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“Grazie a LinkedIn ho evitato approcci diretti dal 2005”

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Come qualche milione di persone al giorno, ieri ho consultato il mio profilo LinkedIn. Prima di inserire le mie credenziali ho però notato un messaggio specifico sulla schermata: a lanciarmelo era il volto di Kendra Ramirez (Responsabile strategie social media presso ABR), incorniciato da una finta polaroid ed utilizzato a testimonianza dell’efficacia del sito. Kendra, sorridente, diceva: “Grazie a LinkedIn ho evitato approcci diretti dal 2005”.

In un istante ho dimenticato il motivo per cui mi trovavo su quella pagina. Ho guardato con attenzione il messaggio ed ho iniziato, tra me e me, un’indagine motivazionale che svelasse le ragioni di quella specifica scelta comunicativa.

Sul sito di LinkedIn, che considero utilissimo, il messaggio di Kendra mi è apparso come il primo di quattro: le altre “polaroid” non erano visibili, non immediatamente e non senza una volontà precisa espressa dall’utente. C’è da dire che le polaroid “ruotano” a seconda degli accessi (nel senso che la “prima posizione” non è sempre la stessa per tutti i visitatori) ma nel mio caso, e in moltissimi altri, Kendra ed il suo messaggio sono stati scelti come primi, e prioritari, comunicatori di LinkedIn Italia: sono dunque stati scelti come primo messaggio per quei tanti che accedono al proprio profilo, o che si registrano, associando inconsciamente all’azione un miglioramento della propria dimensione lavorativa.

Benissimo. Cosa c’è dietro?
In me (e forse anche in qualcun altro) è scattato un campanello d’allarme. LinkedIn avrebbe potuto dirci, come prima cosa, che grazie al sito il nostro lavoro sarebbe diventato più piacevole, più entusiasmante, sarebbe diventato più sostenibile e soprattutto che, grazie al sito, il nostro lavoro avrebbe beneficiato di nuove e e diverse possibilità. E invece?

Invece LinkedIn ha scelto di dirci che il lavoro di Kendra grazie al sito è migliorato perché lei ha evitato approcci diretti dal 2005. Molto bene, penserà qualcuno; non voglio di certo far finta di non capire. Questo vuol dire che Kendra ha risparmiato tempo, ha risparmiato energie, ha risparmiato probabilmente denaro e quindi il suo lavoro di rimando è migliorato, dove migliorato—nella logica d’un grande colosso che ha fatto della digitalizzazione dei rapporti lavorativi il proprio successo—vuol dire, probabilmente, snellito, velocizzato.

Questo però vuole anche dire che Kendra ha deciso di sponsorizzare LinkedIn perché dal 2005 è stata contenta di evitare approcci diretti. Allora il messaggio, se letto dall’altro lato, suona un po’ come: “il mio lavoro è migliorato perché ho avuto meno contatti diretti con le persone; per questo, il mio lavora migliora se i rapporti si digitalizzano e se non ho a che fare, direttamente, con le persone”.

Quindi? Quindi leggendo solo questo lato dovremmo quasi essere sinceri e dirci che se crediamo ancora nelle strette di mano, negli sguardi rivelatori e nelle chiacchierate faccia a faccia forse un certo tipo di futuro lavorativo non fa per noi. Non voglio fare l’antica, la passatista, tutto il contrario: chi mi conosce sa quanto spassionatamente porti avanti la politica del social, da un punto di vista personale e professionale; penso però che sul lavoro, e un po’ ovunque, a pagare sia il gioco dell’equilibrio.

Come dire che la vera professionalità è quella che deriva dalla capacità di tenere in perfetto equilibrio passato e futuro, dove per passato parliamo di un certo tipo di approccio, umanamente e fortunatamente analogico, e dove per futuro intendiamo tutto quello che la tecnologia e l’alfabetizzazione digitale ci hanno meravigliosamente regalato.

Sicuramente non penso che il testo scelto da LinkedIn fosse così onnicomprensivo; penso però che il messaggio alle spalle del testo di LinkedIn, poco contestualizzato, fosse troppo generalista: se ci avessero spiegato che tipo di contatti diretti Kendra ha evitato forse per noi sarebbe stato più semplice leggere il buono del messaggio e coglierne il valore positivo. Forse hanno pensato che per darci una spiegazione bastasse inserire in basso la sua qualifica (Responsabile strategie social media), che ci avrebbe dovuto far pensare alle priorità e alle caratteristiche di quello specifico lavoro, secondo un processo più articolato; ma la verità è che ad una prima e solita occhiata sulla schermata la qualifica di Kendra, addirittura scritta in piccolo e tono su tono, sfugge e si perde. Alla fine dei conti quello che rimane all’utente che si affaccia sull’universo LinkedIn è l’equazione approccio diretto = negativo.

In generale, un po’ ingenuamente spero che tra qualche anno il contatto diretto tra le persone non debba essere associato all’idea di deterrente sul posto di lavoro. Così ho provato a dare fiducia alla comunicazione di LinkedIn scorrendo le immagini alternative alla prima: nella seconda “polaroid”, quella che segue Kendra, Kevin L. Nichols (Direttore presso KLN Consulting Group) mi dice: “La mia carriera professionale si basa sulle relazioni instaurate utilizzando LinkedIn”. Il succo della questione pare (quasi) non cambi. Le relazioni che contano sul lavoro sono quelle instaurate tramite LinkedIn, quindi indirettamente.

Dobbiamo arrivare alla terza testimonial, Mae O’Malley (Avvocato presso Paragon Legal), per leggere: “LinkedIn mi mette in contatto con tantissime opportunità e talenti nella mia zona“.

Ma forse, per certi tipi come me, è troppo tardi.

 

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