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Henning Wagenbreth

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Sono pronta a dichiararlo anche davanti ad un trittico di notai. Godere di un visto come turista privilegiata nel Paese di BilBOlbul 2013 (BilBOlbul = festival internazionale del fumetto, Bologna, 21-24 febbraio scorsi) è stato molto più gratificante che trovarmi accidentalmente chiusa a chiave a mezzanotte nella Fabbrica di Cioccolato insieme a Johnny Depp / Willy Wonka (privato naturalmente di parrucca e dentiera). Mancherebbero solo gli Umpa Lumpa, immersi nel fiume di cioccolata, che ballano e suonano l’ukulele (che va alla grande tra l’altro), e questa mia specifica Terra della Perenne Abbondanza sarebbe perfetta.

Ma, prima che mi si colga con le dita nel barattolo della marmellata, è meglio che mi affretti a denunciare apertamente la mia condizione di “reduce ufficio stampa” del festival appena citato, con complicazioni per una riconosciuta sindrome da deficit acuto da illustratori e fumettisti. E come tutti i reduci, mi occorre un gruppo di ascolto, possibilmente con tazza di caffè caldo e ciambelle.

«Buongiorno, mi chiamo Francesca e sono una festival_del_fumett-inomane. La mia storia è cominciata tanto tempo fa, ma mi sono appena lasciata alle spalle un momento di perdizione acuta. Oggi sono una spostata, disadattata. Vago per la città con chili di graphic novel sulle spalle e le mostro a tutti gli amici che incontro, e pure agli estranei. Vorrei lavorare in una stamperia artigianale ma son troppo vecchia e al massimo mi metterebbero a fare le fotocopie. Posso smettere quando voglio, lo so. Anche ora. Ma prima mi piacerebbe condividere qui alcune delle mie memorie del viaggio in BilBOlbulandia 2013.»

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Attilio Mussino, Bilbolbul

Aggiungo una postilla per chiarezza: BilBOlbul dicevamo, oltre ad essere il nome di un personaggio dei primi accenni di fumetto italiani (di Attilio Mussino , circa 1908: tra l’altro a me—quando ero piccola, e sia chiaro, non che fossi piccola nel 1908, ma sono comunque sufficientemente âgée da averlo letto riproposto sul Corrierino dei Piccoli, roba paleozoica comunque—questo Bilbolbul mi ha sempre fatto una gran impressione, trattandosi di puro fumetto splatter, anche se in versione primi Novecento, guardare per credere), oggi indica il festival bolognese dedicato al fumetto “d’autore” internazionale arrivato alla sua settima edizione.

Potrebbe suonare stonato che io, ufficio stampa della manifestazione, e per definizione professionale turista a pagamento delle storie altrui, esprima una appassionata dichiarazione d’amore per lo stesso progetto. Potrebbe sembrare un triste escamotage mercenario. Eppure ho la coscienza pulita, faccio ammenda che tanto tutto si dimostra da sé. Saranno le immagini stesse e gli autori loro tramite a farsi vedere per quello che valgono. Qualcuno provi a negarlo. Quindi continuo serena.

Uno dei momenti di scompenso emotivo più pesanti fu quello dello scorso 22 febbraio, uno dei primi giorni del festival e data scelta per l’inaugurazione della mostra The Wagenbreth Illustration Plant (Squadro Stamperia Galleria d’Arte, a Bologna, fino al 30 marzo). Henning Wagenbreth, autore tedesco ospite per la prima volta in Italia, classe ’62, “considerato uno dei più interessanti e originali disegnatori europei” [cit. www.bilbolbul.net] ci ha raggiunto da Berlino, dove oltre a “disegnare” insegna “Visual Communication” presso l’ Universität der Künste.

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Un teorico non solo un’artista. E pure un artigiano sotto certi punti di vista. Wagenbreth (che vanta anche il record del nome più sbagliato dalla stampa, tra gli autori di BilBOlbul) non lo sa e non lo saprà mai, ma è uno dei principali responsabili della mia nuova consapevolezza (e ormai ossessione) rispetto all’esistenza di specifici processi e tecniche di stampa (e anche questi, come l’ukulele di cui sopra, pare comincino a godere di grande consenso, e questo è bene).

Ho sempre sofferto di enorme sudditanza psicologica verso chiunque si sapesse muovere con disinvoltura tra carte, cartoncini, fascette pantone, verso chi conoscesse la differenza tra una volgare stampa, una serigrafia e i misteriosi “linoleum” di cui ogni tanto sento parlare. Per non arrivare addirittura alla fantomatica Risograph, che ho intuito subito fosse un oggetto dall’imprescindibile carisma. Insomma a me piace l’illustrazione, ma quello che passa tra il suo concepimento e il risultato che mi trovo in mano è oscuro e quindi materia quasi erotica.

Scoprire quindi che lui non solo inventava, disegnava, ma pure stampava e sapeva farlo bene, con tecniche diverse e studiate nel tempo, me lo ha a poco a poco reso sempre più simile ad un uomo del rinascimento. Una strana creatura sospesa tra marketing visivo, collettivi post Muro di Berlino (il suo si chiamava PGH Glühende Zukunft, che tradotto, mi dicono, suoni come “Cooperativa di Produzione dell’Artigianato Futuro Radioso” e già questo nome è tutto un programma) e chissà cosa ancora.

Henning Wagenbreth per me era ed è quindi uno scrigno di infinito sapere oltre che un bipede. Quando poi la sua risposta alla mail in cui gli chiedevo quali fossero le musiche o canzoni ispiranti per il suo lavoro (che sarebbero servite per una compilation non ufficiale di BilBOlbul) fu l’inviarmi direttamente il file di San Francisco Bay Blues e di Dallas Rag, mi sono trovata senza parole. Per me tutti gli abitanti di Germania per definizione ascoltano i Kraftwerk, o magari Laurie Anderson. Elettronica insomma.
Gli stampatori sono uomini dal fascino imprevedibile.

Tornando però a quel 22 febbraio, ricordo l’effetto “ooooh” dell’ingresso: alle pareti e in ogni angolo disponibile di Squadro, erano esposti lavori dai colori fluo, grafica spigolosa, tutta ritmi e contrasti, ma con un qualcosa in più che mi fece inspiegabilmente e immediatamente pensare a Bender, il vizioso robot di Futurama (di Matt Groening), forse un tocco di stilizzazione sci-fi anni ‘50.

E poi un mondo brulicante di dettagli, sempre perfettamente composti in un rispettoso equilibrio dell’insieme più grande. In mezzo a tutto questo io a bocca aperta, ansiosa di trovare una scusa per rivolgergli la parola della fan.

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La mostra in sé era un autentico viaggio lisergico. La tua attenzione veniva costantemente rubata da qualcosa di cui ti accorgevi improvvisamente guardando una parete e che non potevi evitare di fissare. E intanto io me lo immaginavo, proprio ora che era lì davanti a me a chiacchierare amabilmente, questo gigante sorridente (forse non sarà alto come Kareem Abdul Jabbar ma di sicuro è un uomo di una certa prestanza), maniche rimboccate, a stamparsi da solo i suoi poster, naturalmente oversize. Ma capace anche di lavorare in miniatura: come si spiegherebbe sennò la “collezione” di francobolli che ha realizzato e messo in commercio, dopo essere stato selezionato dal Ministero delle Finanze tedesco, anni orsono?

E poi libri (in Italia editi da orecchio acerbo: in catalogo le illustrazioni per l’antologia 1989. Dieci storie per attraversare i muri, 2009, e Il pirata e il farmacista, appena presentato al festival), ma anche lavori commerciali e free art, e parecchie cose per il teatro e la musica.

Già, di nuovo la musica. Prima di tutto ricordo ancora che la mostra sarà ancora visitabile a Bologna (Squadro) fino a 30 marzo. Piccola ma vivace e densissima. E poi lasciamoci così, canticchiando allegri sul posto, come quando lo abbiamo conosciuto noi qui a Bologna, il professor Wagenbreth: in apertura di lezione in Aula 3 di Lettere (anzi no, scusate, oggi si chiama Scuola di Lettere e Beni Culturali) mentre seduto suonava il suo mandolino giusto giusto per lasciar intendere secondo quale ritmo danzi la sua matita, il suo pennarello o quello che usa di solito. E così lo abbiamo ritrovato poi anche all’apertura (anzi alla “vevnice”) della mostra, duettante con la longilinea e sorridente Sofia e il suo strano strumento a corda. Che si sarebbero meritati una Hola di giubilo.

Ah, e dimenticavo di aggiungere che il “gattaccio” di BilBOlbul, quello attaccato dai topolini, l’immagine scelta come icona di questa edizione, anche quella è sua.

wagenbreth festival
Henning Wagenbreth, manifesto per l'edizione 2013 del BilBOlBul
editorialista

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