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In fuga con Charlot: intervista a Luca Tortolini

È da poco uscita per Orecchio Acerbo l’ultima rocambolesca opera di Luca Tortolini e Giacomo Garelli. Protagonisti un piccolo “bad boy” dell’America degli anni ’20 ed uno degli attori che ha cambiato e ha concorso a costruire la storia del cinema mondiale: Charlie Chaplin.

Il titolo della pubblicazione è Io e Charlie e la sua narrazione si accorda come una vera e propria partitura, tant’è che ad accompagnare le immagini, come sottotesto, c’è una melodia creata appositamente per il libro.
Questo è uno dei tanti escamotage che ci permettono di capire quanto l’autore, Luca Tortolini, abbia compiuto una scelta di grande impatto e anche di profonda aderenza con un’atmosfera che riporta alla luce l’epoca d’oro di Hollywood in tutta la sua vitalità e magnificenza. Quella nella quale si plasmò la figura che avrebbe segnato il tempo e annullato lo spazio e che avrebbe continuato ad incantare con le sue gesta milioni di spettatori ogni giorno ancora oggi.

Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019

Se ripenso al mio primo contatto con quell’omino, scarpe grosse e bastone vorticante, è la televisione e un programma di slapstick che passava Stanlio ed Onlio, Buster Keaton, Harold Loyd, i Fratelli Marx e poi lui: il vagabondo. Il programma andava in onda all’ora di cena su Raitre, se non erro, e i miei mi concedevano il permesso di guardarlo.
Beh, Charlie Chaplin era colui che io attendevo con un misto di frenesia e tenerezza. Era il personaggio che avrei protetto da tutti e che avrei scelto come migliore amico. La partecipazione ai suoi gesti minimi e misurati, o scomposti e solo in apparenza sconnessi, scivolava lentamente verso l’immedesimazione. Una commistione di gioia e malinconia. E desiderio, che quello che passava ai miei occhi da quei 14 pollici non finisse mai.

Ho immaginato che davanti a quel televisore tanto tempo fa ci sia stato anche Luca Tortolini e così ho deciso di porgli una serie di domande riguardo a questo libro e alla figura di un uomo che ha cambiato per sempre il nostro modo di guardare alle cose.


Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019

Leggendo in rete mi sarò imbattuta in un centinaio di tue citazioni in cui “desideri essere Truffaut”. Alla fine mi è girata la testa e ho chiuso tutto. Ovviamente scherzo, ma cosa intendi esattamente?

Non ti è mai capitato di identificarti con qualcun’altra (o qualcun altro) fino a voler essere un’altra persona? Per me essere Truffaut era un desiderio con il quale ho vissuto per diverso tempo: guardavo continuamente i suoi film, vedevo le sue interviste, leggevo le biografie e i suoi scritti sul cinema e pensavo di essere lui, non come lui, proprio essere François Truffaut…

Credo che tutti noi, da piccoli, amiamo le immagini in movimento; forse amare non è la parola giusta. Diciamo che ne siamo fortemente attratti. Rimaniamo incantati a guardare, stiamo lì, a bocca aperta qualche volta, a guardare il piccolo schermo — che è una delle prime finestre sul mondo…
Forse nasce in quei primi anni di vita il mio “piacere degli occhi”. I brani di film in bianco e nero che ho visto da piccolissimo hanno lasciato nella mia memoria molto di più di quelli a colori, forse perché questi ultimi erano la norma, e il bianco e nero la rarità. Charlot, Stanlio e Olio e Totò sono incisi nella mia memoria dell’infanzia.

Come prima domanda mi verrebbe di chiederti, a questo punto, come si consolida la tua passione per il cinema?

Ho studiato cinema, volevo fare cinema, vedevo tutti i giorni diversi film, ricordavo gli anni di uscita dei film, i nomi di registi sconosciuti: mi definivo un cinefilo. E se hai venti anni e ti definisci un cinefilo credo che non puoi non tener conto degli inventori della cinefilia, cioè Truffaut, Godard, Rivette e tutti gli altri della Nouvelle Vague.
Mi sembra di aver visto I 400 colpi a sedici anni, e sentivo che mi riguardava molto…

Hai lasciato che questa passione per il cinema filtrasse anche nel mondo della letteratura per ragazzi. È avvenuto per Io e Charlie, di cui avremo tempo di parlare a lungo, ma è avvenuto ben prima con un libro su François Truffaut dal titolo François Truffaut: l’enfant qui aimait les films [in Italia sarà pubblicato da Kite edizioni tra fine 2019 o inizio 2020].
In che modo si può parlare di cinema d’autore ai bambini e ai ragazzi?

Sì, mi piace lavorare alle cose che ho amato e che amo, non potrebbe essere altrimenti (qualche volta si lavora anche alle cose che si odiano o che ci danno dolore o che ci fanno rabbia, ma è un’altra faccenda).
Il libro su François Truffaut uscirà in Italia con Kite edizioni tra qualche tempo ed è illustrato da Victoria Semikina (disegnatrice di grandissimo talento, composizione segno e colore unici, e con cui ho un altro libro che dovrebbe uscire il prossimo settembre).

In tutta sincerità, non so in che modo si parla di cinema d’autore ai bambini e ai ragazzi, so che bisogna raccontare una storia o più storie, se lo si fa attraverso i libri, e quindi si deve coinvolgere e interessare i lettori alla storia o alle storie.
Penso che sia importante cercare di far passare il proprio amore per le cose attraverso quello che si fa. Se ami molto il cinema (il cinema d’autore, la forma cinematografica, la storia del cinema) allora cerchi di raccontare una storia che sia vera e sincera.

Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019

Per quanto riguarda “Io e Charlie” mi tolgo subito una curiosità. Vorrei cioè fare luce sull’escamotage iniziale. Quello di far uscire il personaggio dalla pellicola. Ho pensato subito all’effetto straniante dei primi film dei Fratelli Lumiere proiettati nelle sale, con la gente che fuggiva in preda al panico all’arrivo del treno. Poi allo schema del film La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen, nel quale si assiste ad un legame fra la protagonista della storia e quello del film che lei sta guardando sullo schermo del cinematografo.
C’è nulla di tutto questo? C’è dell’altro? A cosa ti sei ispirato?

Certo, c’è sicuramente La rosa purpurea del Cairo. È un film che ho visto più volte.
Tutto quello che si fa, che si vede o si legge in qualche modo finisce nella scrittura, direttamente o indirettamente (se poi è stato importante, ancora di più).
Quello che mi interessava di più forse era la fuga, che è un tema ricorrente nella letteratura per l’infanzia: fuggire e essere inseguiti. Ed è anche un tema ricorrente del cinema muto delle comiche, l’inseguimento e le gag che ne conseguono.

Partirei con la vera domanda e cioè: perché Charlie Chaplin? Cosa ha lasciato anche a te? Anche tu eri davanti alla tv e lo hai scoperto come me tanti anni fa? O sei venuto in contatto per la prima volta con lui in altra maniera?

È come se Charlot sia sempre stato nella mia mente (o forse perché l’ho visto passare in tv da piccolissimo), è una forma archetipica, sia nel senso di una mitologia moderna (modello dello straccione di buon cuore in cerca d’amore, a partire dalla rivoluzione industriale) che nel senso psicologico (simbolo comportamentale che aiuta a definire l’identità individuale e collettiva).

Quando ho cominciato a interessarmi a Charlie Chaplin già aveva lasciato la sua traccia in me.
Anche io, come te, l’ho visto in televisione e ho delle scene in testa (Charlot sui pattini che rischia di cadere, Charlot che corre in quel suo modo particolare, Charlot timido davanti ad una ragazza e così via) che vanno ad arricchire la mia personale sala cinematografica mentale.
Crescendo ho visto più volte i suoi film e letto più volte la sua autobiografia.

Come ha codificato Chaplin la storia della comicità, rispetto ad altri comici dell’epoca come Buster Keaton, Stanlio e Onlio, Harold Lloyd, i fratelli Marx?
E come, da parte sua, ha rivoluzionato la storia del cinema?

L’aver trovato un personaggio così universale (bombetta e bastone) lo ha reso immortale, più di Keaton e gli altri. Quello che differenzia Chaplin dagli altri è la volontà di andare oltre la mera comicità, il voler far ridere e commuovere e riflettere attraverso la commedia e il dramma e sempre all’interno dei nodi drammatici dei suoi tempi, con le problematiche della società: la crescita di un orfano e la paternità, la povertà e la ricerca di una vita migliore, la fabbrica e la sua alienazione, la guerra, la distruzione del mito di un dittatore e l’amore per l’umanità, e così di seguito.

Credo che Chaplin vada oltre ogni tipo di classificazione (grande cineasta, grande comico…) perché è un autentico genio, una delle personalità più importanti e influenti del ’900, e la persona più conosciuta al mondo alla fine della prima guerra mondiale.
In uno dei suoi articolo-saggio François Truffaut divide tutta la sua opera in due parti:
1) il vagabondo, che pone la domanda «esisto?»;
2) l’uomo più celebre del mondo, che pone la domanda «chi sono?».
Tutta la sua opera gira attorno al tema dell’identità.

Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019

Guardando le immagini del libro si ha davvero l’impressione di assistere ad un film muto e questo grazie ad un ritmo serrato delle tavole e ad un gioco visivo sapiente (come quello delle didascalie), oltre che a dettagli estremamente curati (basti pensare ai giochi di prospettiva). O ancora grazie alla partitura che accompagna il testo (una vera e propria melodia che può essere suonata o ascoltata ad un link presente a fine libro).
Come ti è venuta l’idea della partitura che offre davvero un fascino in più al libro?
E com’è stato lavorare con Giacomo Garelli?

L’idea dello spartito e la musica è dell’editrice Fausta Orecchio e subito l’abbiamo accolta con una hola di grande approvazione.
Non ci avevo pensato, avevo preparato la sceneggiatura per la parte della fuga, con le sequenze e le ambientazioni. Lo spartito e la musica ha legato il tutto.
Le indicazioni di sceneggiatura non dovevano essere eseguite, erano appunto una indicazione, e infatti Giacomo ha trovato un’altra soluzione nella parte finale della sequenza muta, io li facevo saltare su un battello a vapore nel fiume Hudson e poi finire in acqua con tutta la folla dietro poi risalivano da un argine. Ma la soluzione di Giacomo mi piace molto: il bambino e Charlot (che per il bambino è Charlie, mentre per tutti è Charlot) fermi sul pontile a guardare la Statua della Libertà, dove può nascere una riflessione: che cosa è la libertà e la giustizia che incarna la statua?
È stato molto bello lavorare con Giacomo, ogni tanto mi mandava delle immagini ed era subito un tripudio.

Torniamo all’impatto visivo di Io e Charlie. C’è una scena che richiama da vicino Il monello e mi è venuto di pensare che tu abbia disseminato il libro di citazioni di film di Chaplin. È solo una mia impressione, quella di un’appassionata di cinema che si rivolge ad un cinefilo?

Sì, c’è Il monello, non poteva essere altrimenti. Fin dall’inizio, cioè quando ne parlavo con Giacomo Garelli, ancora prima di scrivere la storia.
(Piccolo excursus: mi sembra che la prima versione fosse una storia un po’ assurda, dove c’era una valigia parlante che raccontava Chaplin, qualcosa del genere, non ricordo più bene, ma che abbiamo scartato subito.)
Poi è arrivata l’idea di far raccontare la storia a un bambino che poi avrebbe incontrato Charlot e questo ci portava inevitabilmente a pensare a Il monello, a come sono perfetti loro due nel film, nel camminare insieme, nella gestualità e in ogni tipo di movimento.

Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019

Quanta ricerca c’è stata dietro la costruzione di Io e Charlie? Da l’impressione di una struttura solidissima.

C’è stata molta documentazione, ho rivisto i film, letto gli articoli, riletto la sua biografia e altre biografie.
Ti confesso, più per mio piacere e interesse personale che per avere gli elementi per raccontare questa storia.
La struttura generale è rimasta intatta fin dalla prima stesura e il linguaggio l’ho rivisto insieme all’editore, per dare un carattere particolare al bambino che racconta, per dargli una personalità precisa.

Da poco ho intervistato Marco Somà, grandissimo illustratore, e coautore insieme a te di La vera storia di King Kong che sarà edito da Kite edizioni.
Ci puoi dire di più riguardo a questo progetto? Marco ci ha offerto varie “matite” in anteprima e gliene e siamo grati.

Marco ha un tocco magico, chiamiamolo “Somà touch”. Qualche tempo fa, parlando di libri illustrati, di quelli che ci piacciono e anche di quelli che non ci piacciono, ci siamo detti «Perché non facciamo qualcosa insieme?».
E dopo qualche tempo avevo terminato La vera storia di King Kong, scritto proprio pensando al suo lavoro. Vedo questo libro, tra le altre cose, come una fuga dalle costrizioni sociali imposte, un ritorno alla vita selvatica, per essere sé stessi, per ricercare la propria identità.
A metà ottobre sarà in libreria, magari vi diremo di più quando uscirà?

Ci contiamo, naturalmente.
Qualcosa mi dice, però, che il filone cinematografico non si esaurirà tanto facilmente. Stai già pensando a qualcos’altro?

Sì, ci sono altre idee.
Ad esempio ho un progetto, che sta fermo da qualche tempo, su un personaggio del cinema: ho preso molti libri che parlano di lui, biografie, interviste, saggi. Ho visto e rivisto i film che ha realizzato. Ho proposto recentemente l’idea all’editore e mi ha detto che ci stanno già facendo un libro.
Da una parte ero dispiaciuto e dall’altra invece felice, perché sarà sicuramente un bel libro.
Per ora, quindi, rimane nel cassetto, e poi chissà se in seguito troverà una nuova forma e quindi anche la sua strada.

Luca Tortolini, Giacomo Garelli, “Io e Charlie”, Orecchio Acerbo, luglio 2019