7am | Matteo Rizzo aka Laszlo Kovacs

7 opere e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Matteo Rizzo aka Laszlo Kovacs (qui la sua pagina Flickr).

Ciao Matteo, quanti anni hai e di dove sei? Da quanto scatti foto?
Nato a Roma 27 anni fa, ho iniziato a scattare foto all’età di 17 anni, quando trovai la vecchia PentaxMx di papà. Da quel momento sono entrato nel “vortice” della fotografia analogica, e dopo qualche anno, ho iniziato ad interessarmi soprattutto ai processi di stampa e sviluppo.
Interesse che ho trasformato in percorso di studio iscrivendomi al CsF Adams-sezione Camera Oscura.
Ad oggi, credo di voler scattare fotografie su pellicola solamente per poi avere la scusa di chiudermi ore in camera oscura.

La tua attrezzatura?
Da Analogic addicted, possiedo solamente Reflex a pellicola, dalla Pentax, ad una normalissima NikonF80, una Mamiya 645, passando per due Istantanee Polaroid (una di queste regalatami da un amico caro,per me quasi un fratello), fino ad una vecchissima biottica Voigtländer Brillant, ancora funzionante nonostante sia un po’ ammaccata.
Ma il mio unico compagno di vita è un semplicissimo ingranditore della Durst.

Cosa fai quando non fai foto?
I miei lavori fotografici sono principalmente immagini “flash” generate in un attimo, dopo aver letto un libro, dopo aver visto i lavori di altri fotografi o una scena particolare per strada. Ispirazioni che in una seconda fase razionalizzo e trasformo in qualcosa di mio. Quindi i rari momenti in cui non sono in camera oscura, lì passo comunque proiettato in quella stanza, disegnando e prendendo appunti, di quelle immagini flash, su un’agendina rossa.

Descrivimi la tua stanza.
La mia stanza è la mia postazione lavoro: potete trovare sparsi ovunque vecchi rocchetti di pellicole, cilindri graduati e molto spesso negativi stesi ad asciugare appesi al posto delle tende. E sotto la scrivania un vecchio baule in cui conservo i chimici da stampa e sviluppo.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
… pesano un po’.
Sono un mezzo con cui mi alleggerisco, sono dei contenitori che si riempiono delle cose non dette, di emozioni private, di momenti di vita… fate voi.

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Mi ritengo una spugna, assorbo immagini da qualsiasi cosa.
Il libro ed il film che più mi hanno ispirato visivamente, sono stati “Il Libro dell’Inquietudine” di Pessoa (per l’empatia scaturita da quella Sua ricerca introspettiva di memorie private,di confessioni indifese messe allo scoperto) e “À bout de souffle” di Jean-Luc Godard (film da cui tra l’altro ho preso in prestito il mio pseudonimo, in quanto, come ogni pellicola della Nouvelle Vague vuole, realismo e finzione si mescolano – nel mio caso realtà ed immaginazione – accettando l’elemento casuale nella narrazione, come io accetto l’ispirazione (casuale) degli eventi quotidiani).

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Chiara Ernandes, una giovane fotografa che riesce a creare racconti visivi, dei collage delle storie che rimangono impressi e Sara Nicomedi appassionata di street-photography ma con un occhio particolare, nuovo e molto spesso ironico.

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