7 opere e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Francesco Viscuso.

Ciao Francesco, quanti anni hai e di dove sei? Da quanto scatti foto?
Ciao! Ho 31 anni, sono nato a Catania, vivo a Roma e scatto foto dalla prima volta che una macchina fotografica è finita tra le mie mani.

La tua attrezzatura?
Una Canon EOS 400D, un computer, una stampante, carta, colla vinilica, acqua, bitume, acqua ragia, carta abrasiva, vernice damar lucida, colori ad olio, vernice damar opaca, pennelli, stracci, vari materiali di riciclo, filtri fotografici (inventati, improvvisati, modificati, graffiati, spezzati, opacizzati), luce del sole e luce della mente.

Cosa fai quando non fai foto?
Un travail alimentaire (come chiamano i francesi il lavoro che fai per guadagnare vile denaro a scopo di sopravvivenza) che non ha nulla a che vedere con la mia laurea e che non so quanto ancora durerà, leggo/studio (principalmente saggistica mistico-artistica-filosofico-psicanalitica), scrivo soliloqui malati e deliranti, osservo il caos che governa il mondo delle cose visibili ed invisibili, progetto sempre nuovi lavori per tentare di ristabilire di volta in volta quell’equilibrio interiore che le circostanze tentano quotidianamente di distruggere, quasi ogni domenica vado a raccattare a Porta Portese, frequento rigattieri e mercati alla ricerca di materiale da riutilizzare per i miei progetti, ascolto musica, in alcune occasioni catturo – con un registratore digitale – i paesaggi sonori che mi circondano per poi riporli nel mio archivio dei suoni del mondo che era presente al momento della mia presenza, mangio, bevo, dormo, penso, sogno, fantastico, mi entusiasmo, mi addoloro, amo, raramente odio, respiro, a volte trattengo il fiato e finché sarà vita vivrò.

Descrivimi la tua stanza.
Il valore morale in cui maggiormente credo è l’onestà, per questa ragione le stanze in cui ho abitato ho sempre cercato di farle somigliare il più possibile al mio mondo interiore. Tale luogo è fatto di maschere, costumi di scena, vecchie fotografie, oggetti (ri)trovati, accostamenti surreali, ritagli di giornali, stoffe che odorano di passato, parole sparse, tubetti di colore spremuti, specchi, libri sul pavimento, barattoli di utopie, spettri appesi alle finestre, scatole di ricordi, cornici vuote e piene, manichini, le mie fotografie ovunque, qualche chitarra, molti cappelli, ali, valigie, simboli e reperti di vario genere.
Credo profondamente nella poesia delle piccole cose, la mia stanza dovrà necessariamente essere piena di cose e di poesia, di quei dettagli in cui, come scriveva Warburg, il buon dio alberga.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
… quanto non saprei dire. Per me è come un galleggiante, una mongolfiera o una mano che ti aiuta a risalire su, a vedere le cose da un punto di vista privilegiato. È strano, per quando un oggetto posto davanti agli occhi potrebbe a ragione essere considerato un ostacolo ad una più ampia visione, lei si comporta come un tramite con la dimensione più profonda della mia capacità di coordinare essenza e presenza.
Dire che ha il peso di un terzo occhio potrebbe sembrare un banale orientalismo, ma è meravigliosamente vero! Mi capita spesso di portare avanti un progetto fotografico e dopo mesi rendermi conto di aver percorso il sentiero dell’autoanalisi. Inoltre il mio lavoro visionario ha occulti poteri magnetici: ad esempio con Carnival Motel la casa in cui abitavo per un periodo era diventata davvero una sorta di Motel, mentre da qualche mese la mia vita è decisamente un Pandaemonium!

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Se fosse un film la regia sarebbe di una strana creatura nata dall’unione dei “cinogeni” di David Lynch, Lars von Trier, Ingmar Bergman, Andrej Tarkovskij, Peter Greenaway, Alejandro Jodorowsky.
Un libro non so, il tempo in cui amavo leggere storie è passato da un bel po’ e non mi sono mai riconosciuto profondamente in nessuna narrazione letterale fuori da me. Preferisco la poesia, un linguaggio maggiormente criptico ma incisivo, breve, schietto nella sua iperdistillazione polisemica. Se fosse un libro sarebbe quello che scrivo ogni giorno: la storia della mia vita.

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Fernanda Veron è la visionaria che sento sicuramente a me più vicina. Apprezzo e stimo moltissimo il suo lavoro.
Ma desidero segnalare anche Andrea Papi, Stefania Bonatelli, Alessandro Ciccarelli, la francese Dorothy Shoes, i fotografi del gruppo Black Circle e il lavoro del collettivo OcchiRossi.