Su questa colonna, i fatti
di Cecilia Esposito

Finalmente, lunedì 7 ottobre, anch’io, Cecilia Esposito, nota blogger di fama paesana, sono andata a una sfilata, la prima della mia lunga carriera da “It Girl da divano”. Galeotto fu Dress Mix, progetto organizzato dall’Accademia di Belle Arti di Bologna e dal Dipartimento di Progettazione e Arti Applicate, che hanno portato sul catwalk trentacinque look di alcuni studenti del Corso Triennale di Fashion Design, coordinato dalla professoressa Rossella Piergallini.

Gli studenti, o meglio, i neo-stilisti hanno partecipato attivamente a ogni fase dell’organizzazione del progetto preparandosi al grande evento anche con un workshop tenuto dalla event coordinator e stylist Maria De los Angeles Monari, con Dorothée Mezoui Ondo, light designer e coordinamento tecnico, e Maria Rita Catasta, ufficio stampa. Ospite speciale del workshop lo stilista britannico Andrew MacKenzie, famoso per aver rivoluzionato il concetto di denim.

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Dress Mix è un diario di viaggio attraverso i paesi e le differenze culturali di ogni studente che ha partecipato al progetto. Il focus della sfilata è una ricerca stilistica multiculturale, da qui il nome dell’evento, per evidenziare la volontà di mixare insieme tradizioni estetiche geograficamente distanti.

Europa, Asia, Africa, Oceania e America hanno sfilato insieme: capi che richiamano paesi lontani, senza trascurare un certo appeal contemporaneo e di tendenza, enfatizzato da tagli originali, da giochi cromatici inaspettati.

Una modella avvolta da un burka dà inizio allo spettacolo e dal quel momento è un susseguirsi di sapori esotici, richiami a popolazioni tribali, geometrie e minimalismi che affiancano vistosi dettagli orientaleggianti.

Abiti fatti di sovrapposizioni, altri essenziali in tessuto bianco, altri ancora giocano con le proporzioni, come l’uscita dal nome più che evocativo Lanterna. Scialli svolazzanti, mantelli in tartan, minidress con dettagli cut-out e trasparenze per le due uscite maschili, tutto questo e molto altro per una sfilata con i fiocchi.

(Come nella migliore tradizione fashionista, qui un bel video di fine sfilata intagrammato dalla sottoscritta)

Seppur un po’ di corsa, gli abiti hanno calcato la passerella entusiasmando tutti i presenti, me inclusa. Anche chi si aspettava una presentazione più eccentrica e artistica, in linea con l’Accademia di Belle Arti, ha comunque lodato l’ottima riuscita dell’evento.

Uno show tradizionale quindi, ma impeccabile, che non ha niente da invidiare alle blasonate sfilate di Milano e compagnia, e che potrebbe, perché no, dare seguito ad altre manifestazioni di questo genere. Cosa che, detto fra me e voi, mi auguro possa realizzarsi.

Alcune delle creazioni della sfilata sono anche state messe in mostra in occasione di LineaPelle 2013. I capi scelti per questa esposizione sono di Ryan Ponseca, Riccardo Palmerani, Sara Pellacani, Serena Cattoli e Luca Formaglio. Nomi da tenere d’occhio, a mio avviso, perché in un futuro non troppo remoto potremmo sentire ancora parlare di loro. E glielo auguro.

Una serata iniziata subito alla grande con l’assenza del mio nome in lista stampa e la sciagurata possibilità—poi sventata grazie a Francesca Santoro—di non poter entrare (“Come? Voi non sapete chi sono io! Quando sarò l’Anna Wintour della Bolognina vi pentirete amaramente di avermi esclusa dal front row” diceva la mia testa malata) e continuata ancora meglio con siparietti con la collega Santoro per ironizzare il momento: “E chi sono queste blogger vestite Bershka che si meritano una Seconda Fila, mentre io solo una Terza? Come osano declassarmi, a me, la Miuccia Prada dei calzini spaiati, la Coco Chanel dei pigiami di flanella!” e così via.

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Ma, scherzi a parte, è stata un’esperienza splendida sotto ogni punto di vista, che mi ha fatto maturare come aspirante giornalista di moda e adesso sono davvero pronta per accompagnare Jo Squillo alle sfilate internazionali (Jo contattami, sono su Facebook).

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Su quest’altra tutto tranne i fatti
di Francesca Santoro
foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Mai avuta una faccia da “front row” io, proprio no. Nemmeno in tempi migliori. E non sto sparando sui piccioni rimpiangendo la mia meglio gioventù, ma mi riferisco nostalgica ad un momento in cui il mio ruolo lavorativo—poi svanito come lacrime nella pioggia—mi portava un paio di volte l’anno a bordo passerella (sempre solo dopo aver superato la sindrome da Vicinanza a Modella Professionista, roba pesante).

All’epoca, in genere, alle sfilate rappresentavo la proprietà e in questi casi il bon ton (e con lui pure il mio datore di lavoro, colui nelle cui sagge e baffute mani avevo riposto, ignara, il mio futuro) insegnava che ci si dovesse mimetizzare tra gli ospiti, umili e in piedi, sul fondo. Là dove stanno i veri addetti ai lavori, che nessuno vede, ma che tutto controllano, fiutando gli altrui commenti nell’ombra.

Quindi più che giusto che anche questa volta l’illusione sbocciata all’ingresso dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove mi son trovata, uscita dalla tana solo per assistere a Dress Mix, sfilata evento del terzo anno del corso di Fashion Design, sia poi sfumata in un laghetto di nulla. “Accrediti Vip e Stampa” leggo. Sì, sono io (*giggle giggle*), salto la coda, snocciolo nome e cognome e mi intrufolo tra le artistiche mura.

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Ma la natura con me è stata strana. In prima fila ti ci siedi se con te si muove una nuvola di bionditudine e una messa in piega “au naturel”, o meglio ancora se agiti, autorevole, una Kelly come lo scettro capace di aprire il Mar Rosso dell’anonimato. O se di cognome fai Menkes (NdR: My name is Menkes, Suzy Menkes) o (una prece) Piaggi, e in quel caso puoi anche avere all’avambraccio, con posa da prelievo del sangue, una sportina del discount.

Ma oggi, priva di uno qualunque dei requisiti richiesti, eccomi planare su un seggiolino di Terza Fila, quando la Quarta è l’Ultima. Uno slogan, uno stile di vita. Ma un giorno, ne son certa, io con Karine Roitfeld e Miss Piggy commenteremo ridacchiando insieme e in prima fila ogni uscita e annoteremo cose misteriose che nessuno saprà mai su affascinanti taccuini.

Ma tornando al focus: cosa è stata la mia astigmatica Visione di Terza Fila quando la Quarta è l’Ultima? Visione passata oltre ad accademici, artisti, giovani estremamente hype, fanciulle in fiore con cappello, Gossip Girl o malinconiche punk domestiche, fanciulli in fiore anche loro con cappello, ma soprattutto con barba-baffi e il classico occhiale della stagione con montatura nera. (NdR: Ingrediente costitutivo di una sfilata, il pubblico, e non lo negherò nemmeno sotto tortura). Visione che va oltre gli Sponsor (sempre sia lode a Orea Malià, Cinti e Antonello Serio, insieme a tutti gli altri, evviva evviva).

Quello che ho visto oltre a Cecilia, collega di Terza Fila anche lei, ma decisamente più pronta e scattante di me nell’“instagrammare”. E anche oltre a Valeria, amica pittrice al mio fianco, degna sostituta della fedele EsterGrossi, sempre presente anche in assenza, questa volta grazie ai suoi invidiatissimi bottoni personalizzati che facevano bella mostra di sé sulla mia mantella grigia da vera trasandata metropolitana.

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

Ecco, dalla mia “Terza Fila quando l’Ultima è la Quarta”, ho assistito—dribblando agile lo sguardo in mezzo agli esigui spazi rimasti tra una messinpiega e l’altra davanti a me—ad una sfilata nel pieno e serio rispetto delle regole aristoteliche del catwalk show. Musica, ritmo, capelli cotonati e un tripudio di frisé etnicamente aggressivo, trucco, modelle serie, forse un tantino fuggitive, ecco, e pure due uscite maschili.

E poi abiti. Svolazzanti, ridottissimi, lunghi, compositi, divertenti, ognuno evidente concentrato di storia propria, eppure tutti amalgamati in una sola narrazione dallo styling di Maria De Los Angeles Monari (stylist e fashion editor di area bolognese, specie rara, da tutelare con cura—e mi rendo conto di usare ancora inglesismi di cui non imparerò mai il senso: mi si son congelati i neuroni fin dalla prima volta e mi si perdonerà se eventualmente parlassi a sproposito). Incredibile a pensarci ogni volta, come il lavoro di mesi e di così tante componenti si vaporizzi in un quarto d’ora di adrenalina pura. E poi—bum—tutto finito.

In passerella le creazioni di tanti studenti del Corso di Fashion Design, tutti già all’opera con aziende del settore, insieme al già noto Andrew MacKenzie, ci racconta dopo la sfilata Maria Rita, ufficio stampa chiacchierino, mentre io e Cecilia dondoliamo incerte se procedere e misurarci nella Gara di Coolness totale che si sta consumando un po’ più in là, tra il dj set e l’invitante buffet di cui vedremo solo la vuotezza completa dei piatti. Non so per Cecilia, ma per me è tutto un po’ troppo. Non sono abbastanza cool, oh no! Lo ripeto, e mi sento vagamente vecchia, e pure un po’ borghese e scontata, in mezzo a tanta creatività nascente. Non ho nemmeno l’eye-liner (pur vantando un tocco di brillantini blu, che ormai mi staranno viaggiando per tutta la faccia). Per non parlare dei tacchi. Maledetti tacchi che non ho. E la cui assenza denuncia al mondo chi sono veramente.

Ma i vestiti, ora che son realizzati, che strada seguiranno? Ci son progetti, risponde vaga Maria Rita. Io mi sono innamorata di una specie di cappa svolazzante in seta (credo) fantasia fucsia e viola, intravista al volo tra un paio di orecchie, diversi ricci e alcune colonne, senza contare un abitino in maglia bicolore aperto da un taglio orizzontale sulla schiena, come fossero due pezzi accostati. Confido nelle foto. In ogni modo, mi mancavano le sfilate, ora lo so. E mi auguro che l’Accademia ne produca ancora e ancora e ancora.

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù

foto Giorgio Ranù