Non solo non è stato previsto un budget, ma ci devi anche dei soldi

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Dopo l’ultimo articolo, Non è stato previsto un budget, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti, ma anche da sconosciuti. Voglio scusarmi innanzi tutto per non aver risposto a tutti personalmente, ma li ho letti tutti.
Mi avete fatto molti complimenti (di cui vi ringrazio), e parecchi di voi mi hanno accennato esperienze simili a quelle che ho raccontato.
Alcuni invece hanno condiviso con me racconti un po’ più dettagliati.

Per quanto io lavori nel mondo dell’editoria già da un po’ di tempo devo dire che sono rimasto sorpreso: le storie che mi avete raccontato hanno dell’incredibile!
Il caso dell’editore che ti chiede soldi anziché dartene è uno dei più diffusi, e per questo merita di stare nel titolo di questo nuovo articolo, ma ho letto altri episodi davvero particolari.
Ho estrapolato qui di seguito un po’ di situazioni editoriali, e non solo, alle quali ho provato a rispondere.
So che vi sembrerà incredibile ma questa volta non sono 10!

Questo è un grande classico. Nel tempo ho svolto un’infinità di attività, ho tenuto corsi, atelier nelle scuole, organizzato mostre. Da ogni occasione ho ricavato esperienza e l’incontro con qualcuno che poi mi è stato utile dopo. Da ogni singola cosa che ho fatto ho ricavato quindi un seguito. Però questo seguito non è sufficiente da sé a ripagare il lavoro in questione.
Il lavoro quindi va pagato, sempre. Non esiste visibilità che possa ripagarlo.

Se dico sempre di no riuscirò mai a far qualcosa?

Non conta che chi ve la offre sia un editore piccolo o uno grande. Più l’editore riesce ad ottenere il lavoro per poco o gratis e meno si impegnerà perché i libri si vendano. Idem per la musica e per tutto il resto.
Tempo fa una ragazza mi chiedeva: ma allora cosa faccio? Sono giovane, non ho fatto niente, vorrei mettere qualcosa a curriculum, se dico sempre di no, non farò mai nulla.
La mia risposta è: autodisciplina, autoformazione.

Vuol dire che se nessuno vi mette alla prova, lo farete da soli. Vi alzate al mattino e vi sedete. Quindi cominciate a illustrare il libro che nessuno vi ha commissionato, cominciate a lavorare al vostro book, preparate 12 illustrazioni mensili per una rivista, illustrate una serie di copertine. Poi con quel materiale andate a cercare lavoro. Se non disegnate farete lo stesso con quello che fate. Create da voi il vostro progetto.

Se avete un book pronto, un libro pronto, un disco pronto o quel che è, e non riuscite a venderlo, darlo gratis non è comunque una soluzione: non vi porta da nessuna parte.
Cambiate piuttosto mercato, cambiate paese o continente.

Quando si desidera esporre il proprio lavoro occorre spazio. Che si tratti di tavole a fumetti, quadri, illustrazioni, di teatro o musica, occorre uno spazio fisico.
Che siate voi a chiederlo o sia qualcuno a cercavi per offrirvelo mediamente la condizione è sempre la stessa, ovvero: noi ci mettiamo lo spazio, tu fai tutto il resto, cioè organizzi lo spettacolo, monti il mixer e le casse, monti le cornici della mostra (che ti sarai procurato), fai i volantini, la pubblicità, tutto.

Se si divide, si divide a metà: lavoro, spese, volantini

Così, sinceramente è un po’ troppo.
Se si divide, si divide a metà. Si fa a metà con il lavoro, con le spese, con i volantini. Se vi viene chiesto tutto in cambio delle spazio c’è qualcosa che non va.

Francamente, il locale che vi chiede la serata di musica gratis cosa vi porta?
Altri locali che vi chiederanno serate di musica gratis.
Tanto vale suonare gratis, oppure cercare di entrare nel circuito dei locali che pagano. Lavorare gratis è una questione etica che per altro non riguarda solo voi, perché dove c’è qualcuno che lavora gratis rovina la piazza anche agli altri, ai quali i gestori dei locali diranno: “Da me vengono tanti gruppi a suonare gratis Perché dovrei pagare proprio voi?”.

Idem per l’illustrazione, per il teatro. Ci sono teatri che vivono esclusivamente sullo sfruttamento delle compagnie che si esibiscono gratuitamente. I teatri nel frattempo percepiscono finanziamenti per mantenersi. Lo so, ora i teatri mi diranno che sono anni che i finanziamenti vengono tagliati. Ma io non ricevo finanziamenti per lavorare, quindi: se si fa spettacolo, editoria o quel che sia, è giusto che sia un lavoro e che tutti siano pagati. Se non ci sono più soldi, basta, si smette. Si chiude il teatro. Non si sfrutta il lavoro degli altri.
E non si lavora gratis.
Se è per avere un pubblico, si può averlo in tanti modi, sia che si faccia musica, fumetto, illustrazione.

Questa [vedi video qua sotto] è una compagnia di improvvisazione che si è cercata palcoscenici un po’ inusuali. Fanno arte, nessuno gli dà un soldo.
Non so come vivano, cosa facciano a parte queste cose, però se fanno qualcosa gratis possono essere certi di farlo per il proprio piacere, senza che realmente nessuno ci guadagni nulla.

Tempo fa un’amica mi parlava di un editore che oltre a chiedere un contributo per la pubblicazione dei libri, lo articolava anche, con un foglio esplicativo dei vari costi, tra cui consulenze piuttosto oscure e altre voci inventate di sana pianta.

Il punto è sempre il medesimo: chi decide di fare impresa, che sia un editore o il gestore di un teatro deve avere un capitale. Se non ha un capitale, non può pensare che quelli che dovrebbero essere i suoi artisti partecipino a quello che si chiama rischio di impresa.

I soldi servono. L’editore che non ha soldi faccia altro

È vero: un editore che pubblica un libro, un produttore che produce un disco o uno spettacolo non hanno la certezza di rientrare dei costi e di ricavare un guadagno. Quello appunto si chiama rischio d’impresa. Chiunque abbia un’attività in proprio deve prevederlo come voce nel bilancio della sua attività. Del resto la professionalità di chi esercita un’attività in proprio si manifesta proprio con l’intraprendenza e la capacità di vendere al meglio il proprio prodotto e di prevenire e risolvere i problemi.

Mi viene in mente la scena di un film con Alberto Sordi, mi pare fosse Il marito.
Sordi, come in molti suoi film dell’epoca, è un imprenditore edile pasticcione. Per cercare di sbloccare i lavori di un cantiere cerca in tutti i modi di parlare con un deputato per farsi aiutare. Senza l’aiuto, che consiste, se ben ricordo, nel concedere l’edificabilità sul terreno che Sordi aveva comprato a poco, il costo delle ruspe in attesa di cominciare i lavori lo avrebbe presto fatto fallire.

Quando il deputato lo caccia via Sordi fa uno dei suoi monologhi, dicendo: ”Quindi lei mi nega il diritto di fare l’imprenditore, solo perché sono nato senza soldi? Allora un ragazzo con delle idee ma senza soldi non può fare l’imprenditore?”
La risposta è: “No, non può”.
I soldi servono. L’editore che non ha soldi faccia dell’altro.

No, non lo sono. Gli editori che chiedono soldi di base non sono veri editori, non sono registrati all’albo degli editori, non appartengono ai circuiti dei veri editori e soprattutto non distribuiscono1

In effetti non è così in senso assoluto e Ethel ha fatto bene a porsi la domanda: nell’Italia delle mezze misure e delle cose poco definite esistono infatti editori misti che pubblicano collane distribuite in modo convenzionale ma che tra i libri realizzati secondo standard contrattuali, includono ogni anche libri a pagamento.
Il resto in linea di massima però non cambia, o cambia poco: niente distribuzione o distribuzione penosa. Come ho già detto, chi non investe per produrre, poi è difficile che investa per vendere, visto che il suo guadagno lo ha già fatto].
L’editore a pagamento semplicemente stampa le copie e ne mette una parte in casa vostra. Di quelle sarete voi a occuparvi della vendita. Delle altre si occuperà lui.
Salvo che le altre non esistono. Non le ha mai stampate.

L’editore che chiede dei soldi, più che un editore è uno che stampa libri

L’editore in questione metterà alcune copie strategiche nelle librerie principali della vostra città per farvi credere di averle distribuite, mentre invece ha solo supplicato i librai di tenergliele per qualche mese.
Se non è un vero editore che cos’è? Diciamo che è uno che stampa libri.

A questo punto, vista la qualità media dei prodotti realizzati da questi para-editori, se proprio ci tenete ad avere un vostro prodotto stampato, fatelo da soli. Potete auto-finanziarvi un numero di copie molto più ridotto, 50-100, da vendere agli amici, spendendo meno ed evitando d’avere cartoni di libri in corridoio per mesi. Oppure potete affidare il vostro lavoro a qualche sito di quelli che stampano i libri on demand. Con un po’ di grafica casalinga otterrete un prodotto sufficientemente dignitoso e la gratificazione di aver pubblicato una vostra opera, da lasciare come biglietto da visita quando vi presentate per offrire il vostro lavoro o da distribuire agli amici.

Una cosa importante: non citate i libri pubblicati a pagamento nei vostri curriculum. Tutti sanno chi sono gli editori a pagamento e averci lavorato non fa curriculum.

Questo sembra troppo ridicolo per essere vero, eppure giuro che lo è: l’editore che non distribuisce perché ha un’idea tutta sua di contatto col pubblico.
Mi chiedo quale sia: la telepatia?

E la sua idea di contatto con il pubblico quale sarebbe? La telepatia?

Mi fa venire in mente un’agenzia immobiliare che venne a vedere l’appartamento che vendevo a Genova anni fa. Erano in tre e mi spiegarono che lavoravano con una tecnica tutta loro, per esempio non facevano pubblicità sui giornali, per non essere troppo visibili. E se non avrebbero portato troppi clienti a visitare l’appartamento sarebbe stato anche questo per scelta, per selezionare veramente bene le persone interessate.
Erano patetici. Quando entrarono in casa in un primo momento mi ero convinto che fossero dei rapinatori. Da come era conciati ho pensato: leggono gli annunci sul giornale, ti chiamano, ti entrano in casa e poi ti rapinano.

Io ero tranquillo, aspettavo che uno dei tre tirasse fuori la pistola, poi gli avrei dato i soldi che avevo in casa.
Invece tirarono fuori il biglietto da visita.
Erano una vera agenzia immobiliare. Non avevano neanche un sito internet.
Perché sarebbe sembrato loro troppo chiassoso.

Una ragazza tempo fa mi chiamò per capire come doveva comportarsi con un editore che non le faceva un contratto, ma in compenso si comportava come se il lavoro che avevano concordato gli fosse dovuto. L’editore le disse chiaramente: “Non sei nessuno, ti ho dato fiducia, che altro vuoi?”
Penso che chiunque accetti il lavoro di un qualsiasi “nessuno” debba essere disponibile a remunerarlo e firmargli un contratto. Sennò può cercarsi qualcuno di più famoso.

Non si può pensare di far scontare allo sconosciuto la sua mancanza di notorietà

Nell’editore piccolo che lavora con il giovane “nessuno” vedo un rapporto molto alla pari. Se l’editore è più grande, avrà comunque un valido motivo per produrre il lavoro di un “nessuno” illustratore, attore o musicista che sia.
Si può scegliere di ridurre al minimo le spese di produzione e promozione per il lavoro del “giovane nessuno” (anche questo però non è un buon segno: è proprio lo sconosciuto che ha bisogno di promozione, quindi produrlo senza farne è abbastanza stupido) ma non si può pensare di far scontare allo sconosciuto la sua mancanza di notorietà.

La franchigia è una condizione contrattuale che può esistere in alcuni casi.
Le assicurazioni per esempio liquidano rimborsi solo oltre una cifra minima (è il motivo per cui molti gonfiano le spese!). Anche nella deduzione fiscale, per le spese mediche per esempio, c’è una franchigia per cui le spese sono deducibili se superano un tetto minimo prefissato dallo stato.

Una volta ammortizzato l’anticipo, il libro comincia a produrre effettivamente royalties

L’editore può dirti “non ti pagherò i diritti sulle prime tot copie”?
Sì, è plausibile, ma dipende dalle condizioni. Mediamente io percepisco una percentuale dopo le prime 2000 copie vendute, ma perché ho ricevuto un anticipo, che viene quindi scalato sulle prime 2000 copie vendute. Una volta ammortizzato l’anticipo, il libro comincia a produrre effettivamente royalties.
Se però l’editore indica nel contratto, come mi è stato riferito, che vi pagherà oltre le 3000 copie vendute e poi si impegna a stamparne 700… allora sì, c’è decisamente qualcosa che non va.

Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! (continua).
D’accordo, cerchiamo di rispondere seriamente. Del resto può capitare anche questo. Che dire quando uno cerca di imporvi una simile condizione?

Allora:
– potete semplicemente rispondere di no.
– potete rispondere di sì e poi fare quel che vi pare.
– oppure, se volete divertirvi, potete accettare. Però fatelo mettere per iscritto. Proponete un contratto in cui l’editore si impegna ad acquistarvi 6-8 libri l’anno e a pagarvi un anticipo di 1000-2000 euro l’uno, che vi sarà versato mensilmente.
Solo per divertitivi. Tanto non lo farà.
Avete paura che l’editore dica di sì?
Se mai capitasse: firmate.
Non importa che abbiate altri libri da vendergli. Se vi capita sul serio uno che accetta e vi paga, ve li scrivo io.
E poi facciamo a metà.

Se vi capita sul serio uno che accetta e vi paga, ve li scrivo io i libri!


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •