The Immediate Gaze: Pietro Spica e Maurizio Coppolecchia in un dialogo tra foto e acquerelli

Fotografie e acquarelli. Polaroid e pennelli. Passato e presente. The Immediate Gaze, libro in cui si incontrano i lavori di due artisti dedicati alla misteriosa e suggestiva Mongolia, è in primo luogo la storia di una amicizia. Quella fra Maurizio Coppolecchia, fotografo, fondatore della casa di produzione pubblicitaria e cinematografica Parco Film e Pietro Spica, pittore, illustratore e scultore che da poco ha lasciato il nostro mondo. Incontriamo Maurizio Coppolecchia per conoscere la genesi di questo progetto inedito e suggestivo.

Maurizio Coppolecchia, Pietro Spica, “The Immediate Gaze”, The Blueprint, 2022
Il libro è stato pubblicato in un’edizione limitata di solo 200 copie

Maurizio Coppolecchia, come è nato il suo rapporto con Pietro Spica? Di che colore è stata la vostra amicizia?

Il colore del nostro rapporto è di certo il bianco, che come sappiamo è la somma di tutti i colori. La molteplicità della relazione con Pietro è riconducibile a tutte le sfumature dello spettro del visibile. C’è stata la passione, l’amicizia, l’amore di entrambi per i viaggi, per la conoscenza, per l’etnografia; c’è stato il bisogno di vivere sul campo le esperienze, la condivisione di tantissime cose. 

Dove e quando è cominciato tutto?

Ho conosciuto Pietro tanti anni fa in Piazza S. Eustorgio, a Milano, un luogo di ritrovo per gli studenti che si incontravano la sera per comunicare, scambiarsi opinioni, esperienze. Fin da subito abbiamo scoperto di avere molto in comune. Frequentavamo il Liceo e condividevamo la stessa visione etica del viaggio: un’esperienza da vivere in modo profondo e totale. Un modo per immergerci nella cultura, nella natura, nella vita di un Paese. E così abbiamo deciso di progettare un viaggio insieme. Dopo un anno di lavoro come supplenti in una scuola, abbiamo raccolto i soldi necessari per comprarci un volo e siamo partiti. La scelta è ricaduta sull’America Latina. 

(foto e courtesy: Maurizio Coppolecchia)
Illustrazione di Pietro Spica
(courtesy: Maurizio Coppolecchia)

Come è stata questa esperienza?

Durante la seconda metà degli anni Settanta tutto ciò che era legato al viaggio aveva una valenza completamente diversa rispetto a oggi. Viaggiare era un modo per avventurarsi, per spingersi verso l’ignoto. Abbiamo, infatti, studiato un percorso ideale da compiere tutto via terra. Abbiamo scelto come punto di partenza San Francisco in California — anche quella un mito di quei tempi — con l’intenzione arrivare fino in Perù esplorando la favolosa Cusco e il Machu Picchu. Un percorso emozionante in una terra intrisa di cultura precolombiana fra i segni lasciati dagli Incas, dai Maia, dagli Atzechi.

(foto e courtesy: Maurizio Coppolecchia)

Un viaggio che avete provato a rifare a distanza di trent’anni, se pur in due tempi diversi, pubblicando questo libro. Ci racconta come è nato il progetto?

Il libro è nato proprio dal desiderio di dilatare il tempo, di rendere eterno il nostro rapporto vivendo una seconda avventura che si è svolta con uno slittamento temporale di trent’anni. Un secondo tragitto deciso in un momento tragico della vita di Pietro. Durante la sua malattia, gli ho chiesto di partire da una serie di polaroid scattate durante il mio viaggio in Mongolia nel 1989 e di interpretarle in chiave pittorica. I miei scatti ritraevano la popolazione incontrata durante un soggiorno di lavoro — ero alla ricerca di un set per una campagna di comunicazione — colta in momenti di semplice quotidianità. La sensibilità di Pietro ha poi interpretato le mie foto dando vita a un lavoro traboccante di sogno e poesia. Questo libro è stato anche l’occasione per lavorare insieme a un progetto artistico, intrecciando le nostre rispettive attitudini creative. Cosa che non era mai accaduta prima.

(foto e courtesy: Maurizio Coppolecchia)
Illustrazione di Pietro Spica
(courtesy: Maurizio Coppolecchia)

I suoi scatti che ritraggono i volti sorridenti segnati dal vento dei nomadi abituati a sfidare le steppe più aride divennero subito — come scrive Valeria Cerabolini nel testo — «strumento di relazione capace di generare scambio e fiducia». Che ricordi trattiene di questi incontri? Pensa che sia cambiata quella terra e i suoi abitanti nel corso del tempo?

Credo che sia rimasto un popolo puro anche se non ci sono più stato dopo la rivoluzione digitale. Mi chiedo se anche loro oggi si facciano dei selfie. Durante quel viaggio, la polaroid è stato un importante medium per creare relazione. All’inizio ho riscontrato una diffidenza inziale dei Mongoli dovuta a motivi politici: io mi presentavo con un permesso del Governo ed ero accompagnato da membri governativi, persone che rappresentavano il potere. Il loro timore di essere fotografati, più che per motivi esoterici (la proverbiale paura delle popolazioni indigene di essere fotografate e quindi derubate di qualche cosa) era dovuto alla sensazione di essere controllati. Vinta la resistenza iniziale, quando io gli donavo uno dei miei due scatti, notavo nei loro volti un sentimento di sorpresa, di incredulità. Alcuni forse vedevano per la prima volta la loro immagine. Attraverso questi doni, questo atto del donare, sono riuscito a entrare in contatto con loro.

(foto e courtesy: Maurizio Coppolecchia)
Illustrazione di Pietro Spica
(courtesy: Maurizio Coppolecchia)

Cosa ha provato quando Pietro Spica le ha mostrato come aveva trasformato le sue polaroid?

Nonostante io conoscessi e apprezzassi da sempre il lavoro di Pietro, ho provato uno stupore enorme. Mi è piaciuta tantissimo la sua interpretazione surreale. I suoi acquarelli hanno colto benissimo la magia, la poesia, la semplicità, l’eleganza, l’estetica di quei luoghi che si intravedono nelle mie polaroid.

Lei per anni ha svolto l’attività di produttore ed è una delle persone che ha reso possibile la realizzazione de Il Divo di Paolo Sorrentino. Che ruolo ha avuto la fotografia nella sua vita e che peso ha oggi?

La fotografia è sempre stata importante nella mia esistenza e ora che ho abbandonato l’advertising, ricopre un ruolo ancora più significativo. Attualmente sto lavorando su due fronti: un progetto di cinematografia legato all’arte e alla musica che ha come obbiettivo quello di realizzare una biopic su un musicista di nome Pat Martino. Un uomo dalla vita molto particolare e tormentata, che ha subito una diagnosi errata rispetto a una malattia mentale che non aveva. Dall’altro, mi dedico completamente alla fotografia. È il lavoro creativo al quale ero legato prima di diventare un produttore e mi è mancato moltissimo. Oggi finalmente posso dedicarmi a questa grande passione e declinarla soprattutto su ciò che mi interessa, ossia il mondo dell’arte.

(foto e courtesy: Maurizio Coppolecchia)
Illustrazione di Pietro Spica
(courtesy: Maurizio Coppolecchia)
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