Ho avuto occasione di parlare di Giovanna Ranaldi nel mio articolo Cappuccetto rosso e le sue fiabe.
Lì avevo analizzato il suo ultimo, bellissimo lavoro, Il bosco, la ragazza è il lupo, opera talmente enigmatica da spingermi a voler discutere con lei di fiabe, topoi, e ombre.

Questo è il risultato del nostro confronto.
Buona lettura.

* * *

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il più piccolo di Sette”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Nel mio articolo Cappuccetto rosso e le sue fiabe ho accennato brevemente alla tua formazione ma ora che ne ho la possibilità vorrei approfondirla. Ho letto che hai fatto l’Accademia, hai studiato a New York. Ti sei occupata per molto tempo di restauro, hai fondato una stamperia dedicandoti all’incisione. Quando hai deciso di intraprendere il percorso dell’illustrazione e in che modo?

I miei percorsi non sono stati lineari. Probabilmente non lo sono neanche ora. Quello che ha legato tutte le mie esperienze formative e professionali è stata l’arte. È cominciato tutto un’estate, i miei mi portarono a vedere una mostra di Henry Moore. Avevo sette anni. Fu un incontro molto intenso. Pensavo che quelle sculture fossero state fatte per me.

Durante il mio percorso alcune scoperte sono state così incisive da richiedere anni di sperimentazione e vissuto. Sono molto curiosa. Ho cominciato con la stamperia, poi con il restauro, attualmente lavoro con l’illustrazione e qualcos’altro che non so ancora definire. Ho amato molto, per motivi diversi, tutto ciò che ho fatto. L’incontro con l’illustrazione è avvenuto durante una mostra. Trovai in alcuni lavori qualcosa che suonava molto familiare. Era il periodo della mia vita da restauratrice. Un poco soffrivo per il fatto che nel restauro, per la mia esperienza, l’unica forma di creatività richiesta fosse quella necessaria alla risoluzione dei problemi, molto stimolante ma in modo troppo circoscritto. Così un poco per quel dolore un poco per quel suono decisi di dedicarmi all’illustrazione.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il più piccolo di Sette”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Quanto la “materia pittorica” e il tuo bagaglio iconografico, avendo tu questo tipo di formazione, ha influenzato il tuo lavoro di illustratrice?

Molto, credo. L’aspetto più affascinante del restauro è stato entrare nella materia. Lo spazio di lavoro sembrava, più che uno studio di restauro, una bottega d’arte. Tele, tavole, preparazioni, gesso, colle, barrette di rame sospese sopra l’aceto, oli, resine, trementina, terre bruciate, uova, gomma lacca, sovrapposizioni di materia pittorica, velature. Ho fatto molta ricerca, sperimentavamo qualsiasi cosa seguendo le ricette riportate nei manuali di pittura antichi. Non usavamo quei materiali per restaurare ma per capire quello su cui stavamo operando. È stato affascinante e ha lasciato in me un desiderio di materia, di odore, di stratificazioni.

Lo studio dell’iconografia mi ha aiutato a comprendere il potere dell’immagine, quanto sia automatico per la mente rapportare un immagine a un senso, a una emozione, a una narrazione. Forse anche per questo cerco di risolvere ogni pagina come se potesse essere sola a dire e suggerire un mondo, senza perdere però il legame con l’immagine precedente e quella successiva, almeno questa è l’intenzione.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il più piccolo di Sette”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Parliamo nel tuo incontro con il teatro. So che hai avuto esperienza come scenografa. Hai detto anche che ti sarebbe piaciuto lavorare con il “Teatro delle ombre”. È qualcosa che sei riuscita a realizzare? Cosa rappresentano le ombre per te?

L’incontro col teatro delle ombre è stato casuale, una commissione. Forse non l’avrei mai provato se non me lo avessero richiesto. Mi attrasse molto anche la possibilità del lavoro in relazione con il regista, con gli attori e con i tecnici. Un’esperienza che mi ha dato molto.
Quello che più mi ha interessato delle ombre è l’interazione con la luce e che permettano di effettuare una sintesi potentissima e immediata. E poi l’evocazione e la suggestione. Penso che le ombre siano un mezzo, non un fine.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il più piccolo di Sette”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Più volte ti sei confrontata con il mondo delle fiabe, sia con Pollicino sia con Cappuccetto Rosso. Perché su di te la fiaba ha un così forte richiamo? Se potessi illustrare o trasporre altre fiabe, quali sarebbero?

La fiaba è il primo genere letterario con cui veniamo in contatto.
Se non edulcorate e appiattite dalle paure degli adulti, rappresentano uno dei pochi territori letterari dove i bambini hanno la possibilità di sperimentare il mondo, confrontarsi con la complessità delle relazioni umane e con i grandi temi della crescita tra cui, forse prima di tutto, la paura. In quel territorio di finzione si fa esercizio. Spesso quel territorio è il bosco e in quel bosco è necessario perdersi. Ho spinto questa riflessione oltre, arrivando a pensare che queste fiabe siano adatte anche a un pubblico adulto. Recentemente dopo aver espresso questo ultimo pensiero durante una presentazione di Il bosco, la ragazza e il lupo una persona ha commentato dicendo che questo avrebbe fatto di noi degli eterni Peter Pan. In un certo senso, diverso da quello che intendeva quella persona, è vero. Credo che sia la complessità della vita stessa che può chiederci, in qualsiasi momento, di attraversare un bosco, quindi in questo senso il richiamo non finisce mai.

Se potessi illustrare o trasporre altre fiabe, quali sarebbero?

Non è una fiaba ma sarebbe Alice nel Paese delle Meraviglie.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il più piccolo di Sette”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Parliamo di Pollicino, pubblicato da Kite Edizioni con il titolo di Il più piccolo di Sette. Ho letto che il libro è nato alla Fiera di Montreuil dal tuo incontro con la casa editrice Milimbo. Come hai lavorato su questa che era la tua prima trasposizione?

È stato il primo silent book, un lavoro lunghissimo. Ho conservato l’elenco dello studio che ho fatto prima di cominciare: liste infinite di quadri, incisioni, disegni, fotografie, film, anche ore e ore di musica, una playlist che ascolto ancora. Poi ho cominciato a selezionare i momenti chiave della storia, a eliminare tutto il superfluo per arrivare alla sintesi di quello che era strettamente necessario alla narrazione. Non ho mai elaborato uno storyboard, era tutto a memoria. Molto tempo l’ho dedicato alla ricerca e alla sperimentazione di una tecnica che mi desse la qualità del segno che desideravo. Era tutto nuovo. Una quantità enorme di domande a cui dare risposte. È stata una grande opportunità perché ho avuto totale libertà, nessun vincolo a parte la dimensione e il numero delle pagine. Questa condizione mi ha permesso di perdermi, di cercare e provare. Pensare, sperimentare, improvvisare, il lavoro è andato avanti così fino all’ultimo.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il bosco, la ragazza e il lupo”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Prima di arrivare a Cappuccetto Rosso, vorrei chiederti del tuo rapporto con i silent book. Sia Il più piccolo dei sette, sia Il bosco, la ragazza e il lupo non hanno parole, ad accostare le immagini. Parlandone, tu hai detto che «un libro senza testo è, per chi legge, un invito a raccontare, a riprendere il filo della tradizione». Cosa intendi?

Verosimilmente mi riferivo alla tradizione orale. Quella è l’origine delle fiabe. Ogni volta che venivano raccontate, probabilmente qualcosa veniva sottratto qualcosa aggiunto. Il narratore lasciava lavorare la sua voce. Nei silent book questo margine di interpretazione è molto ampio per me e, spero, anche per chi osserva. Anche le pause, i silenzi e le assenze raccontano molto. Siamo in un territorio assai libero, una condizione molto attraente. Nel silent book del libro rimangono la struttura, l’architettura, il fascino della carta, l’odore dell’inchiostro, il ritmo che diamo alla sequenza, la dimensione, e poi, molto importante, la relazione fisica che stabiliamo con l’oggetto libro.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il bosco, la ragazza e il lupo”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

E arriviamo a Cappuccetto Rosso (Il bosco, la ragazza e il lupo). Leggendo di te, ho sempre ritrovato questa tua voglia di confrontarti con questa favola. Anche ai tempi di Pollicino ti eri dispiaciuta che Cappuccetto Rosso fosse già all’interno del catalogo della casa editrice Milimbo, proprio perché avresti voluto lavorarci tu.
Come mai questa ricerca nei confronti di Cappuccetto Rosso? Cos’ha in più per te rispetto ad altre fiabe? C’è un motivo particolare per cui le sei così legata? E a questo punto sarei anche curiosa di scoprire se mi sono avvicinata in qualche modo con la mia visione del “teatro delle ombre”.

Cappuccetto Rosso è stata parte del mio lessico familiare, citata innumerevoli volte, considerata una disobbediente, l’ho sempre difesa.
Sappiamo di molte versioni e che, inizialmente, in alcuni casi la bambina si salvava da sola; poi l’influenza culturale ha mutato e adattato la versione alla morale dei tempi. Nelle più note (Grimm e Perrault) la bambina finisce salvata dal cacciatore o divorata dal lupo.

La storia che ho disegnato però è un’altra.
È la storia di un incontro in un territorio, il bosco, che è fuori controllo e idealmente libero da condizionamenti culturali. Lì si scopre il margine, il limite, e si decide di superarlo. Ci si incontra, ci si riconosce, si celebra la radice comune, si condivide il possibile, si fa una scelta. Lì rimane la traccia di questo incontro straordinario tra la ragazza e il lupo.

Il teatro delle ombre non ha alcun legame con il libro, però qualcuno, durante una presentazione, ha associato il bosco o il lupo con il lato ombra della natura umana; non era nelle mie intenzioni, non è di questo che volevo parlare, ma potrebbe essere una delle varie letture. È questa la suggestione che hai trovato anche tu? Se così fosse il mio tentativo di lasciare un grande margine di interpretazione sarebbe riuscito, ne sarei felice.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il bosco, la ragazza e il lupo”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Tecnicamente come hai affrontato il lavoro su Cappuccetto Rosso? Mi piacerebbe scendessi nei dettagli “materici”. Ho notato un gusto maggiormente figurativo rispetto a Pollicino. Textures più varie. Ma vorrei che me ne parlassi tu.

Sì, hai ragione. Ne Il bosco, ragazza e il lupo ho cercato di ampliare le scelte tecniche e di accostarle: tempere, matite, disegni, acrilici, sovrapposizioni, collages. Questa commistione è quello che mi interessa di più ora e se potessi, forse prima o poi accadrà, vorrei interferire anche con delle fotografie. Usando tecniche differenti desidero mantenere anche una coerenza stilistica. Ho inserito un accenno di blu, un colore nuovo per me. Ogni libro è una possibilità di sperimentazione.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il bosco, la ragazza e il lupo”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Come mai le scelta di dare alle due pubblicazioni questo formato (brossura con filo singer)?

Il formato così orizzontale ha un carattere dinamico molto adatto al racconto per immagini, il resto dovremmo chiederlo all’editrice.

So che ti dedichi a laboratori con bambini e adulti (anche senza dimora per una onlus di Roma). Qual è la differenza fra il preparare un laboratorio per adulti e prepararne uno per bambini, magari sullo stesso argomento? (forse è una domanda sciocca. Se lo è spero che mi perdonerai e lo faranno anche i miei lettori).
Quale approccio riscontri negli uni e negli altri nel momento in cui si mettono al lavoro?

Perdonarti? Ti ringrazio.
Per me nessuna, non c’è differenza, nella progettazione di un laboratorio non tengo conto dell’età.
Le differenze, i desideri, le intenzioni si manifestano individualmente durante il lavoro, non hanno molto a che vedere con l’età. Diverso con l’età è il modo di esprimere quei desideri che poi si trasformano in lavoro. Più strutturata, filtrata e controllata la modalità adulta, meno agile. Quello che di sicuro spesso accomuna adulti e bambini è il desiderio di tornare a casa con qualcosa di “bello”, accade più agli adulti, è comprensibile ma controproducente, per me insensato. Cerco sempre di lavorare molto su questo punto, per spostare il fuoco su altro, dare un senso diverso al tempo del laboratorio, non è semplice ma ne vale la pena.

I laboratori con i senza dimora quelli sì, hanno richiesto un’altro tipo di attenzione nella progettazione. Dovevo riuscire a stimolare la curiosità e soprattutto la costanza in persone che avevano perso ogni legame di stabilità. È stato molto impegnativo ma abbiamo lavorato insieme per quattro anni, era nato un vero gruppo di lavoro, mi sembrava incredibile.

Hai già in mente il prossimo progetto al quale vorresti dedicarti?

Più di uno come al solito.

Giovanna Ranaldi, tavola tratta da “Il bosco, la ragazza e il lupo”, Kite Edizioni, 2018
(courtesy: Giovanna Ranaldi)

Di ombre, silenzio, fiabe e boschi: intervista a Giovanna Ranaldi