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© Francesca Ballarini

Enologica 2015: intervista all’illustratrice Francesca Ballarini

Enologica, salone del vino e del prodotto dell’Emilia Romagna, torna il 21-22-23 novembre ad animare Bologna, riempiendo i saloni di Palazzo Re Enzo e molti locali cittadini con il suo corale, variopinto, puntuale racconto dei tantissimi prodotti di una regione ricca nell’offerta, nella storia e nelle tradizioni.
18 edizioni di manifestazione (nata a Faenza), 9 edizioni curate da Giorgio Melandri (giornalista e degustatore), 4 edizioni a cui noi di Frizzifrizzi partecipiamo come media partner.

Quello che contraddistingue Enologica rispetto a fiere e manifestazioni analoghe, quello che ci ha fatto decidere anche quest’anno di unirci a questa carovana in cammino, e che ci tiene li attenti come ad aspettare la “puntata successiva” è certamente il racconto. Un racconto fatto di immagini, di storie, di persone, un racconto che quest’anno abbina alcuni dei prodotti della regione agli arcani maggiori dei tarocchi. Avete capito bene! I tarocchi. Sul perché della scelta, sui significati torneremo dei prossimi giorni, oggi ho fatto qualche domanda a Francesca Ballarini, la brava illustratrice che ha realizzato “le carte” di Enologica 2015.

* * *

Ciao Francesca, ti puoi presentare ai lettori di Frizzifrizzi?

Mi chiamo Francesca Ballarini e sono illustratrice-autrice; in rete però sono chiamata Nina, dal blog nato nel 2008, Io & Nina, un diario/galleria di parole e segni e disegni—un trattato d’amore per diverse cose—illustrato e scritto.


Che tipo di percorso hai fatto?

Sono laureata all’ISIA di Urbino in Comunicazione Visiva, e dopo un tempo in Francia e un piccolo tempo nel mondo dei giocattoli, pian piano ho preso sempre più la strada del disegno, da illustratrice freelance, per comunicare e raccontare.
Nina racconta a suo modo, e per me dentro il nome Nina sta tutto questo mondo qui.
 Gioco un po’ su una doppia identità, che serve anche a me a capire cosa riesco a fare meglio, senza troppo censurarmi o filtrarmi. Come guardarsi da fuori e, assieme, stare dentro a quello che fai, sentirti appartenente a qualcosa.
Quando ci riesci, quando entri in un mondo—o anche molteplici mondi di diversa fattura—e quel mondo lo vivi, allora il messaggio arriva, perché l’hai fatto tuo.


Con che tipo di realtà ti è capitato di lavorare, finora?

Disegno—oltre che per me, che è cosa vitale—per l’opera lirica (dal 2012 realizzo l’immagine dello Sferisterio di Macerata), per la comunicazione illustrata di alcune cantine di vino, per case editrici e per enti di turismo, per festival di teatro e pure per macchine che lavorano materiale plastico (capita anche questo). In genere, per quei progetti in cui si desidera che sia il segno a raccontare, suggerire, guizzare via dal seminato e prendere un’altra strada.
Su quale sia il mondo e quale il suo contenuto non credo ci sia limite, ma è fondamentale che sempre, anche dall’altra parte, chi ti chiama, chi sceglie la tua visione, abbia una comunione di linguaggio e di lettura delle cose con te: è un incontro il più delle volte, tipo un innamoramento.

Mi piace giocare con le lettere, le parole, che spesso costruiscono l’intera tavola col disegno (della serie, non sono grafomane, ma siamo lì). Alla fine sono storie che si completano in una tavola sola, che però non finisce lì, anzi si apre. Sono squarci, da cui s’inizia a camminare, e poi ognuno prende la sua strada.

© Francesca Ballarini
© Francesca Ballarini

Non è la prima volta che ti confronti con temi legati all’enogastronomia.

È curioso, ma i lavori da illustratrice sono esplosi proprio nel campo enogastronomico. Il primo e il più “grande”—nel senso di libertà, fiducia e carta bianca, e che adottava non solo lo stile del segno ma il modo di raccontare—è stato disegnare il sito per Elisabetta Foradori, una specie di diario illustrato, con segni sintetici, sulla filosofia della “donna del vino”, che ripercorre le sue vigne, montagne, anfore di vino, come piccole poesie visive.

Lo stesso blog Io&Nina, nasceva nel tempo in cui la rete cominciava a pullulare di foodblog e che a me piaceva navigare. Tra ricette e pentole c’entravo poco, ma leggevo e mi leggevano come una creatura “altra” che disegna cose, intrufolata nell’universo enogastronomico, una Nina adottata che guardava e assaggiava dai grembiuli sapienti di foodblog come La cucina di Calycanthus (che l’ha pure ritratta in una pioggia di riso).

In questo incrocio, gli appassionati e gli appartenenti a quel mondo mi hanno scovata e chiamata, tipo una volpe in una tana di un bosco non suo, e che però le piace parecchio.

Poi è arrivata Enologica… Come hai lavorato sulle illustrazioni che accompagnano l’evento di quest’anno?

Con Giorgio Melandri in particolare ho lavorato la prima volta per Enologica 2012, in cui i prodotti dell’Emilia Romagna diventavano “fantastici,” prendevano vesti diverse, personaggi di piccoli mondi immaginifici.
Da quella libertà scapestrata, quest’anno siamo andati a scavar ancora di più, rifacendoci a un’iconografia ricchissima e strabordante di significato come quella degli Arcani Maggiori dei Tarocchi, mettendo paletti di simboli e cornici e storia, in cui il segno doveva controllarsi e un po’ anche no.
Questo è poi il bello di tutto, trovare un codice perché il disegno possa comunicare, andare oltre, scoprendo nuovi spazi che possano ospitare e condividere il tuo messaggio. È una cosa che Giorgio fa e che io sento mia, per cui come non innamorarsi di una sfida così?

Cosa ne sa un’illustratrice marchigiana di cucina e vini dell’Emilia Romagna?

Ne sa mano a mano, perché prima di disegnare studia! E Giorgio è un grande narratore, e quando ti racconta appassionato del Lambrusco di Sorbara o dell’Aceto Balsamico, ti dici «ma come facevo prima a saperne così poco?». Ti senti in debito, e quella passione e quella “scoperta” si riversano nel segno e nel guizzo di cercare la tinta giusta per rappresentarle.

Veniamo al racconto di Enologica 2015, avevi mai avuto a che fare con i Tarocchi? Sei interessata a simbolismo, divinazione…? Conoscevi gli Arcani?

Prima volta assoluta, e mai avuto in mano un mazzo di carte di Tarocchi prima di questa occasione! Quando ho avuto in prestito quello di Andrea Vitali [storico del simbolismo e studioso dei tarocchi, fondatore dell’Associazione culturale Le Tarot e consulente di Enologica 2015, ndr] e sapendo quello che ero chiamata a fare, me lo portavo dietro come un talismano da cui prender l’energia e la sapienza per fare (beata innocenza, sì).

E ha funzionato?

Credo di sì. Sarà suggestione ma ogni volta che lavoravo su un Arcano saliva in me come una presa di coscienza, su qualcosa legato al significato simbolico di quella carta. Dall’acquisir saggezza, al placare la forza di un istinto (magari espressionistico), dal non tradire la natura di sé al mantenere sempre un seme di follia. E alla fine ci giocavo pure su questo pensiero. Tipo: «ma perché farsi leggere le carte, se le puoi disegnare?»

Come è stato avere a che fare con un tema del genere e accostarlo anche all’enogastronomia della regione Emilia Romagna? Intendo dire i Tarocchi sono pieni di significati, simboli, segni…hai dovuto interpretare non solo quelli ma sommare a quelli anche delle icone dell’enogastronomia emiliano romagnola. Secondo me te la sei cavata benissimo: le tue carte sono gaudenti, allegre, sprizzano vita fanno venire fame e sete.

La sfida più difficile, e anche uno dei motivi per cui mi sono tuffata nel progetto, era disegnare i Tarocchi non per uno scopo semplicemente estetico, ma di comunicazione visiva di un evento, e che fosse la risultante efficace di 3 diversi vettori: quello di Giorgio Melandri, ossia quello di Enologica, far rivivere il prodotto dell’Emilia Romagna e che sorgesse sulla carta con suggerita forza; quello di Andrea Vitali studioso dei tarocchi, nel rispetto delle forme dei simboli del senso della carta; e il mio, di vettore, nell’espressione, nello stile, nel gusto di tradurre col segno in base alla mia interpretazione.

Come ci sei riuscita?

Sapevo di non poter usare troppa sintesi, o essere eccessivamente ermetica: la figura ci doveva essere e le forme e le aree di colore mantenersi riconoscibili anche da lontano, che la palette stuzzicasse l’occhio riservando sempre i colori primari come fissi, che il colore del vino (protagonista nella maggior parte delle carte) emergesse sempre nel gruppo, che i volti non fossero troppo arcigni, e che soprattutto, assieme al rigore, passasse anche l’ironia, il gioco. 
Obbedire disubbidendo, insomma.

E allenare quelle forme e la tua mano a conservare il senso, i simboli e il “twist visivo”, richiedeva di riflettere parecchio per “governarti”, e allora diventavi l’Eremita-Sangiovese, cercavi di imbrigliare la Forza-Lambrusco dove avresti voluto straripare, e di essere temperante se rifacevi per la quarta volta La Temperanza-Fortana, impregnare di vino il Papa-Pignoletto senza eccedere ma con saggezza, capire dove era concesso essere più visionari, come con la Mortadella-Diavolo che sovrasta i seguaci adoranti, e ridere, soprattutto, nel disegnare quella Morte affamata, che con la sua bella falce si taglia una fetta di Coppia Piacentina, sotto il cielo arancione di un tramonto apocalittico.

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