Milano fine Novecento: intervista ad Alberto Saibene sul suo libro dedicato alla Milano che non c’è più

Un memoir di articoli e saggi brevi che restituiscono il volto di una città che poteva aspirare a essere una capitale europea. Un continuo intreccio fra i ricordi privati di un bambino e poi di un ragazzo cresciuto respirando un clima familiare colto, eclettico, curioso di una Milano che stava vivendo un sorprendente boom economico e le mirabili avventure di chi — artisti, architetti, illustratori, grafici — ha tessuto la trama di un mondo che, mentre si consegnava al futuro, esprimeva il suo unico e inconfondibile stile.
Incontriamo Alberto Saibene, autore di Milano fine Novecento (Edizioni Casagrande) che ci regala uno sguardo sulla cultura milanese dal dopoguerra agli anni Ottanta.

Il libro si apre con un omaggio a Rosellina Archinto e alla sua Emme Edizioni, la cui storia è raccontata in La casa delle meraviglie edito da Topipittori. La Archinto di ritorno dagli Stati Uniti, con gli occhi colmi di meraviglia per le illustrazioni che ha potuto ammirare, decide di aprire una casa editrice perché si rende conto che fino a quel momento i libri per bambini erano privi di fascino. Ci racconti i tuoi ricordi legati alla Emme Edizioni e agli autori con cui sei cresciuto? 

“C’e gatto e gatto”, di Pinin Carpi, Einaudi

Più che Rosellina Archinto — che ha avuto il merito di portare il libro illustrato in Italia dopo il suo viaggio negli Stati Uniti dove incontrò, tra gli altri, anche Leo Lionni, illustratore e grafico olandese che era passato a Milano negli anni Trenta e aveva mostrato un nuovo modo fare editoria per bambini — io sono figlio della pedagogia einaudiana. Gli autori che ricordo sono stati pubblicati in due collane: Tantibambini diretta da Bruno Munari e Libri per ragazzi diretta da Daniele Ponchiroli. Si trattava di un progetto pedagogico per formare nuovi cittadini che pubblicava testi come le Favole al telefono di Gianni Rodari, Nella nebbia di Milano di Bruno Munari o Rose nell’insalata, la cui copertina presentava timbri fatti dal geniale designer-illustratore usando il gambo tagliato dell’insalata, oppure libri come C’è gatto e gatto di Pinin Carpi. Libri che erano l’espressione di un nuovo tempo che metteva in discussione l’idea centralista di società e di scuola che aveva imperato fino a quel momento.

Dalla Emme Edizioni passiamo al Giornalone ideato e fondato da Giovanni Gandini dopo avere lasciato Linus. Un esperimento durato solo quattro numeri, ma di grandissima importanza per il suo spirito sperimentale e per i nomi che firmarono illustrazioni e testi (Topor, Guido Crepax, Emilio Tadini, persino Laura Lepetit che si dedicò all’oroscopo). Che rapporto hai con questa rivista? Cosa ha rappresentato questo primo giornale che sostituì la lettura di Topolino?

Due copertine de “il Giornalone”

Il ricordo è vivido perché conservo tutti i numeri che mi ha regalato Annamaria Gandini. Me lo ricordo bene e se lo ricordano i miei coetanei (non moltissimi in vero dato che la tiratura era al massimo mille copie) perché era di un formato strano, conteneva giochi e storie, era innovativo e originale. Ciò detto, io continuavo a leggere anche Topolino che era la nostra droga quotidiana. Se il Giornalone era sintomatico culturalmente, Topolino rappresentava la compagnia quotidiana della nostra infanzia che con il suo stile paratattico e le sue espressioni onomatopeiche (come dimenticare i famosi “GULP”?) ci ha avvicinato sempre più alla lettura. Pur essendo stato rassicurante, piccolo borghese e sicuramente meno creativo dell’esperienza de Il Giornalone, anche Topolino ha rivelato scatti di fantasia interessanti. Insomma era una forma dell’“American Dream” a domicilio!

Gli anni della tua giovinezza sono stati quelli in cui hai scoperto un’Italia inedita (il Centro e il Sud) che stava cambiando e che Luigi Ghirri ha colto nel suo essere in bilico fra il vecchio e il nuovo. Quando hai iniziato a specchiarti nelle foto del grande maestro?

Ghirri è stata una scoperta dell’età adulta. Quello che conta ricordare è come l’Italia negli anni Sessanta fosse ancora molto disunita. Milano e Napoli erano molto più lontane di quanto lo siano oggi. A unire il Nord e il Sud è stato il fenomeno migratorio. Dopo il boom economico si è iniziato a viaggiare e a scoprire città e paesaggi che non fossero le solite mete note quali Firenze o Venezia. Nelle foto di Luigi Ghirri si coglie quel momento.

Locandina del film “La ragazza Carla”, di Alberto Saibene, 2015, ispirato al poema di Elio Pagliarani. La locandina è realizzata da Gabriella Giandelli

Alcuni anni fa insieme ad alcuni amici hai deciso di dare forma cinematografica a un’opera poetica ossia La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Per restituire la Milano del 1948 sei ricorso a filmati anche di anni successivi e ai disegni di Gabriella Giandelli. Come è nata l’intuizione di affidare alla straordinaria illustratrice gli interni degli edifici del tempo? Come è stato questo lavoro?

Conoscevo già Gabriella Giandelli perché negli anni Novanta aveva realizzato una copertina per il magazine di Filmmaker. Gabriella, una fuori classe nel suo campo, ha frequentato la Scuola del Cinema e ha una cultura cinematografica molto vasta. Io da assoluto debuttante, se pur aiutato da un gruppo di amici milanesi molto bravi quali Luca Bigazzi e Carlotta Cristiani, nell’affrontare la regia di questo film avevo un problema: illustrare alcuni momenti della storia che non erano rappresentati in nessun filmino d’archivio. Carla Dondi, la protagonista, veniva da una famiglia piccolo borghese, e non si trovavano immagini degli interni o degli uffici che frequentava. Così mi è venuta l’idea di chiedere aiuto a Gabriella, la quale si è dimostrata subito interessata, se pur fosse una sfida anche per lei. Tutto il film del resto è un “unicum” che non ha termini di paragone in altre esperienze. Con Gabriella abbiamo letto insieme il poema e ci siamo soffermati sui punti in cui fosse necessario il suo intervento. Altra scommessa finale per Gabriella è stata quella di donare una iconografia alla protagonista del poema — una figura che secondo Pagliarani è un universale, un po’ come la Lucia dei Promessi Sposi — e solo nell’ultima scena compare con il volto di una sedicenne che entra nella vita senza sapere cosa sia e come affrontarla.

Piero Fornasetti nella vasca da bagno da lui decorata
(courtesy: Fornasetti)

La sezione dedicata allo “Stile della città” si apre con un bel ritratto di Piero Fornasetti, figura eccentrica che faticava a farsi apprezzare dalla borghesia più monolitica e austera. Chi è stato Fornasetti per Milano?

Per la Milano degli anni Sessanta che si avviava a diventare la città del design, Fornasetti era sicuramente un’eccezione. Il suo uso della decorazione — oggi entrato a pieno titolo nella declinazione che ha assunto il termine design — allora era un’esperienza insolita. Era una mosca bianca, un punto di congiunzione fra il mondo di ieri e il mondo di oggi.
Quando ci siamo liberati dal mito del progresso — penso alla visione di due grandissimi come Enzo Mari e Ettore Sottsass — uno come Fornasetti ricompare facendo capire che anche lui faceva parte dello spirito di Milano. Come mi disse un giorno Iliprandi: «Se Bruno Munari avesse visto la mostra di Fornasetti in Triennale, l’avrebbe incendiata». Oggi possiamo apprezzare entrambi – Munari e Fornasetti — riconoscendo che erano due diversi spiriti di una grande città.

“Giancarlo Iliprandi – Note”, di Giancarlo Iliprandi, Hoepli, 2015

A proposito di Giancarlo Iliprandi, nel tuo libro dedichi un capitolo a questa leggenda vivente a cui hai persino fatto da testimone per le seconde nozze avvenute in “limine vitae”. Come lo hai conosciuto? Chi era?

Ho conosciuto Iliprandi, una specie di eterno giovane, grazie a mio cugino Beniamino Saibene [Presidente di Milano Film Festival e membro fondatore di Esterni, n.d.r.]. Ho lavorato con lui quando con Hoepli abbiamo pubblicato la sua autobiografia Giancarlo Iliprandi – Note in cui si ripercorre la sua carriera grafica. Una carriera che ha ancora angoli da mettere in luce come ricorda Marta Sironi che sta curando il suo archivio. Iliprandi, infatti, disegnava benissimo, era un artista quasi da Bauhaus che ha deciso, per motivi pragmatici, di dedicarsi alla grafica. È sicuramente un testimone del suo tempo, della sua professione, di come è nata e si è trasformata. Era un uomo spiritoso e molto piacevole. 

Nel racconto di una Milano che vive il boom economico non può mancare un ritratto dedicato alla Rinascente, scatola magica che già a partire dagli anni Trenta si avvale di importanti collaborazioni artistiche. Ci racconti l’avventura di questo incredibile laboratorio?

Serge Libiszewski Portrait
(courtesy: Archivio Serge Libiszewski)

La Rinascente è sicuramente il laboratorio in cui è nato il “Made in Italy”. Riconosciamo in quell’esperienza un progetto all’educazione al consumo, ma anche al gusto. Se vediamo i nomi di chi ha collaborato con questa realtà, troviamo i grandi del design, dell’illustrazione, della grafica sia italiani, sia stranieri. Come Gio Ponti, che progetta con Emilio Lancia la serie d’arredo Domus Nova (1927) per rinnovare gli interni della casa borghese, Marcello Dudovich che, con i suoi manifesti pieni di grazia, illustra le campagne pubblicitarie fino al 1956, Serge Libiszewski, per molti anni fotografo delle campagne pubblicitarie del grande magazzino e Albe Steiner che con Bruno Munari coordina grafici, fotografi e impiegati specializzati, i cosiddetti vetrinisti, in un’opera di scenografia di cui resta traccia solo in qualche fotografia. Un coagulo di esperienze in cui ha avuto un ruolo centrale la proprietà, ossia la famiglia Borletti che condivide la gestione con i Brustio. Uno snodo centrale per capire quegli anni che vanno dal dopoguerra agli anni Ottanta.

Il tuo libro è corredato da alcune fotografie di Carla Cerati, che furono raccolte in Mondo Cocktail (1974), un volume che testimonia l’effervescenza di quegli anni: un precipitato della Swinging London che atterra dalle nostre parti. Perché hai voluto quelle immagini per Milano fine Novecento?

Non conoscevo personalmente Carla Cerati, ma suo marito Roberto che è stato direttore commerciale e poi Presidente dell’Einaudi. Conoscevo, però, le sue fotografie che registravano la vivacità di quegli anni. Fotografie oggi raccolte nell’archivio comunale conservato al Castello Sforzesco.
Carla Cerati nei suoi scatti non è stata solo una cronista, ma un’interprete come si evince dai suoi ritratti. Coglie la vanità di Giorgio Strehler, il ruolo di Paolo Grassi, la leggerezza scanzonata di Bruno Munari; offre una seconda lettura di un periodo in cui sono avvenute tante e belle cose.

Fotografia di Carla Cerati. Umberto Eco all’inaugurazione della libreria Marco, 1971
(copyright e courtesy: Elena Ceratti)
Fotografia di Carla Cerati. Living Theatre, Julian Beck insieme ai principali attori della compagnia, Teatro Durini, 1967
(copyright e courtesy: Elena Ceratti)
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