In una recente intervista al Corriere della Sera Enzo Mari dichiara l’intenzione di donare l’intera collezione delle sue opere alla città di Milano, con una clausola: «vorrei che per 40 anni nessuno avesse accesso all’archivio, […] perché ipotizzo, con la convinzione di un bambino un po’ ottimista, che solo tra quarant’anni una nuova generazione, non degradata come quella odierna, potrà farne un uso consapevole».
Insomma, per Mari la generazione attuale di designer è perduta, meglio aspettare la successiva.

Io invece credo che sarebbe un vero peccato. Ma è soprattutto un vero peccato che Mari si abbandoni a questo paternalismo e utilizzi anche lui la critica del padre-maestro nei confronti dei propri figli visti come “degenerati”.

Parlo di quell’atteggiamento di chi dice “son ragazzi”, “non sanno parlare”, “scrivono senza grammatica”, “non sanno progettare”, “non hanno visioni”.
Mi domando, ma i padri-maestri hanno mai cercato di capirla questa generazione? Non è che sono stati un po’ troppo occupati ad insegnare? Magari dai figli ogni tanto si può anche imparare qualcosa. Forse un passetto in avanti lo stanno facendo loro, e noi pigri osservatori non riusciamo a capirlo. Sono una “generazione degradata”? Persa? Ne siamo sicuri?

Ricordo con molta emozione una lezione di Mari, ero ancora uno studente e lui parlò per tre ore di comunismo. Uscii da quell’incontro entusiasta, pieno di incrollabili certezze su cosa volesse dire progettare. Ho capito più avanti che quelle verità erano un po’ meno dogmatiche e che il suo modo di intendere il design è uno dei tanti possibili: certamente sentito, profondo, categorico, per me fondamentale, ma appunto “uno dei tanti possibili”.
Molto di quello che diceva è tutt’ora importante per chi si occupa di progettazione, per questo la sua eredità è ancora più importante.

Ancora oggi dedico la prima lezione di ogni anno accademico al problema della “qualità” ritrovandomi a dire le esatte parole che ascoltai da Mari anni fa. Ma il destino delle nuove generazioni non è quello di museificare l’eredità dei padri. Il compito di chi viene dopo è quello di ricontestualizzare, reinterpretare, stravolgere, contestare.
I ragazzi che ascoltano le posizioni dei propri padri-maestri hanno il diritto e il dovere di superarle e a noi spetta la fatica di provare a capirli. Un vero padre desidera che suo figlio diventi diverso da lui, e non la sua copia: sa che verrà tradito, ma dovrebbe sapere che quel tradimento è l’unico modo per una vera evoluzione.

Foto di Claudio Gerenzani, giovane architetto.

Un giovane designer oggi si trova a interpretare la più grande crisi industriale che l’Occidente abbia mai conosciuto. Non è un compito facile.
I paradigmi un tempo dati per assoluti ora sono rimessi in discussione. Il tema sul quale si è fondato tutto il design del Novecento, il rapporto tra forma e funzione, è diventato assolutamente marginale, centrale è oggi il confronto tra designer e sistema produttivo. Le giovani generazioni lavorano per ridefinire l’idea di processo industriale, spesso disintermendiandolo, lavorando non più alla progettazione di nuove forme ma realizzando nuovi materiali e ideando processi di produzione alternativi.

Avere a che fare con la “nuova generazione” vuol dire costringersi a innovare il paradigma, vuol dire cambiare grammatica, vuol dire rinunciare alle nostre certezze costruendone di nuove. È faticoso, difficile e anche pericoloso, si fanno tanti sbagli. Ma noi stiamo cercando gli strumenti giusti per interpretare la contemporaneità? Oppure preferiamo definire come “degradata” una generazione che semplicemente non capiamo?