Prima di tutto

Era il 1964 quando Ken Garland scrisse il manifesto First Things First, firmato da ventidue professionisti della comunicazione e sostenuto da oltre quattrocento tra grafici ed artisti.

L’intento era quello di opporsi alla tendenza contemporanea del graphic design sempre più al servizio passivo del consumo delle merci, feticci inessenziali della società post boom economico.

Evidentemente le cose non sono proprio andate come Ken avrebbe desiderato, visto che nel 2000 Adbusters, magazine impegnato su diversi fronti sociali e politici, ha aggiornato e ripubblicato il manifesto, stavolta sostenuto da trentatré professionisti tra cui lo stesso Garland e, giusto per citarne alcuni, Steven  Heller, Ellen Lupton e Rick Poynor…

Arriviamo ad oggi con un nuovo appello, questa volta promosso da Alfa60, che, a quanto leggo dal sito, è un gruppo interessato alla creatività in tutte le sue declinazioni in quanto capace di generare cultura.

Prima Di Tutto, Manifesto per un design dell’essenziale, è la versione ri-aggiornata e tradotta in italiano, dell’ormai noto manifesto del ’64.

Ciò che si auspicano gli autori e gli aderenti, è di smettere di considerare la comunicazione unicamente come lavoro commerciale e remunerativo, e di indirizzare le energie creative verso problemi più rilevanti – crisi ambientali, sociali e culturali – che necessitano di emergere dal caos di informazione che oggigiorno ci avvolge e confonde.

Sono pienamente d’accordo sull’esigenza di far capire a tutti che la grafica, e più in generale la comunicazione, non consiste unicamente nell’inventarsi la pubblicità dei pannolini o dell’ultimo modello di scarpe, che non si riduce alla semplice conoscenza tecnica di Photoshop, Illustrator, After Effects e via dicendo, e che nel lavoro di un graphic designer – come in quello di un artista – è anche importante un coinvolgimento sociale e politico.

Ma mi chiedo se sia la strada giusta quella di proporre un ulteriore versione di un manifesto che si avvicina ormai al mezzo secolo di età.

Mi chiedo se non sia invece il caso di sfruttare le proprie energie e competenze per smettere finalmente di contribuire all’inquinamento visivo che, sempre più, satura le nostre città ed internet, dimostrando così nella pratica le intenzioni che, seppure buone e giuste, rimangono nella forma di manifesto fini a se stesse, come cliccare sul mi piace di Facebook insomma.

Io sono per un approccio più buddhista verso la comunicazione, ossia che è proprio nel dare il meglio di sé nelle proprie piccole cose che si riesce ad attivare una catena di positività, creando un ambiente migliore in cui vivere, prima di tutto per se stessi e poi, di conseguenza, per gli altri.

  1. se questo è l'unico modo!

    senza clienti, senza soldi non avremo avuto grandi capolavori. Caravaggio lavorava per la chiesa, ai tempi una holding di successo con sedi in tutto il mondo e un grosso capitale, senza contare l'indubbia rilevanza socio politica sul territorio. Ora i grandi brand fanno lo stesso e pagano creativi per la loro comunicazione.

    Caravaggio era un grande artista, chi di voi può dire che non si è venduto?… eppure i suoi rimangono capolavori nel quale si rispecchia l'animo umano e le sue problematiche…

    non serve un manifesto, ma un nuovo modo di vedere il mondo e viverlo… senza troppi vittimismi e problemi di sorta. Sei creativo? prova a cambiare il cliente con i tuoi lavori, questo non vuol dire sprecare la propria creatività, ma applicarla e mettersi in gioco.

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