Passare ore davanti a cose belle e gratis? La nostra rubrica Tesori d'archivio è la soluzione.

Qual è la posta in gioco?

Ammettiamolo, vedere infiniti flussi di fotografie su Tumblr — immagini che tante volte, non avendo neppure i giusti crediti, non sai nemmeno di chi siano — è noioso, semplicemente deprimente. Oggi possiamo essere tutti fotografi, ma ciò significa che dobbiamo pure essere consumatori senza cervello? Naturalmente la nostra cultura tardo-capitalista si basa proprio su questo, su persone che si trasformano in consumatori senza mettere minimamente in discussione ciò che sta accadendo. Ma che cosa abbiamo da guadagnarci se applichiamo un modello come questo alla fotografia?

Da un altro punto di vista si potrebbe anche dire che, se oggi siamo tutti fotografi, solo pochi di noi vedranno le loro fotografie appese al muro di una galleria o di un museo, pochissimi di noi faranno un libro che venderà anche una sola copia, davvero pochi scatteranno una foto che diventerà “virale” sul web. In pratica pochissimi di noi, tra cento anni, saranno ricordati come fotografi.

Se oggi siamo tutti fotografi, pochissimi di noi, tra cento anni, saranno ricordati come fotografi.

Già ora ci sono processi di selezione in atto, ciascuno con uno scopo differente. I galleristi vogliono far soldi, i curatori dei musei vogliono fare mostre che attirino molti visitatori e che rafforzino le loro credenziali storico-artistiche e il resto del pubblico fa quello che fa la gente in generale: compra i libri che vuol comprare, per qualunque motivo si senta di comprarli. Poi ci sono gli agganci, i contatti. E c’è la fortuna (l’unico vero “equalizzatore”, l’unica vera livella rimasta in questo mondo).

Sembrerebbe dunque naturale — ma in effetti è più urgente che mai — di non continuare a scrivere di fotografia come della “nostra forma d’arte tanto democratica” e trovare invece il modo di dare un senso a ciò che stiamo fotografando. Per essere più precisi: per dare un senso a quel flusso di immagini, per filtrare quelle che potenzialmente hanno un valore duraturo, mettendo da parte le altre. Una tale selezione ad un primo sguardo potrebbe sembrare “non democratica” o “elitaria”. Ma i punti di vista “populisti” non riusciranno comunque a farci uscire dalla situazione in cui ci troviamo ora, che è questa: un’immagine dopo l’altra, un «Oh, wow!» o un «OMG1» dopo l’altro, un infinito, costante e piatto sgocciolamento di foto, ciascuna con la data di scadenza di un giorno — o anche meno, vista la nostra soglia di attenzione, mentre febbrilmente controlliamo la nostra pagina Facebook o la timeline di Twitter cercando di non perdere l’ultimo “blip” sui nostri schermi radar collettivi.

Un infinito, costante e piatto “sgocciolamento” di foto, ciascuna con la data di scadenza di un giorno.

Seriamente: basta!
Abbiamo bisogno di una strategia, una nuova strategia!
Abbiamo bisogno di un nuovo modo di affrontare questa valanga di foto!
Dobbiamo iniziare a dare un senso a tutto questo!

Dobbiamo renderci conto che, in qualsiasi modo vogliamo chiamare la nostra attività — selezione, editing, curatela — c’è comunque bisogno, alla base, di qualcosa che possa portare noi e la stessa fotografia ad un altro livello, un livello che vada oltre il superficiale consumo senza cervello di fotografie, che è poi l’immagine che la fotografia dà di sé sul web.
La fotografia merita di meglio!

E per farlo non dobbiamo per forza adottare i meccanismi che si usavano in passato (anche se potrebbe essere utile studiarli, per cercare di estrarre da essi ciò che c’è di buono). Non dobbiamo per forza usare il metodo dei galleristi, dei curatori dei musei o dei photo editors. Siamo liberi di trovare quelli che sono i nostri meccanismi, meccanismi che magari ci porteranno, per fare un esempio, a “rubare” spudoratamente tutto ciò che c’è di buono nella fotografia “mirrors and windows”2, scartandone però quegli elementi che il postmodernismo ha poi rivelato come primitivi, realizzando allo stesso tempo che pure il postmodernismo ha fatto il suo corso, trovandone la prova sul web (dove il postmodernismo è un binario morto), lo stesso web che proviamo a domare… e così via.

Abbiamo bisogno di una strategia — una nuova strategia — per affrontare il diluvio di fotografia.

Qualunque cosa sia, abbiamo bisogno di una strategia — una nuova strategia — per affrontare il diluvio di fotografia. Una strategia che con ogni probabilità non si baserà solo su un unico meccanismo. Non credo che dovremmo aspettarci un solo metodo, un solo approccio al lavoro. So che preferiremmo tutti adottare idee e soluzioni semplici ma la fotografia non è semplice, quindi non è possibile affrontarla con semplicità.
In realtà finora l’abbiamo fatto: sul web l’abbiamo davvero affrontata nel modo più semplice ed per questo che è arrivato il momento di muoverci in maniera un po’ più intelligente, così da tirarci fuori dai guai in cui ci siamo cacciati.

Come fare? Non voglio far finta di avere la risposta. Non esiste proprio La Risposta. Quella che voglio proporre invece è una risposta, un approccio a quella che è la valutazione della fotografia, perché questo è ciò che dobbiamo fare: dobbiamo valutare la fotografia, decidere ciò che merita di essere visto da un pubblico più ampio e — allo stesso modo ma in maniera ancora più cruciale — ciò che invece non merita.

Uno dei criteri che uso spesso è chiedermi: qual è la posta in gioco? Qual è la posta in gioco per il fotografo? Qual è la posta in gioco per lo spettatore?
Prima di andare avanti devo però sottolineare che questo tipo di approccio non vale per tutti i tipi di fotografia. Dipende dal contesto: la fotografia di cronaca, ad esempio, opera secondo regole diverse da quella d’arte.

Uno dei criteri che uso spesso è chiedermi: qual è la posta in gioco? Qual è la posta in gioco per il fotografo? Qual è la posta in gioco per lo spettatore?

Qui di seguito mi concentrerò quindi sul contesto artistico. Questo non perché penso che sia migliore o più rilevante di altri contesti (ok, lo ammetto, batte di gran lunga la fotografia di moda, ma questa è solo una mia opinione) quanto piuttosto perché è questo il contesto in cui opero io.

Chiederti che cosa c’è in gioco può essere un’esperienza che fa riflettere. Quando realizzi che non c’è nessuna posta in gioco sia per chi ha scattato la foto sia per chi la guarda è un po’ come togliere uno strato di vernice da una foto, spogliarla.

Una foto che ho scattato l’altro giorno durante una tempesta di neve. È una foto moderatamente interessante, ma ovviamente qua non c’è alcuna posta in gioco per nessuno. L’unico rischio che ho corso è stato di bagnarmi. È una foto moderatamente decorativa. Di sicuro non è interessante in quanto arte.

Prendiamo ad esempio le foto prese da Google Street View. Sei in ufficio, seduto tranquillamente, e te ne vai in giro, per così dire, nei quartieri poveri. Ma lo fai dallo schermo di un computer! È abbastanza ovvio che lì non c’è nessuna posta in gioco per te, almeno non subito. Devi fare uno sforzo, introdurre un elemento nuovo, per alzare la posta.

Più o meno allo stesso modo non c’è nessuna posta in gioco per gli spettatori che guardano le foto dei quartieri poveri che hai scattato dallo schermo di un computer, dal momento che tali spettatori probabilmente vengono dalla stessa, confortevole classe media da cui vieni tu (e sono cose già viste: alcuni artisti sono anni che fanno cose del genere). Alla fine il tuo progetto sui quartieri poveri, presi Google Street View, potrebbe essere un esercizio meraviglioso per te e per i tuoi spettatori per chiedere a te stesso e far chiedere a loro stessi quanto ve ne importa davvero di quei quartieri poveri.

Ma la realtà è che nella ricerca di immagini che tutti si aspettano comunque di vedere non c’è nemmeno la minima traccia di una posta in gioco.

Nella ricerca di immagini che tutti si aspettano comunque di vedere non c’è nemmeno la minima traccia di una posta in gioco.

Un modo diverso per dirlo potrebbe essere questo: le uniche persone per le quale c’è in gioco qualcosa sono quelle dentro alle foto, quelle che vagano per le strade dei loro ghetti cercando di tirare avanti.
Non mi fraintendere. Non possiamo e non dobbiamo giudicare ogni foto in base all’idea che ci debba essere una posta in gioco. Come dovremmo valutare le nature morte, ad esempio?
Ma è comunque giusto dire che quando un artista afferma di fare un reportage sulla povertà o quando un artista tenta di trovare un nuovo modo di documentare i mali del mondo, allora in quel caso ha senso chiedersi: qual è, qui, la posta in gioco?

Qual è?
L’artista rischia qualcosa con il suo lavoro?

Quando, per esempio, le foto non sono che un semplice esercizio per sentirsi bene con sé stessi, quando ci mostrano solo quello che vogliamo vedere (proprio come fa, in campo cinematografico, l’agiografia di Spielberg su Lincoln), in quel caso non c’è niente in gioco. Parte di questo tipo di fotografia io la chiamo “art-editorial photography”, cioè fotografia artistica che illustra concetti ed idee ben noti e largamente accettati.

Ci sono molti modi per far sì che una posta in gioco ci sia: fotografare qualcosa che ti fa sentire davvero a disagio; sfidare quelle che sono le tue ipotesi su come una fotografia vada fatta; dimostrare attraverso una foto che qualcosa non è come tutti pensano che sia.

Ci sono molti modi per far sì che una posta in gioco ci sia: fotografare qualcosa che ti fa sentire davvero a disagio; sfidare quelle che sono le tue ipotesi su come una fotografia vada fatta; dimostrare attraverso una foto che qualcosa non è come tutti pensano che sia. La lista è lunga e può andare avanti per molto.

Se c’è qualcosa in gioco per l’artista ci sono buone possibilità che sia qualcosa in gioco pure per lo spettatore. Il risultato finale sarà uno scambio, nel quale entrambi finiscono per diventare persone diverse. Non è sempre semplice descrivere o quantificare una cosa come questa ed io non ho intenzione di dare una ricetta per farlo. Ma tutti sanno quand’è che c’è qualcosa in gioco. Tutti sanno cosa significa sentirsi o meno completamente al sicuro.

Non fraintendermi, ciò non significa che l’arte dovrebbe sempre farci sentire a disagio. Significa però che l’arte non dovrebbe lasciarci inalterati. L’arte ha bisogno di smuoverti, di cambiarti! Se non vuoi essere commosso, se stai bene come sei, allora non devi avere a che fare con l’arte! E voglio essere chiaro: con il termine “moved”3 non intendo commosso fino alle lacrime per qualcosa che comunque ti aspettavi ti commuovesse. Voglio dire sinceramente commosso, commosso in una maniera fuori dal tuo controllo.

Chiederti cosa c’è in gioco non è l’unica strategia per dare un senso al mare di fotografie davanti al quale ti trovi. Ce ne sono molti altri. Ma di recente ho imparato ad apprezzare questa modalità e dunque me lo chiedo spesso: cosa c’è in gioco? Proprio come un Rasoio di Occam, una domanda come questa riesce a tagliare efficacemente un sacco di roba.

Jörg Colberg

Jörg Colberg è il fondatore di Conscientious, che fin dalla sua nascita, nel 2002, è uno dei siti più interessanti tra quelli che parlano del mondo della fotografia.
American Photo nel 2006 ha incluso Colberg nella sua lista di “Photography Innovators” giudicandolo tra i thought leaders capaci di dare ai fotografi e agli appassionati di fotografia nuove percorsi d’informazione.
Colberg ha scritto e scrive anche per diversi magazines internazionali, si è occupato della prefazione di monografie, ha collaborato con alcuni festival, associazioni ed istituzioni su progetti legati alla fotografia.

L’articolo, originariamente pubblicato in inglese su Conscientious, è stato tradotto in italiano e pubblicato su Frizzifrizzi dietro autorizzazione dell’autore.

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