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sartorius santalucia

Santa Lucia

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Mi fermo al distributore, faccio il pieno ma non mi dirigo alla cassa per pagare e parto a velocità sostenuta. Fingo di andar via e parcheggio dietro la baracca. Fabio esce, impreca e mi dice: «Ma possibile che alla tua età fai ancora questi scherzi? Dai basta!»
Entriamo, beviamo il caffè e poi, quasi sempre, il discorso cade lì, la scuola fatta insieme, il lavoro: io in proprio e lui come tecnico per una nota azienda Italiana di calzature, prima a seguire la produzione all’interno, poi a seguire i laboratori esterni a seguito della “cura dimagrante” fatta dall’azienda.
Con il passare del tempo i laboratori sempre più lontani e alla fine in Romania, 4 settimane là e 1 a casa.

Poi quel giorno. Era il 13 dicembre del 1995, l’aereo doveva decollare verso le 19, nevicava, era arrivato in aeroporto all’ultimo minuto. Fabio partiva con il magone: la bambina che aveva la febbre e che chiedeva perché i papà vanno via anche il giorno di Santa Lucia, che ci sono i regali ed è la festa dei bambini. Sua moglie era nervosa. A chi avrebbe lasciato la bambina visto che sua mamma doveva andare in ospedale per dei controlli? Avevano anche litigato, lei che imprecava: «Per quello che prendi sempre più lontano ti mandano, non è meglio se ti metti al distributore con papà?». A dire la verità ci stava pensando («per Natale va a finire che mollo tutto»).

I primi tempi era quasi divertente, si trovavano all’aeroporto, per metà erano tecnici della confezione e per metà erano tecnici delle calzature.
Quelle calzature che confezionate in Romania poi arrivano in Italia senza lacci, e che solo grazie alla sapiente maestria degli italiani infilatori di lacci e di frottole riescono a trasformarsi da una banalissima scarpa rumena in una calzatura prestigiosa vanto del Made in Italy.

Sì, pensava, il viaggio in aereo era divertente le prime volte, sembrava quasi una gita scolastica. Molti erano stati suoi compagni di scuola, immancabilmente il solito burlone intonava Quel mazzolin di fiori e poi quello di Rovigo con l’armonica a bocca che suonava le canzoni di Lucio Battisti.
Una volta arrivati si scendeva in quel grigio albergo, di quella grigia città, e si andava tutta la settimana in giro per grigi capannoni a parlare con persone tristi e grigie minacciandole continuamente, per estorcere prezzi sempre più bassi. Le lunghe serate nella hall dell’albergo a giocare a carte con i suoi colleghi, con il maestro di piano con lo smoking lucido e sdrucito che suonava Volare.

Sì, anche il volo costava poco, la compagnia aveva sede in una specie di scantinato con aerei ed equipaggi a noleggio: vecchi Antonov di seconda o terza mano, l’aereo che faceva quella tratta era stato in precedenza di Nicolae Ceaușescu. Conservava infatti sul soffitto una strana tappezzeria di broccato ocra con le iniziali NC dorate.

Al comandante del volo venne consegnato il bollettino meteo. Nevicava e la signorina chiese, e nell’ambito delle sue funzioni consigliò, il trattamento antighiaccio sulle ali. Il comandante rumeno rispose: «Nu» scuotendo il testone e nel contempo indicando il vecchio aereo, «quelo no paura neve». Nessuno poi dall’aeroporto, anche se era previsto dai regolamenti, andò a ritirare il “piano di carico”, meglio definirlo di stracarico (3.000 kg in più) che il comandante doveva consegnare: per risparmiare due rampe di scale.
Ridurre i costi: delle scarpe, del volo, dell’albergo, sì. Di tutto.

Il mio amico arrivò trafelato all’aeroporto, prese un caffè e al banco trovò il suo collega Franco, che lo aggiornò sulle due ore di ritardo. Pensò a sua figlia e a sua moglie con gli occhi lucidi e il broncio, guardò l’ora sul telefono, lesse il messaggio del boss: «Attento ai prezzi del campionario! Buon viaggio».
Buon viaggio un cazzo, fanculo a lui e ai suoi mocassini di merda!

Salutò Franco e si fece dare una sigaretta, anche se non fumava da mesi. Si incamminò verso la fermata dei taxi e si fece accompagnare a casa. La sua casetta bifamiliare di periferia sotto la neve mai come quella sera gli sembrava un posto magico. Entrò in silenzio, scaldò nel microonde il minestrone preparato dalla suocera e raggiunse la moglie e la figlia sul lettone pieno di Barbie.

Poi i pugni furiosi sulle tapparelle di suo suocero, che aveva visto il telegiornale della notte.
Dapprima il sollievo dei suoceri e lo stupore della moglie, poi il groppo che saliva e la faccia piantata sul cuscino per nascondere alla figlia il suo pianto a dirotto: li conosceva quasi tutti, i martiri dimenticati della riduzione dei costi!

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