“Made in Ci-Taly” ovvero la delocalizzazione inversa e la cultura orale dei Rom

Oggi è passato Roberto da me. È il mecatronico che, insieme al suo socio, segue con la manutenzione degli ultimi laboratori rimasti a cavallo delle province di Verona e Vicenza.
Gira da oltre 30 anni ed è un po’ la memoria storica dei cambiamenti avvenuti in questi anni nel mondo della confezione, mi racconta da sempre quello che succede, le novità e le tendenze, arricchendo i racconti con qualche nota di colore: la vecchia stilista inglese che esagera col prosecco, e lo stilista che piange alle prove perché il colletto non sta bene.

Ha qualche cliente cinese (molti meno) ma mi dice che per quelli che sono rimasti tra Verona e Vicenza è difficile sopravvivere, adeguandosi anche solo parzialmente alle leggi; sono in difficoltà e per questo sono rimasti in pochi.
È giusto dare atto che qui in zona una serie di controlli delle autorità preposte li ha fatti riemergere, per lo meno in parte.
È qui apro una riflessione: in casa mia per tanti anni sono entrati due quotidiani, poi mi sono convertito alla cultura Rom e anch’io, come loro, faccio affidamento solo alla cultura orale.

Purtroppo quello che è scritto sui giornali non ha niente a che fare con la verità, parlare con Roberto o con il magazziniere di una azienda vale più della lettura del Sole 24 Ore, del Corriere o di Pambianconews.
Le notizie scritte sui giornali sono le veline degli uffici stampa delle aziende. La verità, o qualunque cosa gli somigli, non abita più da quelle parti.

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Il direttore del Sole 24 Ore gira le province e racconta storie di donne che con estremo eroismo tengono aperte librerie, ultimi presidi della cultura, dimentica poi di riferire dei loro mariti delocalizzatori che gestiscono un’attività industriale e hanno spremuto l’Algeria, che ora è diventata cara, e quindi adesso sono in Cina, lì i profitti sono abbondanti e ci si può permettere la libreria in perdita.

Una delle firme di punta della moda de Il Corriere della Sera ha scritto un reportage su uno dei gruppi che spara più stracci nei mercati europei, il quartier generale sembra un paradiso senza capi e senza gerarchie. Oh che bello, non ci sono foto del Rana Plaza alle pareti o di altri schifosissimi stabilimenti del Bangladesh.
Alla fine dell’articolo, eccitatissima come una gallina che ha fatto un uovo fuori misura, dice «questa è la moda democratica».
Cercatevelo il reportage, questo genio si chiama Pollo di cognome e non è uno scherzo.

In quanto a Pambianconews, anni fa scrisse di un mio paesano grande promessa del denim, si intuiva che stava per fare un grosso balzo sostenuto da un pool di banche. So che l’ho visto qualche mese dopo con due o tre denti in meno: erano saliti i suoi fornitori tunisini, che evidentemente avevano trovato chiuso dall’avvocato.

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In un mondo così ecco perché mi sento vicino ai Rom, che con la cultura orale sono più prossimi alla realtà rispetto a quei gran Pacchi di carta dai titoli altisonanti.

Il Rana Plaza è crollato, altre miglia di laboratori simili continuano a produrre per i soliti della moda a basso valore morale. Però quei luoghi sono lontani da raggiungere, il Pakistan è difficilino come logistica. Poi l’etichetta di origine attaccata ai vestiti che cita quei luoghi attira un po’ di riprovazione da quelle poche persone che ancora cercano l’etichetta di provenienza di quegli abiti.

A questo punto vuoi mettere la comodità del Made in Ci-Taly? Fatto in Italia in quel paese parallelo dell’illegalità gestito dai cinesi e usato dagli italiani. Il Ci-Taly è quel paese che alberga dentro il paese delle mille leggi e che vive e campa parallelamente senza esserne scalfito e turbato. È la nostra Transnistria, ha una sua capitale, Prato, e poi una serie di distretti sparsi per l’Italia: Veneto orientale, ovest Lombardia e Napoli.

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Di questo paese parallelo non si parla, massimo se ne parla una settimana se si brucia una fabbrica con qualche operaia dentro. Ed ora ditemi che sono razzista, tanto non me ne frega niente, ma una delle cose esteticamente più disturbanti per me è vedere un cinese col gel sui capelli dritti, alto come un comodino, saltare su un suv nero altissimo.
La maggioranza, c’è chi dice oltre centomila, sono localizzati tra Prato e Firenze: da culla di civiltà a bara della legalità.

Le autorità politiche e quelle ispettive o militari non sembrano vedere. Grattando solo superficialmente hanno arrestato i controllori che erano complici. E la politica che fa? A Napoli il sindaco è un magistrato che sembra aver fatto una indigestione di pane e legalità, a Firenze un Presidente di Regione con l’aria da guru del politicamente corretto, a loro vorrei chiedere se è corretto far scoppiare tante imprese artigianali italiane andate fuori mercato grazie alla concorrenza sleale. A Padova abbiamo un sindaco sceriffo, uno che ha vinto le elezioni promettendo manette e legalità, cose che a oltre un anno dall’elezione ancora non si sono viste.

Ecco questa è l’Italia delle mille regole, dove però le principali e basilari non si riesce a farle rispettare.
Ricordate un milione di capi al giorno esce da Prato, 
I capi sono fatti dagli schiavi, l’etichetta riporta Made in Italy, ma ricordate si legge Ci-Taly.

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