Jutta Bauer non ha bisogno di presentazioni. Basti citare libri che sono diventati ormai classici per la letteratura per l’infanzia come Selma e Urlo di mamma (entrambi editi da Salani, ma Urlo di mamma è stato poi ripubblicato da Nord-Sud Edizioni) o ancora La regina dei colori (pubblicato da Terre di Mezzo). Ha al suo attivo circa 40 volumi pubblicati in tutto il mondo e diversi premi a riconoscere il suo merito. Il più importante è sicuramente l’Hans Christian Andersen Award che le è stato consegnato nel 2010.

Torna in Italia in questo periodo per una serie di incontri legati al suo nuovo libro uscito sempre per Terre di Mezzo, per la collana Acchiappastorie, Ti ricordi ancora (ai testi Zoran Drvenkar).
Terre di Mezzo mi ha dato la possibilità di incontrarla a Genova, è stata un’esperienza molto arricchente ed emozionante, e il risultato è questa intervista.

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Jutta Bauer dedica uno dei suoi albi
(foto: Anna Becchi | courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Ho letto che le sue ispirazioni nel tempo vanno da Wilhelm Busch a Ludwig Richter, da Brueghel a Van Gogh, da Tove Jansson (che lei considera la più grande) a Maurice Sendak, F.K. Waechter e molti altri ancora. Mi saprebbe dire in che termini lei deve qualcosa ad ognuno di questi artisti?

Sono molti nomi, quindi dare una risposta per ciascuno è molto complesso. Però tutti questi autori sono accomunati dal fatto che quando disegnano degli animali, delle persone o dei troll, come nel caso di Tove Jansson, riescono ad infondere un’anima in ogni soggetto che rappresentano. E questi personaggi sono in grado di scatenare un’empatia. Si arriva addirittura a percepire i loro sentimenti, quando li si osserva. Questo fenomeno mi capita, però, anche con personaggi molto comuni, come per esempio Petzi, un orsacchiotto di un fumetto danese. Anche quello per me è una fonte di ispirazione. Quindi mi lascio ispirare non solo da personaggi di grandi artisti ma anche dai fumetti. Quello che più mi colpisce, alla fine, è il fatto di percepire un’anima dentro di loro e che riescano a suscitare empatia.

In alto: Jutta Bauer, “Selma o la ricetta della felicità”, Salani, 2017
In basso: Jutta Bauer, “Urlo di mamma”, Nord-Sud Edizioni, 2008

Per molto tempo lei si è dedicata principalmente all’illustrazione, per poi approdare a libri come Urlo di mamma o come Selma che sono diventati dei classici della letteratura per l’infanzia. Quando ha sentito la necessità di raccontare lei stessa delle storie?

Posso datare esattamente questa esigenza. Ho illustrato parecchi libri che appartenevano alla serie Juli, con testi di Kirsten Boie, che venivano pubblicati dall’editore Beltz e venivano poi trasmessi come cartoni animati anche in tv, in una trasmissione per bambini. Ma non avevo più voglia di dedicarmi a questo progetto, anche se continuavano a chiamarmi l’autrice e l’editore. Era una serie di discreto successo, ma mi veniva il malumore a pensarci, perché non ce la facevo più a continuare. Non perché fosse di bassa qualità, ma perché in quel momento non avevo più voglia di far qualcosa per gli altri. Sentivo l’esigenza di gettarmi in qualcosa di mio. Capita: ci si sente insoddisfatti di quello che si sta facendo. E allora uno dietro l’altro ho cominciato a scrivere La regina dei colori, Selma, L’angelo del nonno… Ed è stato il momento più fortunato che ho avuto, da allora.

Jutta Bauer, “La regina dei colori”, Terre di Mezzo Editore, 2015
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Come alcuni dei suoi libri nascono dall’esigenza pratica di far addormentare i suoi figli, così lei ha dichiarato che alcuni sono frutto degli appunti che lei prende dei suoi sogni. Ci può fare qualche esempio? Quali sono i libri per così dire “onirici” di Jutta Bauer? 

Non si tratta di un sogno vero e proprio ma di un sogno ad occhi aperti, anche se le notti insonni sono una grande occasione di ispirazione. Però occorre subito appuntarsi i rimandi perché poi magari al mattino si dice: «Ah, mi era venuta un’idea così buona e l’ho dimenticata!». Spesso non traggo ispirazione per interi libri, ma sono idee per singole illustrazioni oppure connessioni che mi vengono in mente e che mi servono da materiale per una scena o per una tavola.

Jutta Bauer, “La regina dei colori”, Terre di Mezzo Editore, 2015
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Mi sono documentata e ho letto che la scelta di iscriversi all’Accademia di Belle Arti è stata in qualche maniera guidata da eventi non propriamente riconducibili alla sua volontà. Mi spiegherebbe invece a quando risale il momento in cui si è resa conto che l’illustrazione sarebbe stata la sua strada?

Quando sono entrata in Accademia, in principio avevo scelto l’indirizzo “Caricatura”, ma sono contenta di aver rinunciato perché l’insegnante del corso era una professoressa terrificante. Invece, una volta scelto l’orientamento di “Illustrazione di libri” ho capito da subito che sarebbe stato il mio destino. Sono contenta di aver potuto studiare con Siegfried Oelke. I più grandi illustratori che sono usciti fuori dalla scuola di Amburgo sono stati suoi allievi. Con lui avevamo stabilito un rapporto molto intenso. Eravamo quasi i suoi discepoli.
Fra questi si contano Sabine Wilharm, Peter Schössow, Dieter Wiesmüller…
Ricordo ancora che nel periodo universitario ero molto politicizzata e distribuivo sempre volantini in aula. Oelke, che era comunque un conservatore, non approvava e pensava che perdessi tempo, però mi diceva: «non va bene quello che fai, ma tanto diventerai un’illustratrice lo stesso!».

Jutta Bauer, “La regina dei colori”, Terre di Mezzo Editore, 2015
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Lei ha cominciato nei primi anni ’80. In questi anni com’è cambiato, secondo lei, il settore dell’editoria per bambini e ragazzi?

Un tempo lavoravo con editori molto idealisti che erano pronti a rischiare e fare cose molto innovative. Andavano dai rappresentanti e dicevano: «Questo libro è meraviglioso, dovete prenderlo». Adesso si è molto più condizionati dalle vendite, dal mercato e dal marketing. Si rischia di meno e di questo risente la letteratura.

Visto che quando si parla di albi illustrati si ha sempre la tendenza a contrapporre parole ad immagini, come se una forma di comunicazione avesse una valenza maggiore rispetto all’altra, lei come si colloca all’interno di questo dibattito?

Io trovo tremendo che nella nostra cultura la parola venga sempre considerata superiore all’immagine. Per esempio, anche nelle commissioni dei premi per libri per ragazzi, in Germania, viene data più importanza al testo che all’illustrazione. Nelle stesse giurie il numero di persone che hanno più competenze sulla narrativa è maggiore di quelle che ne hanno sulle immagini.
C’è da dire, però, che l’Hamburger Hochschule für angewandte Wissenschaften, che è una scuola molto rinomata, dove hanno studiato i più grandi illustratori tedeschi, ha istituito un nuovo premio dedicato esclusivamente al libro illustrato, l’Hamburger Bilderbuchpreis, annunciato quest’anno alla Fiera di Francoforte. Il nome del premio vuole evidenziare l’importanza di Amburgo come capitale dell’illustrazione. Consiste in 12.000 euro all’illustratore e 5.000 euro di anticipo alla pubblicazione del suo progetto, pubblicazione concordata dagli organizzatori del premio con un importante editore (attualmente Carlsen Verlag). Vi possono partecipare solo albi ancora inediti. Ovviamente il primo illustratore sarà premiato l’anno prossimo. Penso che questo sia un grande passo avanti per la letteratura in immagini.

Jutta Bauer, “La regina dei colori”, Terre di Mezzo Editore, 2015
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Sì, lo penso anche io. Perché purtroppo spesso gli stessi silent book sono accolti con scetticismo all’interno del mondo editoriale.

Riguardo a questo, posso dirle che sto lavorando proprio ad un silent book in questo momento. È un progetto al quale mi sto dedicando e in cui credo molto. E poi posso portare la mia testimonianza per quanto riguarda i miei libri con Emma come protagonista. In realtà non dovevano contenere parole, ma l’editore richiese che ci fosse un testo. E così fu, anche se non ero d’accordo.

Jutta Bauer
(foto: Anna Bauer | courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Nei suoi libri compaiono spesso animali a rappresentare i personaggi. Ci può spiegare il motivo di questa scelta?

Principalmente perché penso che gli animali siano in grado di aprire ancora di più la porta delle emozioni, rispetto agli umani.
Ad esempio, ho illustrato un libro che si intitola Armut (Povertà) e all’inizio ho provato a rappresentare i personaggi con fattezze umane, ma poi mi sono resa conto che la narrazione sarebbe stata più incisiva con animali — in questo caso dei “poveri cani”.
Si tratta di un progetto che nasce in collaborazione con mia nipote. Abbiamo chiesto ai bambini di porre delle domande sulla povertà. A queste domande hanno risposto politici, sociologi, rappresentanti del mondo cattolico, luterano, senzatetto, e le risposte sono state accompagnate dalle mie illustrazioni.
Gli animali permettono da una parte di mantenere una certa distanza dal tema che viene trattato (e in questo caso sentivo che era necessario), ma nello stesso tempo di toccare anche le emozioni.
Inoltre permettono di evitare il kitsch, cosa in cui ho molta paura di cadere. Basti pensare a quello che accade in Urlo di mamma. Se avessi dovuto rappresentarlo con figure umane sarebbe stato impossibile.

Zoran Drvenkar, Jutta Bauer, “Ti ricordi ancora”, Terre di Mezzo Editore, 2017
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Quando lavora sul testo di un altro autore, come si approccia a quel testo? Qual è la “chiave” che usa per entrarci dentro?

Non posso dare delle ricette. Credo in realtà che non ce ne siano. Lo si introietta e poi ci si va a passeggio e ci si pensa sopra.

Qual è il suo libro a cui è più legata? E per quale motivo?

È una domanda alla quale non posso rispondere. Considero i miei libri come miei fratelli, come miei figli, e farei loro un torto.

Zoran Drvenkar, Jutta Bauer, “Ti ricordi ancora”, Terre di Mezzo Editore, 2017
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e pubblicati in molti paesi, quindi culture diverse, stili di vita diversi, mercati diversi. Quanto questa consapevolezza influisce sul suo lavoro quando è alle prese con un nuovo progetto?

Pensarci sarebbe fatale. Si aprirebbe un vaso di Pandora e mi sentirei completamente bloccata nella mia iispirazione. Preferisco non soffermarmi su questo lato del mio lavoro.

Lei ha vinto alcuni tra i più importanti premi del mondo dell’illustrazione e della letteratura per l’infanzia. Cos’hanno cambiato — se hanno cambiato qualcosa — questi riconoscimenti?

Se avessi vinto l’Astrid Lindgren Memorial Award, sarebbe cambiato qualcosa nel pratico [il premio consiste in 500.000 Euro, ndr] ma il Premio Hans Christian Andersen concede solo la gloria [ride, ndr]. Sicuramente una cosa che cambia è che si è molto più visibili e si è invitati in tutto il mondo.

Zoran Drvenkar, Jutta Bauer, “Ti ricordi ancora”, Terre di Mezzo Editore, 2017
(courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Perché e quando ha sentito l’esigenza di sperimentare anche la forma dell’animazione? È soddisfatta del risultato? A quale cortometraggio è più legata fra quelli che ha realizzato?

Alla fine dei miei studi ho studiato anche animazione, ma ho capito troppo tardi che forse era quello che volevo fare e quindi non bastavano le capacità tecniche per potermici dedicare. Ho avuto la fortuna di affidare i miei film a Katrin Magnitz, che viene da una dinastia di animatori. Abbiamo iniziato a collaborare. Perché il punto è che lei non ha tante idee per quanto riguarda le storie, ma è molto brava a coordinare e a lavorare con l’animazione. Il film a cui sono più affezionata è sicuramente La regina dei colori, anche se c’è qualche errore: i grigi non sono così grigi. Però nel complesso lo trovo molto bello. E ho intenzione di collaborare ancora con Katrin Magnitz perché ho bisogno di qualcuno che mi guidi mentre io lavoro sullo storyboard, e qualche volta lascio fare anche all’improvvisazione.

Jutta Bauer in una scuola di Genova
(foto: Anna Becchi | courtesy: Terre di Mezzo Editore)

Intervista a Jutta Bauer, la regina dei colori