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Grafica Italia: un’indagine sullo stato dell’arte della professione

La tesi di laurea di Flavia Lunardi

È vero che tutti gli studi di grafica stanno in Lombardia? E che le donne, in questo lavoro, sono la minoranza?
In quale scuole studiano i designer italiani? E quali sono i grandi nomi della grafica che hanno un’impronta fondamentale sulla loro formazione?
Dopo quanti anni, in media, si apre un proprio studio? E qual è la cosa più importante che si impara lavorando?

Sono domande che non di rado balenano nei pensieri di chi è ancora a scuola e sta studiando con l’obiettivo, un giorno, di fare questo mestiere. Domande che perlopiù rimangono senza risposta finché non si entra per la prima volta in un vero ufficio.

Gli estratti della tesi sono pubblicati su gentile concessione di ISIA Urbino.

Una studentessa, però, ha deciso di saperne di più ancora prima di lasciare i banchi dell’università, lavorando a una tesi di laurea sulla grafica italiana.
Lei si chiama Flavia Lunardi, è cresciuta a Ferrara, ha frequentato il liceo artistico con indirizzo grafico per poi studiare Design della comunicazione al Politecnico di Milano, nel frattempo lavorando in uno dei più prestigiosi e importanti studi italiani: Leftloft. Dopo la laurea, invece di lanciarsi direttamente nel mondo del lavoro, ha deciso che sarebbe stato meglio prendersi il suo tempo per crescere dal punto di vista progettuale e culturale, e si è iscritta all’ISIA di Urbino, dove si è laureata con una tesi che si intitola Grafica Italia 2018 e si articola in tre parti, una delle quali si è sviluppata come un’indagine basata su un sondaggio al quale hanno partecipato circa 100 studi da tutta Italia.

Oggi Flavia ha un suo studio, Sezione Grafica, aperto con il suo ex compagno di corso Aldo Caprini.

Trovando utilissimo e affascinante il suo lavoro d’indagine, ho deciso di intervistarla, pubblicando anche qualche estratto dalla sua tesi, per gentile concessione dell’ISIA di Urbino.


L’indagine

I dati pubblicati provengono da un’indagine svolta attraverso un questionario Google Form inviato via mail a 189 studi italiani, a partire dal 15 maggio 2018. La raccolta delle risposte si è chiusa il 15 luglio. Nell’arco di queste settimane hanno collaborato 95 studi, che rappresentano un campione del 50,2% sul totale della popolazione. Il questionario non era anonimo: nome dello studio e di chi compilava erano chiesti al principio.

Com’è nato il progetto? Perché proprio questa ricerca?

Io ho studiato grafica per 5 anni e alla fine mi sono ritrovata a chiedermi, come molti altri alla fine di questo percorso, «adesso cosa succede nel mondo esterno?».
Ho cominciato a guardarmi un po’ intorno e mi sono resa conto di come non si parli tanto del campo della grafica dal punto di vista del lavoro.

La maggior parte delle informazioni che riuscivo a trovare venivano più che altro da conoscenze dirette con chi già lavorava nel settore, o da docenti che davano informazioni a riguardo.
La sensazione che ho avuto, quindi, riguardo al mondo della grafica italiana contemporanea, è che si trattasse di un ambito un po’ chiuso, senza una forte identità e poco riconosciuto come tale, come Grafica Italiana Contemporanea.

Le regioni

La centralità della Lombardia all’interno dell’economia del design era già ben nota, in questa indagine risulta schiacciante. Si difendono Veneto, Toscana ed Emilia Romagna.
Nella mappa di questa indagine sono totalmente assenti alcune regioni, ciò non vuol dire che lo siano veramente, ma è probabile che la tendenza che viene indicata qui non si allontani molto dalla realtà.

Che tipo di lavoro hai fatto, una volta deciso il tema?

Ho diviso la ricerca in tre sezioni. Essendo una tesi di laurea, ho dovuto appoggiarmi anche a una parte storica, che è diventata la prima sezione. Per quella ho lavorato sull’evoluzione della figura del grafico, basandomi sulle mostre di grafica. Sono partita dalla V Triennale di Milano del 1933.

Perché proprio le mostre?

Perché credo che siano le mostre a offrire al grafico l’occasione migliore per raccontarsi al resto del mondo.

Un’altra sezione si sviluppa come raccolta di interviste a professionisti.

Avevo bisogno di un rapporto personale con qualcuno. Di sentirmi dire le cose a voce.
È stata anche la prima volta che ho cominciato ad andare negli studi, a incontrare chi fa questo lavoro e ha un visione molto più pratica rispetto a quella che posso avere io.

2009 e 2016

Il periodo tra il 2009 e il 2016 è quello che ha visto il fiorire della maggioranza degli studi presi in analisi, il picco massimo è proprio in questi due anni.

Infine, l’indagine, che è poi quella che presentiamo qui.

Per l’indagine ho contattato, nel corso di circa un mese e mezzo, 189 studi italiani. L’ostacolo più grande, che penso non sia ancora risolto, è stata la selezione.

All’inizio ho cercato di capire quale fosse la differenza di base tra lo studio e l’agenzia.
Perché certi gruppi si definiscono in un modo e certi in un altro?
Per questo mi è stato molto utile parlare con alcuni degli intervistati, che in sostanza mi hanno spiegato che nell’agenzia ci sono delle figure che non si occupano prettamente di design e che le decisioni, sia pratiche che progettuali, non sono guidate solo da designer.
Sono partita da qui per andare a selezionare gli studi composti solo da designer. Mi sono però resa conto che io, andando a fare una selezione, applicavo un principio molto soggettivo. Sicuramente non sono riuscita a raggiungere tutti gli studi italiani, probabilmente ne ho lasciati fuori molti soprattutto tra quelli di provincia. Infatti vorrei provare, in futuro, a farne un’altra edizione, magari con l’aiuto di qualcuno, per poter risolvere questa problematica.

Uomini e donne negli studi

Molti degli studi con dipendenti hanno almeno una donna, e il rapporto fra maschi e femmine è ugualmente a favore di entrambi i sessi. Questo significa che le donne sono presenti e lavorano nel campo del design come i colleghi uomini.

Come li hai trovati e scelti gli studi che hai contattato? È stato un passaparola, hai cercato sul web, sulle vecchie Pagine Gialle?

Soprattutto con ricerche online. Poi ho preso cataloghi di mostre recenti, tipo Millennials / La nuova scena della grafica italiana.

Ne ho contattati 189 e hanno risposto in 99, che è comunque un bel campione.

Hai inviato loro un questionario. Come hai elaborato le domande?

Sono una grande amante dei dati, quindi ho puntato innanzitutto su una parte statistica, dove ci sono informazioni come il luogo, l’anno di fondazione… Però mi interessava anche rendere questi dati più “umani”, per questo, quando ho chiesto la città in cui lavorano, ho chiesto anche il motivo per cui l’avessero scelta, e quando ho chiesto chi avesse fondato lo studio, ho domandato il genere dei vari fondatori.

Altre domande invece sottintendono risposte un po’ più specifiche e soggettive, come ad esempio la domanda «come vi definite come struttura?» — e qui la maggior parte ha detto studio, ma c’è anche chi ha risposto agenzia o collettivo — oppure «come vi definite singolarmente?» — se designer, progettista grafico, art director… — e qui sono uscite fuori tantissime risposte diverse, perché ciascuno ha la sua idea, che corrisponde a una posizione ben precisa. È quasi una scelta politica definirsi designer invece grafico o direttore creativo.

Uomini e donne tra i fondatori

Questi dati “statistici” mettono in luce la questione relativa alla presenza femminile all’interno del sistema del lavoro nel design.
Conosciamo i limiti dei dati a cui ci si riferisce, ma sono abbastanza chiari su questo punto. Su un totale di 95 studi, 44 sono stati fondati anche da una donna, per un totale di 50 designer donne. Su un totale di 95 studi, sono invece 89 quelli che sono stati fondati almeno da un uomo, per un totale di 152 uomini (un numero che è il triplo rispetto a quello delle donne).

Ti sei basata su altre ricerche precedenti?

La mia più grande fonte d’ispirazione è stata una ricerca che avevano fatto sugli studi di New York. Poi ho avuto buoni spunti anche da un libro, Graphic Designers Surveyed, che invece era relativo alla situazione del Regno Unito. Infine l’inchiesta del 2012 del Cantiere per pratiche non-affermative.

Ormai anche tu sei diventata una professionista e stai lavorando in questo campo.

Ho lavorato un po’ nello studio di Leonardo Sonnoli e invece adesso io e un mio compagno del Politecnico di Milano, Aldo Caprini, stiamo cominciando a lavorare da soli sotto il nome di Sezione Grafica. Abbiamo già qualche cliente e cerchiamo di farci conoscere.
Grafica Italia, sebbene ufficialmente ci sia il mio nome, sulla tesi, è anche un’idea sua.
Come ho già accennato siamo motivati a rifare la ricerca, stavolta magari col supporto di qualche sponsor e insieme a qualche esperto di statistica e sondaggi. Si potrebbe poi organizzare un mostra, realizzare un piccola pubblicazione, fare un sito apposito.

La definizione

Non vi è invece un termine che predomina su un altro con ugual forza nel definire il singolo professionista. Il più scelto (con circa il 55%) è il semplice designer, senza ulteriori specifiche.
In seguito vi è graphic designer che con il 26,5% schiaccia l’italico termine grafico, con cui solo il 7,4% si presenta. Circa un terzo si divide fra creative director, art director e progettista grafico. La restante percentuale si perde fra più di una decina di parole diverse. Pare così che non si sia molto d’accordo su come chiamarsi, ognuno sceglie una definizione a seconda delle proprie propensioni. Su una cosa pare che siano tutti d’accordo: creativi non va proprio bene.

Lavorando a questa tesi hai preso contatti con alcuni tra i migliori studi italiani, aprendo così un via d’accesso più semplice per lavorare eventualmente in uno di essi.

[Ride, ndr]

Questa è una cosa che mi hanno detto in tanti. In pratica, tuttavia, non è successo. Sì, qualcuno mi ha detto di passare da loro in studio, anche se poi ho deciso di prendere un’altra strada e di metterci in proprio insieme ad Aldo.

I maestri

L’aiuto degli altri professionisti nel corso della propria educazione è riconosciuto da tutti e la stragrande maggioranza ha identificato i propri mentori con nome e cognome. Tra i più ricorrenti si trovano Vignelli, Dolcini, Munari, Fronzoni e Lussu.

Da prima di intraprendere questo progetto ad oggi, com’è cambiata la tua opinione sul mondo della grafica italiana?

Sono diventata un po’ più cosciente di certi meccanismi.
Ci sono cose che non mi hanno stupita, come ad esempio la posizione geografica degli studi o il fatto che siano stati fondati perlopiù da uomini. In questo senso, quindi, ho avuto delle conferme.
Ma è stato anche bello ritrovarmi dati e risposte che non avevo previsto.
Sono stata stupida di scoprire che molti rifiuterebbero lavori che andrebbero contro i loro valori [Il 95,2% degli intervistati. Tra le motivazioni: valori politici diversi, sessismo, armi, razzismo, Salvini, finanza, tabacco, militari, nazisti, ndr].

Ma al di là del sondaggio, che è stato divertente e interessante da fare, la parte per me più importante della tesi è stata quella delle interviste, perché è stato il momento in cui sono entrata maggiormente in contatto con le dinamiche di questo mondo.

Imparare lavorando

Sempre a livello di formazione, il 76% afferma che il lavoro è stato più istruttivo della scuola o per lo meno con lo stesso peso. Solo il 17% sostiene che la scuola sia stata più importante. La maggioranza ha in effetti lavorato per più di cinque anni prima di iniziare la propria attività.

Parliamo di questione di genere. È vero che dalla ricerca esce fuori che i fondatori sono in gran parte uomini, ma non mi aspettavo ci fosse invece questo grande equilibrio tra chi lavora negli studi. È praticamente una parità: 167 uomini, 166 donne.

Per me non è stata una grande sorpresa perché le classi in cui sono stata hanno sempre avuto una presenza perlopiù femminile.

Ho letto su Designing Women di una ricerca del Design Museum di Londra, dalla quale esce fuori che tra le discipline relative al design, le donne rappresentano il 70% degli studenti ma che quando si va ad analizzare coloro che svolgono effettivamente la professione di designer, la percentuale scende addirittura al 22%, quindi ci sarebbe un’enorme dispersione dopo gli studi.

Non ho i dati delle scuole italiane di grafica ma credo che il 70% sia una cifra realistica anche per noi.
Prendendo per buono il dato che esce dalla mia ricerca, cioè di un 50% di donne negli studi, significa che da noi potrebbe essere un 20% a sparire nel nulla dopo la scuola.

Con la mia relatrice, Silvia Sfligiotti, notavamo anche che, sempre nelle scuole, i docenti di progettazione sono molto spesso più uomini e che le donne sono in certo senso relegate alle materie teoriche.

Gli studi di riferimento

Nel riconoscere qualche studio o figura di riferimento nel 2018 in Italia, oltre ad alcune particolarità, emerge una massa abbastanza compatta che vede in Sonnoli, Bubbico e Franchi i designer italiani principali e in studio FM milano, Leftloft e Tassinari/Vetta gli studi più importanti.
La stessa domanda riferita all’estero suscita risposte più variegate, ma si può dire che a farla da padrone per gli italiani è Pentagram, seguito da Sagmeister & Walsh, Experimental Jetset e Bureau Mirko Borsche.
Da notare che a differenza di tutti i nomi italiani fatti, quelli stranieri comprendono anche molte agenzie di branding, più o meno grosse.

Ho notato anche che, in un momento in cui c’è tantissima attenzione su questo tema, ed escono premi, mostre, piattaforme pubblicazioni specifiche per e sulle designer, c’è anche molta polemica su questo tipo di operazioni, considerate come inutili autoghettizzazioni.

Su questo la prima reazione che ho è quella di fastidio, perché non penso ci sia una specifica grafica femminile, una tipografia femminile, ecc.

D’altra parte penso anche che, se far vedere il lavoro di una progettista donna può aiutare a dare visibilità in una società che è comunque ancora dominata dagli uomini, ben venga. Non penso che il problema sia fare un mostra sulle designer donne. È un tentativo, pur con i suoi limiti, di fare qualcosa. 

Riguardo a ciò che ti ha spinto a iniziare questo progetto parlavi della sensazione che quello della grafica italiana fosse un mondo senza una propria identità specifica.
Cos’hai concluso? Esiste una Grafica Italiana oggi? E se non esiste, perché?

Penso che oggi una Grafica Italiana non esista perché a un certo punto è come se si fosse fatta tabula rasa per cominciare a guardare non più alla nostra storia ma a quello che fanno gli altri, all’estero.

Ho riscontrato, parlando con molti professionisti, che in tanti credono che sia ormai inutile parlare di una Grafica Italiana o una Grafica Europea, che ormai tutti guardano i lavori di tutti e che sia piuttosto nazionalista riferirsi a una grafica specifica di un paese.

Io in realtà ritengo che si tratti di una ricchezza. Io e il mio socio, nel nostro studio, cercheremo di avere come stella polare proprio la storia della grafica italiana, quel livello di qualità. Il passato, come si dice spesso, è quello che può aiutarti a vedere che forma può avere il futuro.

Soddisfazioni e insoddisfazioni

Solo il 5,6% degli intervistati si dichiara completamente soddisfatto del ruolo del graphic designer in Italia.Allo stesso tempo l’86% di loro non cambierebbe mai il lavoro che ha scelto.

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