7am | Anita Roncoroni

7 opere e 7 domande, alle 7 di mattina, a fotografi che si svegliano presto o non sono ancora andati a dormire.
Oggi è la volta di Anita Roncoroni.

Ciao Anita, quanti anni hai e di dove sei? Da quanto scatti foto?
Ho ventun anni, abito in un piccolo paese, Vertemate, a pochi chilometri da Como. Ho iniziato a scattare fotografie da bambina, adoravo le monouso, poi sono passata alle compatte digitali (che sistematicamente dopo un po’ mi abbandonavano) per poi passare alla mia prima reflex. Naturalmente con il passare del tempo la mia passione è aumentata sempre di più.

La tua attrezzatura?
La mia attrezzatura è piuttosto modesta ed è formata dalla mia fedele Reflex EOS 1000D Canon, che mi accompagna un po’ dappertutto, e due ottiche, una fissa e un tele obbiettivo.

Cosa fai quando non fai foto?
Quando non faccio foto, oltre a studiare, scrivo molto, sono sempre stata innamorata di tutto l’universo che ti si può aprire davanti tramite parole e immagini. Durante la settimana frequento un corso di fotografia a Milano.

Descrivimi la tua stanza.
La mia stanza è di media grandezza, ho dipinto una parete di blu e l’altra oro. Ad un muro vicino al letto ho fissato un legno trovato in mare, sul quale ho appeso collane e diverse macchine fotografiche analogiche che ho avuto la fortuna di ereditare, insieme ad una bellissima Holga 35mm, regalo di una persona speciale. Mensole e libreria sono invece occupati da svariati libri, in particolare di Alejandro Jodorowsky, mio scrittore preferito, e volumi di fotografia un po’ datati ma interessantissimi. Sopra la mia scrivania ho appeso molte fotografie scattate nel corso degli anni, molto spesso mi perdo a guardarle.

La tua macchina fotografica pesa quanto…
Pesa molto di più quando non la porto con me!
Siamo sempre insieme, quindi di fatto facciamo un peso unico.

Se il tuo immaginario fosse un film? O un libro?
Mi piace questa domanda!
Il mio immaginario si sposa bene con le storie misteriose eppure assolutamente reali dello scrittore giapponese Murakami Haruki. Un immaginario fatto di porte nascoste dove un qualsiasi ascensore, aprendosi ad un piano diverso da quello che ti saresti aspettato, ti catapulta in una dimensione che ha strettamente a che vedere con la tua dimensione interna, spirituale. Insomma, una sorta di viaggio dalla realtà più banale per giungere ad un abisso immenso. Nelle sue storie la scoperta di un mondo diverso da quello materiale non è una ricerca disperata e non è nemmeno un qualcosa di inaspettato, quel mondo esiste ed è così costantemente sotto i nostri occhi da riuscire,incredibilmente, a passare inosservato. Così mi sono mossa nello scattare una fotografia: gli occhi e l’attenzione vengono bloccati da qualcosa di apparentemente banale che però, in sé, contiene tutto ciò che cercavi, la tua dimensione alternativa, che diventa reale e onirica insieme.
Se si trattasse di un film, invece,non esiterei a citare 8 1/2 di Fellini, in cui ogni immagine resta impressa nella memoria per bellezza e per particolarità,sempre sul confine tra reale e onirico.

Un fotografo/a che mi consigli di tener d’occhio?
Non conosco fotografi professionisti, conosco però molte persone che hanno una grandissima passione e bravura: Eddejoy, Nicodemo Luca, Sascha Athos ProiettiValerio Cappabianca.

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