Tamo: intervista a Daniela Iride Murgia

Tamo un nome che è un’abbreviazione ma anche un tenero richiamo all’amore.
Una storia raccontata e illustrata da Daniela Iride Murgia e pubblicata da pochissimo da Edizioni
Corsare
, che è stata per molti anni in un cassetto.
Questo albo dalle tinte color “saponetta”, come si diceva una volta, racconta la storia di un ippopotamo che si è ritrovato a saper fare benissimo una cosa nella vita e cioè covare le uova che incontra sul proprio cammino, senza far alcuna differenza e senza neppure sorprendersi di fronte alle specie che di volta in volta vanno ad arricchire una famiglia così colorata e multiforme.

IL LIBRO
Daniela Iride Murgia, “Tamo l’ippopotamo…”, Edizioni Corsare, aprile 2019

Tamo ama tutti e tutti raccoglie attorno a sé, ospitandoli nella sua casetta sull’albero, finalmente a portata di zampa. E scoprirete perché.
È un personaggio che mi è stato subito molto a cuore e che ho trovato di una grande acutezza, per questo ho deciso di confrontarmi sulla sua storia con l’autrice.
Ecco cosa ne è venuto fuori.


Vorrei chiederti, Daniela, quando è stato il momento in cui hai sentito che la storia di Tamo era davvero completa e hai pensato ad un progetto editoriale? Che tipo di confronto c’è stato con l’editore nel momento in cui l’hai proposto?

Tamo è nato dal mio desiderio di scrivere una storia che si rivolgesse anche e soprattutto ai piccoli.
Avevo una gran voglia di disegnare un animale. Come sai bene, i miei libri cambiano parecchio il linguaggio stilistico a seconda del tema trattato. Disegnare e sviluppare la storia di un animale mi permetteva di affrontare temi paradossalmente impegnativi, come: la solitudine, l’essere orfani, l’inadeguatezza, ma anche la partecipazione, la condivisione, la resilienza, la scelta di vivere in una comunità il più eterogenea possibile.
Quando Tamo è maturato, in seguito a vari confronti, Edizioni Corsare lo ha accolto in casa, adottandolo e cambiandone pochi dettagli.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Tamo è nato proprio così come si presenta. Non è mai stato un piccolo. È nato pronto, come se sapesse già qual era il suo destino. Com’è che si è presentato alla tua fantasia? Com’è arrivato? Cosa stavi facendo in quel momento? In cosa eri impegnata?

No, non è mai stato piccolo. Chi nasce senza famiglia, quindi orfano, non ha il tempo di crescere, o meglio il tempo della crescita, e sono consapevole dell’azzardo, avviene solo in un’età “matura”.
È un albo che può essere letto su diversi livelli, ma sicuramente tratta il tema di chi, resiliente, trova la forza di reagire e contrastare il proprio destino. Ricordo che Tamo ha iniziato a formarsi durante una estate calda e umida come si addice a un ippopotamo, e poi ha visto scorrere il colore di varie stagioni prima di arrivare alla carta stampata.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Il protagonista descrive se stesso a partire dalle cose che non sa fare. Ho trovato questo approccio molto acuto e molto originale. Di solito avviene il contrario e si tende a privilegiare gli aspetti nei quali eccelliamo o comunque siamo abili. Partire da ciò che non si è in grado di fare ha un che di liberatorio, come se si rinunciasse a quell’elenco di qualità che di solito siamo chiamati a dover per forza colmare. Ed è così anche e soprattutto per i bambini. L’ho trovato un piccolo gesto dirompente. E ho provato un moto di affetto per lui. Che comunque sa fare molte cose. Una delle quali preziosissima.

Ecco, la tua acutezza mi rende felice e attribuisce un senso alla mia progettazione. Era esattamente questo che volevo enfatizzare. Oggi c’è un’autocelebrazione esasperata. L’inadeguatezza, se elaborata, può portare a fare le cose con più attenzione e cura. È importante poter parlare dei propri fallimenti e delle proprie deficienze.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Nella pagina in cui Tamo elenca le cose che non è in grado di fare compare una lampada molto simile alla Arco, progettata dai designer italiani Pier Giacomo e Achille Castiglioni nel 1962 per l’azienda italiana, d’arredamento ed illuminazione, Flos. Si tratta di uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti e di un oggetto icona del design italiano; fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui viene riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. Non è la prima volta che oggetti di design compaiono nelle tue storie e nelle tue ambientazioni. Che rapporto hai con il design? E come mai è così ricorrente nella tua poetica visiva?

È un interesse profondo, e direi molto naturale, quello che nutro verso il design e l’architettura. Ma c’è di più, penso: mi diverte introdurre questi oggetti per farli conoscere a quelli che ne ignorano l’esistenza, e mi diverte anche molto giocare, con quei lettori attenti, esattamente come te, che li riconoscono e li scoprono. A guardarli bene però, sono quasi sempre oggetti rielaborati nella mia fantasia, in questo caso la cupola e la calotta della lampada, che vengono da sempre realizzati in alluminio, sono calati nel mondo di Tamo e diventano di uno smalto rosso lucido e sgargiante. Mentre il parallelepipedo che costituisce la base di marmo, è diventato una pietra grezza da lavorare, una piccola montagna, un elemento che nella sua naturalezza ci avvicina al mondo di Tamo, che è immerso in una natura lussureggiante, simile forse a quella che si può trovare in Sud America. Inoltre la lampada ad arco mi permetteva di posizionarla sull’altra pagina e di porre così il focus/luce su di lui, proprio con quell’intento con il quale è nata la lampada Arco, ovvero con l’idea di avere un punto luce effettivamente “sospeso” sopra il luogo di interesse che può essere un libro, un tavolo, un oggetto; in questo caso il punto da illuminare era un morbido ippopotamo, un’accortezza bizzarra, ma funzionale.
C’è un altro oggetto di design che torna utile a Tamo nelle pagine a seguire; è il carrello da spiaggia per bambini realizzato da Gerrit Rietveld.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Nonostante Tamo sia nato così com’è, ha un dono particolare che è quello di saper covare le uova. Un personaggio in apparenza solitario si ritrova a prendersi cura di uova che non appartengono alla sua specie e con i nascituri crea una famiglia coloratissima e variegata. Ponendoci di fronte all’intuizione che si può essere famiglia, senza assumere ruoli ben precisi.
Lui non si pone mai come mamma, seppure sia una sorta di guida.

Ancora una volta hai colto a pieno il mio punto di vista; Marcel Duchamp diceva che il luogo dove più si può realizzare un sistema di perfetta e funzionante anarchia è la famiglia.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

L’espediente della casetta mette in moto un altro meccanismo virtuoso che è quello della collaborazione. A Tamo viene una grande idea. La casetta sull’albero può essere raggiunta solo se ognuno sale sulla schiena dell’altro. In questa pila solidale ho visto un richiamo a Il sapore della Luna di Michael Grejniec, quando tutti gli animali arrivano ad una collaborazione reciproca e superano le loro differenze col fine di assaggiare un pezzetto di luna, appunto. C’è effettivamente un omaggio a questa favola?

Sinceramente non ho pensato a questa storia che si colloca tra fiaba e leggenda. Il fatto è che Tamo e io siamo arrivati a questa conclusione in maniera molto naturale e strada facendo.
Abbiamo osservato l’albero dal basso, avviliti, all’inizio per il fatto di possedere una casa/cosa che non si poteva abitare/possedere. Ma lui, invece di concentrarsi su quel punto e lasciarsi logorare da quella frustrazione, si è concentrato su quello che sapeva fare, dimenticandosi a tratti che aveva ereditato quella strana casetta in cima a un albero; quanto di più inutile per un ippopotamo, qualcosa di irraggiungibile. Così si è concentrato sui gesti quotidiani, mettendo a fuoco bene quello che non sa fare, e concentrandosi su quello che sa fare molto bene e gli viene spontaneo.
È solo così, muovendo passo dopo passo, che gli ritorna in mente di avere una casa; una casa, ora che ha una famiglia davvero numerosa, necessaria. Insomma, Tamo trova la spinta a raggiungere la casa perché questo torna utile a tutti. La bellezza delle cose ritrova il massimo dello splendore quando si mette a frutto appieno la loro utilità.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Nell’ultima pagina hai disegnato una piccola tartaruga con un uovo tra le zampe. Come dire, Tamo ha contagiato con il suo pensiero di cura generosa?

Sì, esatto, ma mi piaceva sottolineare che in famiglia c’è sempre un figlio scapigliato, un componente che fa di testa sua, com’è giusto che sia, contravvenendo alla consuetudine e prendendo la deragliante strada dell’autonomia.

Sapendo che studi e ti documenti molto prima di elaborare i tuoi libri, quale ricerca hai fatto per questo, e che tipo di ricerche fai più in generale?

In questo caso non ho fatto studi particolari, ma leggo sempre molto e quindi inevitabilmente sarò
stata influenzata da quello che leggevo al momento.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)

Qual è stato il tuo modo di lavorare all’albo, rispetto agli altri tuoi libri passati, se una qualche differenza c’è stata?

La differenza è che, nonostante in tutti i miei progetti io passi molto tempo a limare a più riprese, Tamo aveva bisogno di freschezza e spontaneità. Non so se sono riuscita ma ci ho provato, non è mai facile creare un personaggio coerente e io non sono una cartoonist.

Immagino che ogni libro che scrivi ti regali qualcosa di prezioso, sia nel momento in cui lo stai componendo, sia, dopo, una volta che lo doni al mondo. Cosa ti ha fatto scoprire Tamo? Stai lavorando già ad un’altra storia?

Questo è il classico albo dove non sai più chi stia facendo cosa, davvero a volte sembrava che Tamo prendesse forma e uscisse fuori dal foglio per dirmi cosa fare e che strada prendere. È un albo che ha una sua indipendenza da me.
Adesso sto lavorando a diversi progetti per case editrici estere e italiane, ma spero di trovare presto la calma e il tempo di sviluppare i miei progetti personali, inseguendo le mie chimere.

(copyright e courtesy: Daniela Iride Murgia)
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