Il Dolceacqua, sospeso tra cielo e mare: un racconto sul vino, da Vino A Memoria

Se una che, fino a poco più di un mese fa, non sapeva manco in che provincia si trovasse il piccolo comune di Dolceacqua si innamora di quelle terre e del vino che vi si produce e, curiosa, pianifica un viaggio—che poi è da anni che vuol fare un viaggio in Liguria, perché è una delle regioni italiane che conosce meno—vuol dire che lo studente 22 enne, torinese a Bologna, al secolo Marco Broggi, e lo stra-noto (e un po’ più che 22 enne) enotecario romano Paolo Trimani (di Enoteca Trimani – vinai a Roma dal 1821), che hanno guidato la degustazione a cui ha partecipato, sono stati veramente bravi a raccontare quel territorio…

E se parlo di territorio e non direttamente di vino, non è un caso. Come aveva premesso, il giornalista e degustatore Giorgio Melandri, curatore della manifestazione Vino a Memoria (la tre giorni bolognese di degustazioni, eventi, incontri sul mondo del vino) ha puntato tutto sul racconto dei territori, delle storie, delle persone. Perché ormai il vino non può essere raccontato che così.


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Il racconto di Marco Broggi

Per raccontare il vino in maniera diversa, innovativa, in un certo senso, il punto di partenza è cambiare l’oggetto della degustazione, raccontare qualcosa di nuovo; investigare quindi nei territori più impervi e nascosti, scovare quei luoghi in cui la viticoltura esiste da tempi immemori, come del resto in quasi tutta l’Italia, ma dove l’attenzione mediatica e la notorietà ancora stentano ad arrivare. Luoghi dove la terra, unita alla mano dell’uomo, permette di ottenere prodotti semplicemente unici.

Quale posto, allora, meglio di Dolceacqua, si presta ad essere raccontato in quest’ottica? Un crocevia di culture, religioni e lingue diverse, un territorio fertile che già in epoca romana regalava frutti di eccelsa qualità.
Il vino qua non è mai stato una novità e pare incredibile che oggi raccontare di Dolceacqua sia come raccontare di un luogo mitico, lontano dall’immaginario collettivo.

La traccia indelebile della viticoltura secolare sono le terrazze strappate a fatica dai ripidi versanti delle Alpi liguri; sinuose e geometriche curve di livello sparse per gli undici comuni che costituiscono la Doc Rossese di Dolceacqua.

Il risultato di questo racconto è stato un pubblico entusiasta, incuriosito e affascinato. I vini presentati in degustazione—le migliori interpretazioni di Rossese—hanno conquistato il palato degli ospiti rimasti affascinati dall’eleganza della sua semplicità, che inevitabilmente si trasforma in complessità quando si confrontano tra loro le espressioni dei cru più vocati di Dolceacqua.
Un vino “assoluto”, che non risalta per nessun carattere di spicco, per la potenza o piuttosto per l’opulenza; al contrario, intriga per il sottile equilibrio ottenuto dalla fusione dei vari componenti, tutti essenziali e ben dosati.

I più sinceri complimenti vanno quindi ai produttori protagonisti di questa degustazione (Filippo Rondelli di Terre Bianche, Maurizio Anfosso di Ka Mancinè, Alessandro Anfosso di Tenuta Anfosso, Giovanna Maccario di Facebook Maccario Dringenberg e Facebook Nino Perrino Testalonga, che con immenso sacrificio e duro lavoro riescono a valorizzare in maniera esemplare il potenziale di Dolceacqua.

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Il racconto di Paolo Trimani

Il Dolceacqua è un vino straordinario. Sintetizza con felice naturalezza le migliori caratteristiche di una denominazione tradizionale e ricca di storia: il connubio tra gli elementi del paesaggio, la terra, il gusto del vitigno rossese e l’opera incessante dell’uomo che deve interpretare un ambiente tanto fecondo quanto impegnativo.

La zona di produzione comprende ben 11 comuni e le frazioni di un’altra manciata, si articola nelle vallate Nervia, Verbone o Crosia, Roia, Merdanzo e Borghetto ma la superficie dei vigneti iscritti alla doc non raggiunge i 90 ettari, in un’alternanza mozzafiato di esposizioni sui diversi versanti di queste terre ripide, appese, che in poco meno di 25 km passano dalla spiaggia alle pendici delle alpi.
Nelle bottiglie si sente la fragranza esplosiva della macchia mediterranea, la salinità del vento marino e lo scheletro acido della roccia, armonicamente fusi in un equilibrio tanto sottile quanto solido.

La storia produttiva inizia a Dolceacqua in epoca pre-romana. Le popolazioni costiere del ponente ligure hanno strappato al bosco le fasce, i terrazzamenti appesi, con tenace e faticoso lavoro da tempi remoti e continuano a curare le vigne con una fatica ormai sconosciuta ai più.
Dalla fine degli anni ’90 il Dolceacqua è rinato grazie al lavoro di un gruppo di giovani produttori, che hanno raccolto il testimone da pochi tenaci vignaioli, che sono stati capaci di resistere alla radicale trasformazione dell’economia agricola della regione dominata dalla floricultura un tempo fiorente e molto più redditizia.

Giovanna Maccario, Filippo Rondelli, Alessandro Anfosso, Maurizio Anfosso sono gli eredi di Giobatta Mandino Cane e, insieme a Nino Perrino, continuano una storia che negli ultimi 150 anni ha rischiato più di una volta di finire: la filossera prima e lo spopolamento delle campagne poi, sono stati i fattori di rischio più difficili da sconfiggere.

A partire dal 2011 il disciplinare di produzione prevede le Nomeranze, cioè le Menzioni Geografiche Aggiuntive dei vigneti più importanti. Un lavoro imponente per una denominazione così piccola che è stato di recente ufficialmente riconosciuto. Grazie al lavoro di ricerca coordinato da Filippo Rondelli e dallo storico Alessandro Giacobbe, i vigneti storicamente rilevanti sono stati individuati, catalogati e delimitati con precisione.

Durante la degustazione abbiamo presentato il vertice espressivo del Dolceacqua, etichette provenienti dai migliori vigneti e rappresentativi dei diversi stili che rendono inconfondibile questo vino.

L’annata 2014, da queste parti, ha dato risultati eccellenti in termini qualitativi e quantitativi in netta controtendenza rispetto all’Italia in generale e anche al ponente ligure in particolare e—grazie agli amici produttori—siamo riusciti a proporre due novità assolute.

Dopo il Beragna di Ka Mancinè, che in questa annata sprigiona la sua energia in una versione brillante e intensa, abbiamo assaggiato il Terrabianca di Terre Bianche—il gioco di parole è tutto geologico e rimanda alla matrice stessa delle vallate—e il Curli di Maccario Dringenberg, che finalmente recupera uno dei vigneti più celebri della denominazione.

Sono seguiti 3 vini del 2013, stagione difficile e irregolare che ha sottolineato le capacità di lettura dell’annata dei produttori: Fulavin di Tenuta Anfosso, di ottima struttura e con sentori balsamici delicati, Galeae Angè di Ka Mancinè e Bricco Arcagna di Terre Bianche, entrambi frutto di un sapiente lavoro in vigna ed un leggero passaggio in legno a fondere con eleganza aromi e sapori.
L’ultima batteria iniziava con il Dolceacqua 2011 di Nino Perrino Testalonga, stile inconfondibile e autenticità affascinante, seguito dal Posaù 2010 di Maccario Dringenberg che ha colpito per la complessità di aromi, come a formare un ventaglio stratificato che si apriva e si esprimeva istante dopo istante; infine un vino maturo, il Luvaira 2008 di Tenuta Anfosso, che ha incuriosito gli appassionati di rossese dal suo primo apparire.

co-fondatrice e caporedattrice
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