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Tim Guterman

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Tim Güterman era una persona precisa, ricordava a tutti con garbo che sulla “u” c’era l’umlaut (..), con una certa nonchalance ricordava l’origine asburgica della sua famiglia, lasciando intendere anche vaghe origini nobiliari conquistate sul campo da un suo prozio, maestro artigiano che si occupava personalmente del guardaroba della principessa Sissi. Oggi si direbbe stilista e si direbbe look… Altri tempi.
Tim Güterman non dava grande importanza a questa parte della sua storia, raccontava invece con molto trasporto, aspirando una delle sue intramontabili Lucky Strike, della sua giovinezza scapestrata, del suo amico Kerouac detto Kery (sempre in giro) e di quando aiutava Andy a fare le serigrafie, anzi sosteneva che nei primi tempi usava pure il suo telaio e i suoi colori.

Come fosse arrivato da New York alla trattoria De Gobbi di Altavilla Vicentina, questo era un mistero che non abbiamo chiarito quella sera, e che rimane tuttora irrisolto.
I segni del tempo sul suo viso erano una specie di mappatura a zone della sua vita: la sua pelle ricordava una borsa di Alviero Martini. Qui interrompo il volo dei vostri pensieri: sono convinto che pensate alla faccia di Bukowski. No, siete fuori strada, lui assomigliava un po’ a Rod Stewart, anche se Rod è inglese e non c’entra niente con la nostra storia.

Tornando alla trattoria de Gobbi, quella sera Tim si disse onorato di aver messo insieme “les excellences” degli artigiani del Veneto per il progetto più importante della sua vita: «Faremo una collezione che avrà il sapore forte delle strade di New York e il profumo che si respira negli atelier». Data l’ora e il numero di caraffe vuote sul tavolo il concetto poteva anche passare.
Quando però aggiunse che la pelle doveva sembrare tessuto ed il tessuto doveva sembrare pelle, io ed il mio amico Elio chiedemmo il conto e, prendendo a pretesto una improbabile levataccia, ci allontanammo, ridendo in macchina sulla strada di casa come due cretini.
Purtroppo, indeboliti dall’alcool, in tre rimasero intrappolati dal suo travolgente entusiasmo e, in parte, dalla loro sete di future glorie “post-datate”. A fine serata, rovesciando la bottiglia della grappa sul tavolo, si strinsero le mani a croce giurando fedeltà al grande progetto sopra un posacenere traboccante.

Tim lasciava intendere che dietro al suo progetto c’erano degli uomini moltooopotenti che al momento giusto sarebbero entrati nel “business”. Per avviare la ditta presero in affitto la “barchessa” riattata di una prestigiosa dimora di campagna. Furono stampati quintali di biglietti da visita e ordinati i migliori tessuti. Il modellista e i due confezionisti che erano arrivati sino alla fine di quella serata, nominati sul campo licenziatari in esclusiva del marchio, si erano accollati le spese di vitto alloggio (e non vi dico gli extra) del soggiorno di Tim in Veneto.
Fino alla presentazione della collezione alla “forza vendita” l’entusiasmo, seppur con qualche esitazione, tenne in piedi la cordata. Poi quando arrivò il giorno dellla presentazione del campionario, al dunque, la “forza vendita” era rappresentata dal sig. Marino Lo Salvo di Palermo che arrivò con la 131 familiare visibilmente ammaccata e con il collare, ed il sig. Donagemma Pasquale di Napoli, accompagnato da una improbabile nipote in minigonna. Il compratore giapponese del “Tempio della moda di Osaka” era bloccato a Londra per maltempo. Si seppe più tardi anche per delle piccole correzioni che aveva apportato al passaporto.

Tim a fine serata disse che la presentazione era stata un trionfo e che l’accoglienza della stampa era stata entusiastica: la stampa era rappresentata dalla sig.ra Erminia Ravazzolo, corrispondente locale del Gazzettino che prendeva appunti su una agenda in similpelle di Nazareno Gabrielli gran formato: l’unica di grandezza adeguata per i suoi occhiali da miope. Altri agenti non erano arrivati, chi per problemi di salute chi per la coincidenza con altre presentazioni.
«Quel bastardo» sussurrava Tim ai convenuti, sussurrando il nome di un astro nascente della moda «ha presentato la collezione il mio stesso giorno».

Quello che i miei tre amici non arrivarono a capire quella sera lo capirono alcuni giorni dopo, nell’ufficio del direttore del Credito Cooperativo di Montecchio Maggiore, rag. Attilio Caprini, detto “Tilio Cavraro”: gli assegni di Tim, nonostante la bella grafia e gli umlaut posti con precisione millimetrica, risultarono scoperti.
Passato il pomeriggio a confabulare—oggi si direbbe in riunione—scattò il piano di emergenza. La sera stessa aspettarono Tim appostati nel parcheggio dell’albergo. Poco dopo mezzanotte Tim arrivò, scese caracollando dalla vecchia Mercedes, chiuse con un calcio la porta dell’auto e si avvicinò all’albergo. Indossava un lungo pastrano di pelle scamosciata imbottito di piumino. Molto vissuto: probabilmente era un reperto millesimato di una delle sue collezioni migliori. Non si capiva di che pelle potesse essere il suo manteau de cuir (come lo chiamava lui ): per colore, aspetto e aroma ti faceva venire in mente il vitello tonnato.
I nostri amici si avvicinarono con fare minaccioso, Angiolino, il più nervoso dei tre prese Tim per il bavero. Il pastrano fece crac e si aprì sul centro schiena.

Era la vigila di Natale del 1984, tirava un vento gelido e il parcheggio era illuminato dalla luce livida dei fari gialli posti lungo la siepe: faceva un certo effetto vedere le piume in controluce ondeggiare nell’aria con le luci di Vicenza sullo sfondo. Tim si mise a piangere (forse per la morte del pastrano, o per dare una ripassata alle lezioni giovanili all’Actors Studio). Si riprese comunque subito, cacciò in gola le lacrime, tirò su col naso, soffoco per metà un rutto, tossì e con aria di sfida disse: «Me lo immaginavo. Proprio ora, proprio stasera che ho incassato il primo consistente acconto sul business plan. Vi meritate un futuro da petit artisan» e ripeté la frase due volte per enfatizzare il concetto. Quindi aggiunse: «Perché credete che abbia insistito con le libagioni questa sera? per festeggiare! Si è aggiunto alla nostra società Nino Pasqualotto, si lui il re delle concerie!»

Angiolino mollo la presa, guardò in faccia i suoi due compari che annuirono. Bill salì le scale dell’albergo lasciando una scia di piume nell’aria. Dopo dieci minuti, mentre aspettavano che scendesse Tim con il contante, sentirono un tonfo ed un urlo: Tim era scivolato sul ghiaccio tentando di scappare dalla terrazza sul retro. Lo portarono all’ospedale e, come ricorda amaramente Angiolino, durante la strada o meglio, “on the road”, vomitò sui sedili della sua gloriosa Citroën squalo bicolore a forma di ferro da stiro, e al pronto soccorso si fece prestare centomila lire: le ultime però!
Per anni abbiamo discusso sulla inadeguatezza culturale degli Americani: Angiolino sosteneva che solo un americano abituato a girare su quei taxi gialli puzzolenti poteva compiere un tale sfregio su una macchina così. Un francese non ne sarebbe stato capace: non abbiamo approfondito sul modo in cui un francese potesse evitare tale gesto.

Qualcuno sorriderà sulla ingenuità dei miei tre amici: Angiolino e i suoi due compari erano sotto i trent’anni ed hanno comunque pagato a rate tutti i debiti della Tim Güterman s.r.l.
C’è poco da ridere invece a leggere le cronache dei giornali economici che negli ultimi anni hanno raccontato, seppur in modo un po’ reticente, i grossi buchi che hanno fatto a danno del sistema bancario alcuni dei più bei nomi della moda (industriali e stilisti e conciari), con i loro bei bilanci passati sotto la lente di uno stuolo di revisori consulenti ed esperti, prima dell’azienda e poi delle banche. Alla fine ti viene da rimpiangere il simpatico briccone della storiella (peraltro tutta vera!).

***

Annotazioni, giusto per collocare questa storia nel suo contesto

La nascita del pret a porter (letteralmente pronto a indossare) è stata una svolta epocale per il mondo del tessile: si è passati dalle sartoria di alta moda con la
confezione su misura alla industrializzazione del prodotto. Se vogliamo dare una data di nascita, quella è il 1968, con il primo contratto tra Il Gruppo Finanziario Tessile di Torino e lo stilista francese Emanuel Ungaro, figlio di un sarto pugliese esule in Francia perché antifascista. Dopo di lui seguirono l’esempio tutti gli altri stilisti. Nel frattempo in Italia si era creato un “habitat” ideale per realizzare il pret a porter, grazie alla abilità, alla flessibilità e alla fantasia di tutti gli operatori del settore. Da tutto il mondo venivano in Italia per usufruire di questa situazione favorevole. Ecco anche perché arrivò il nostro uomo.

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