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Abbiamo l’esclusiva!

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Il figlio del grande industriale tessile spalancò trafelato la porta dell’ufficio del padre e quasi gridò la frase di rito (copiando forse inconsciamente una pubblicità tanto in voga in quegli anni).
Di solito bussava, anche per dare il tempo al padre di riporre la bottiglia di whisky torbato nel capiente cassetto della scrivania. Il padre guardò con distacco il foglio posato dal figlio sulla scrivania, lesse le cifre e le incredibili condizioni poste dallo stilista capriccioso, tirò il cassetto, prese la bottiglia, si alzò di scatto, e disse: «ne in mona tuti mi vo casa».

Guidava lentamente verso la casa in collina e pensava «altro che Bocconi, mio padre mi mandava alle scuole tecniche, e d’estate con Artemio il vecchio meccanico a riparare i telai».
Da quel giorno non mise più piede nella grande fabbrica che la famiglia si tramandava da generazioni. Poi la storia, per chi segue le vicende del tessile dal retrobottega e non dai comunicati stampa ufficiali, si sa come è finita.
Ora sulle cancellate della grande fabbrica che ricorda una nave spiaggiata ci sono ancora annodate, smunte e sbrindellate, le bandiere del sindacato.

Questa ed altre storie me le raccontava il signor Ulisse, rappresentante di tessuti, anzi scusate un commesso viaggiatore. Lui amava i tessuti che presentava, al punto da mimetizzarsi come un camaleonte con i campioni e le tirelle che portava con sé nelle valige. Con il campionario invernale si presentava vestito tutto in loden e lana cotta, sembrava il sindaco di Merano, d’estate un abito di lino crema stazzonato che ricordava Hemingway. Oltre a una presenza distinta ed elegante aveva dei modi da vero signore: un lieve inchino quando porgeva la mano a mia moglie, non mancando mai di farla accomodare sulla sedia. A questo univa una competenza acquisita con la scuola, affinata in azienda, e perfezionata dall’amore per il tessuto che non mancava di esternare: quando ti porgeva un taglio di tessuto quasi lo accarezzava. Parlava inoltre un linguaggio che ai giovani rappresentanti di adesso oramai è sconosciuto: battute, micron, cimatura, follatura, ora al massimo ti dicono «questo se beo…».

Appena finito di presentare il campionario, che per lui era una sorta di recita, cominciava a sciogliersi e a raccontare con pungente ironia i gustosi retroscena delle aziende tessili. Quella volta…
Si, quella volta che il grande industriale del lino voleva una sede di rappresentanza per il triveneto, adeguata al prestigio dei suoi tessuti. Girarono per tre giorni a visitare immobili e non ne andava bene uno: questa va bene per una ferramenta, questa va bene per vender mobili Aiazzone, questo per una farmacia e avanti così finché passarono davanti ad una villa veneta, e li frenò bruscamente. L’ufficio venne allestito nei saloni della villa con mobili di gran gusto. Mi ricordo ancora l’inaugurazione, una orchestrina jazz (con tutti i musicisti in lino bianco) ed un gran buffet.

Purtroppo la richiesta di lino negli ultimi anni per la crisi e per il cambio di gusti precipitò, così finì la storia del linificio: un altro pezzo pregiato della storia del tessile è andato. Ai bei tempi l’azienda portava i dipendenti in gita in battello sul lago di Como, e il fratello bizzarro del titolare ordinava 2 Ferrari in colore pastello (il rosso gli sembrava troppo volgare).

Ora Ulisse è in pensione, una volta all’anno sotto Natale passa a salutarmi, anzi a porgere gli omaggi, come ci tiene a precisare con il suo modo di parlare da gentiluomo d’altri tempi. Quando risale in macchina fatica a piegare la gamba uscita male da un brutto incidente. I saluti sono sempre più malinconici: il linificio è andato, quello delle lane cotte inghiottito dalla crisi, l’azienda che faceva il jersey fa tutto con agenti diretti da Milano e importa perlopiù dall’oriente.

Fermare il declino, questo lo diceva uno vestito da domatore di pulci. Credere nell’Italia, lo dice uno che produce l’ottanta per cento in Cina e Romania. Rilanciare l’export, coro unanime dei saggi che oramai occupano stabilmente i salotti televisivi. L’export di che cosa? Delle scarpe che hai appena portato a casa dalla Cina o dalla Romania un mese prima, dove se va bene hai messo in Italia solo i lacci: ma dai! Manda su la Maria e la Gina “addette al controllo qualità” con la scatola dei lacci direttamente in Cina così evitiamo di farci passare come i soliti italiani imbroglioni!

Non vorrei sembrare con queste mie considerazioni un nostalgico dei bei tempi andati. Le mie storie spero che siano un grido che dà voce a chi è rimasto in Italia a produrre, per tentare di salvare quel poco che è rimasto di un mondo in via di estinzione. È inutile pensare a cose nuove. Salviamo quello che c’è ancora in piedi e aiutiamolo a riprendersi.

In provincia di Vicenza lungo una strada ci sono una serie di cartelli che indicano “progetto capretto bianco di Gambellara”. È una iniziativa (foraggiata con soldi pubblici) che coinvolge, credo, una sola famiglia di contadini.
Nel frattempo ha chiuso definitivamente i battenti una fabbrica tessile che contava negli anni d’oro 250 dipendenti. La regione, invece di pensare ai leoni alati e ai capretti bianchi, cerchi di occuparsi degli umani che devono sbarcare il lunario!

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