proprio. Che tipo di sentimenti chiedi a coloro che si approcciano alle tue opere?

Grazie! Gli adulti spesso pensano che disegnare sia molto più complicato di quanto in realtà non lo sia, tuttavia avvertono anche  un sentimento che spinge loro a dover disegnare bene. Mi rattristo quando dicono che non possono disegnare, che non hanno dentro di loro alcun senso del disegno, eppure quando erano bambini si doveva disegnare sulla carta senza porsi problemi di questo tipo. Anche io sono, tuttavia, una persona ormai adulta e quindi posso comprendere questo tipo di sentimenti, per cui sarei felice se i miei lettori leggessero i miei libri ricordandosi che disegnare è qualcosa di molto semplice e gioioso. Spero che i miei libri possano essere un punto di partenza, mostrando alcuni semplici consigli sul disegno.

Sembra che i tuoi libri abbiano un target molto vasto, cosa mi dici al riguardo? Pensi che probabilmente il target cambierebbe in una eventuale pubblicazione in Europa?

Il target a cui mi rivolgo principalmente è un pubblico femminile fra i 25-30 anni. Non sono pensati, a dire il vero, per un pubblico infantile ma, come dicevo prima, la mia intenzione era far riscoprire le gioie del disegno ad un target adulto.
Sembra, comunque, che vengano apprezzati sia dai bambini che da donne adulte. Riguardo l’Europa, beh… credo che la vita giornaliera sia molto più a contatto con l’arte  di quanto non accada qui in Giappone, non so francamente immaginare come libri del genere possano essere accolti.

Ciò nonostante è innegabile che opere come le tue possano essere d’aiuto anche ai bambini e ai genitori. Ci sono scuole che li hanno adottati in programma? Hai mai ricevuto riscontri da maestri, insegnanti o genitori?

Non sono mai usati in forma ufficiale, ma è capitato che studenti o persone intorno a me abbiano letto i miei libri senza sapere che ne fossi io l’autrice. Sento spesso anche di gente che li compra a bambini a cui piace disegnare oppure di maestri di asili nido che li utilizzano come materiale pedagogico. Pure gli adulti mi dicono spesso che sono molto piacevoli anche semplicemente da sfogliare oppure che li trovano utili in ambito lavorativo. Alcuni bambini, a volte, mi mandano disegni che hanno copiato dai miei libri, spesso riarrangiandoli, e rimango sempre molto sorpresa dalla loro flessibilità, è magnifico!

Credo che la cultura giapponese abbia un approccio molto speciale al disegno. Secondo una teoria scientifica i giapponesi grazie al loro sistema di scrittura (hiragana e katakana in tutte le direzioni) sviluppano l’emisfero celebrale destro (la creatività e l’immaginazione) più dell’emisfero sinistro (la razionalità), come diversamente accade, invece, nei paesi occidentali. Cosa ne pensi? Credi che in qualche modo la vita quotidiana dei giapponesi sia costantemente relazionata al disegno?

Mmm…. Non sono sicura. A dire il vero non ho mai riflettuto sulla differenza di scrittura fra Occidente ed Oriente, ma potrebbe, in effetti, esserci uno speciale segno distintivo nel modo di esprimersi giapponese. Per esempio un fenomeno molto diffuso in Giappone  è il “Purikura” (ovvero “print-club”,  le note cabinette fotografiche diffuse in tutto il Giappone usate per scattare piccole fotografie con i propri amici, adesive, colorate e personalizzabili. N.d.R.) che ti permette di poter personalizzare graficamente le tue fotografie, ne fa largo uso non solo la gente che ama disegnare, c’è addirittura chi decora anche il libro in cui poi verranno attaccate, e lo fa solo perché è carino farlo (Sachiko utilizza il termine “kawaii” che oltre a significare “carino”,”grazioso”, in Giappone è un vera e propria espressione artistica. N.d.R.). E’ proprio vero che tutto ciò rappresenta qualcosa fuori dall’ordinario e quindi riconducibile più all’immaginazione che non alla razionalità.

Uno dei più importanti artisti e grafici italiani, Bruno Munari, ha scritto una volta nel suo saggio “Fantasia” che la gente pensa semplicemente che i bambini siano dotati di grande immaginazione, ma che a dire il vero ciò non è propriamente così. Munari afferma che i bambini eseguono qualcosa di molto semplice: combinano le cose che già conoscono (la mamma, il papà, la casa, l’albero, i fiori, gli animali domestici e così via…) con ciò che non conoscono ancora bene. Secondo questo assunto se la loro conoscenza non viene sollecitata non possono espandere la loro immaginazione. Per questo motivo, continua Munari, se vogliamo aiutare i bambini a nutrire la loro immaginazione dobbiamo fornire loro più informazioni possibili per consentire di costruire un numero maggiore di connessioni e relazioni. Cosa pensi di questa posizione? Come veniva affrontato il momento del disegno quando andavi alle elementari? Credi che non stiamo dando abbastanza spazio ai bambini per consentir loro di esprimersi e costruire la loro immaginazione?

E’ molto interessante l’ipotesi che la conoscenza e l’immaginazione siano frutto delle relazioni e dei collegamenti. E’ molto illuminante anche per me. Concordo nel dire che molte delle nostre esperienze sono una grande risorsa per la nostra immaginazione. Sono stata molto fortunata ad avere una bravissima maestra alle scuole elementari: ci aiutava a creare barchette da ceppi di legno, animali con carta colorata (ricordo di aver realizzato un coniglio color porpora), oppure si andava nei cantieri e facevamo degli schizzi, imparavamo come utilizzare il coltello per curvare e realizzare delle maschere (simili alle maschere del teatro Nō), affrontando molti temi stimolanti. Entravamo in contatto con molti materiali e differenti motivi: muovere le mani per creare qualcosa era già di per sé una gioia! Quando poi ho frequentato le scuole medie l’unica cosa importante era che noi ci ricordassimo quale quadro è stato fatto da quale pittore, trovavo tutto ciò molto noioso e privo di senso. Se c’era un cavallo che volava, allora Chagall, se c’era un orologio che si scioglieva, Dalì, se era un dipinto statico, Cézanne etc. (ride). Ho chiesto anche a mio marito com’era nella sua scuola. Il suo maestro si arrabbiava se i bambini non coloravano la pelle utilizzando il color pesca o se non si usava il giallo o l’arancio per colorare il sole. E’ molto sfortunato chi capita in classi del genere! A tal proposito nelle confezioni giapponesi di pennarelli e pastelli c’è proprio un colore chiamato “Hadairo” (color pelle): questo rappresenta il lato noioso dell’educazione artistica qui da noi.

Nel tuo libro How to sketch parli di un concetto giapponese che letteralmente è “Kimamani”, che vuol dire “lascia fluire la tua energia e sentiti libero”. Trovo che questa parola sia molto interessante. Come eserciti il tuo “kimamani” nella tua vita  giornaliera? Quali sono le cose apparentemente più normali e banali che ti aiutano a rilassare il tuo spirito come ad esempio una tazza di te caldo?

Amo il tè! Sono per natura molto pigra per cui tendo anche a non complicarmi troppo la vita. Mio marito è molto più “kimamani” di me, per cui parlare con lui mi rilassa molto. Anche quando accarezzo il mio cane mi tranquillizzo. Quando disegno, a volte cerco di essere rilassata di proposito, può succedere che i primi disegni mostrino un po’ di tensione, per cui disegno alcune linee un paio di volte, proprio come il riscaldamento che si fa nello sport. Cerco anche di liberare la mia testa osservando foto, disegni o libri di altri artisti.

In molte tue illustrazioni appare il tuo cane. Qual è il suo nome? Cosa fa quando tu sei concentrata al tuo tavolo da disegno? Hai altri animali?

Il mio primo cane si chiamava Pero. E’ sempre stato a casa sin dalla nascita, per cui non ha mai avuto paura degli umani ed era molto affettuoso con chiunque. Pero purtroppo è mancato, adesso c’è Maru che ho preso da un canile, ha un po’ paura delle persone. Per lui ho frequentato dei corsi speciali per poterlo allevare nel modo più corretto. Così come faceva Pero, anche Maru dorme in una cesta vicino al mio tavolo da lavoro, oppure gironzola intorno, o mi chiede di metterlo sulle mie ginocchia. E’ un toccasana mentre sono a lavoro.

Quali sono gli strumenti del mestiere? Che tipo di penne o carta prediligi?

Di base penne, album di carta ruvida e il computer. Come matite utilizzo generalmente le 2B o 3B della Staedtler. Gli album di carta ruvida sono di una marca giapponese, la Maruman. Sono sempre stata abituata a disegnare su carta e colorare tutto poi al computer.

Quanto tempo impegni per la realizzazione di un libro, come ad esempio Sketching with one pencil workbook?

Per la pianificazione e la realizzazione finale circa 4-5 mesi. Il tempo che impiego per scrivere un libro è di circa  2-3 mesi.

Hi studiato presso la Tama, l’università di arte a Tokyo, poi hai lavorato in una compagnia di videogiochi e dal 2000 svolgi il tuo lavoro in proprio. Cosa mi puoi raccontare dell’esperienza all’università, è stata un’esperienza per te positiva?

Gli esami all’università di arte sono estremamente complessi, ad essere sincera i primi 2 anni sono stata respinta, perdendo la possibilità di fare ciò che volevo. Al terzo anno ebbi la possibilità di viaggiare in Europa e in quel periodo capii cosa significasse sentirsi liberi e felici di disegnare, da quel momento cominciai a disegnare qualsiasi cosa mi venisse in mente. Poi cominciai a disegnare soggetti che riguardassero me, situazioni che mi rendevano felice come le splendide persone che incontravo.

In Giappone molte donne che amano il mondo dell’illustrazione decidono di tentare la carriera come autrici di manga. In Italia c’è una grande comunità che apprezza molto il mondo dei manga e delle animazioni giapponesi. Hai mai pensato di diventare anche tu autrice di manga? Pensi che un consumo eccessivo di fumetti, come l’uso che si fa dei manga in Giappone, un mondo fatto di immagini “già pronte”, possa porre un limite alla fantasia?

Quando ero adolescente amavo molto l’animazione giapponese, volevo anche io fare cartoni animati. Passavo molto tempo a disegnare e copiare i character designer che più mi piacevano. Non so perché ma non ero molto brava in questo, è molto infantile ma ho anche disegnato un manga. Attualmente, qualche volta, utilizzo l’animazione come lavoro e per certo sono stata influenzata da ciò che ho amato in passato. In Giappone i manga e l’animazione sono delle realtà molto vicine alla vita quotidiana. Ce ne sono di tutti i tipi e per tutti quanti, suddivisi in genere, proprio come i film e i romanzi, per cui abbiamo imparato a crescere facendone grande consumo, in modo abbastanza spontaneo e naturale. Se ti capita di vedere un vecchio manga o cartone, ti viene subito in mente  com’eri a quel tempo. Un aspetto se vuoi sorprendente è come lo stile manga, con le particolari proporzioni facciali, sia diventato un segno distintivo della cultura giapponese nel mondo. Per rispondere alla tua domanda credo che così come nessuno dica che vedere troppi film possa limitare la tua immaginazione, non penso che con i manga funzioni diversamente. Il problema è solo quando tenti di sostituire la realtà con il mondo dei manga. Non bisogna mai perdere di vista la realtà.

Cosa mi dici del tuo negozio preferito per comprare il materiale da disegno?

Nel mio quartiere c’è un negozio chiamato Sekaido (uno degli store di articoli da disegno più grandi e forniti del Giappone N.d.R.) dove posso comprare materiale da disegno ad ottimi prezzi! Compro sempre molte cose lì.

Se potessi scegliere una città o un posto come soggetto per un tuo libro quale sceglieresti?

Sceglierei le Hawaii perché amo quel posto. Mi piacerebbe anche approfondire la mia conoscenza della storia delle Hawaii e delle loro antiche tradizioni.

Per concludere, hai alcune anticipazioni sui tuoi prossimi progetti editoriali? Continuerai la serie “How to…”?

I miei bimbi stanno quasi per nascere, per cui penso rallenterò un po’, ma sto già pensando ai prossimi progetti. Probabilmente cambierò un po’ di cose, ma credo che realizzerò un libro in cui il lettore possa partecipare attivamente e disegnare anche lui.

*Questa intervista risale ai primi di novembre, sono stato successivamente informato dalla signorina Okamoto che Sachiko a gennaio ha dato alla luce due splendidi bambini, un maschio, Shigeru, ed una femmina, Mizuki. Shigeru Mizuki? Esattamente!

Interview and photographs © Bruno Colajanni (www.ludag.com)
Images © Umoto Sachiko / BNN Jp

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