Ma che storia mi raccontò, più monolitica e sonora di ogni altra storia di guerra che abbia mai sentito, mi ci volle un anno per capirla: «La pattuglia andò su in montagna. Solo un uomo tornò, morì prima di poterci raccontare cos’era successo»da “Dispacci”, di Michael Herr, Alet Edizioni, 2005

Il punto blu sulla mappa

Stiamo camminando da circa mezz’ora. Seguiamo le nostre guide, che s’arrampicano rapide tra i sentieri. Ascoltiamo i nostri passi. Ascoltiamo i nostri respiri. Guardiamo per terra, gli occhi puntati sui piedi di chi sta davanti, attenti a non calpestare, attenti a non restare troppo indietro.

“Prova con ristoranti, bar”, mi suggerisce il telefono. Il telefono non lo sa ma ha appena fatto una gag.

“Prova con ristoranti, bar”, mi suggerisce il telefono.
Il telefono non lo sa ma ha appena fatto una gag.

Sopra di noi la montagna, che è lì da milioni di anni e ha visto tutto, sentito tutto, ma imperturbabile continua ad osservare e ascoltare.
Di tanto in tanto si sente rumore d’acqua. Per alcuni tratti seguiamo il rivolo di quello che sembra un piccolo torrente. Il torrente appare e scompare, sembra giocare a nascondino. Spunta all’improvviso dal nulla, dalla terra, corre su un letto troppo grande e poi ritorna sotto la superficie, assieme al rumore, per poi balzar fuori di nuovo da qualche altra parte.
Talvolta il rumore rimane. Puoi sentire l’acqua ma l’acqua non c’è.

Il pallino blu che lampeggia sulla mappa del mio telefono dice che siamo vicini al confine tra Italia, Austria e Slovenia. Un confine che si è spostato tante volte — tante quante le guerre combattute da queste parti — così come le genti che lo abitavano, prese e trasferite a forza in luoghi estranei, come animali in cattività.

Siamo un piccolo gruppo. Una decina di persone circa, a camminare tra i boschi della Val Saisera, un nome che in sloveno — mi spiegano — significa dietro il lago. Un lago che però non c’è, pare sia scomparso nel ‘300 a causa di un terremoto.
I confini, il torrente, il lago: qua le cose vanno e vengono. A parte la montagna.

La strada è lunga, le tappe sono molte.
Vorrei fermarmi ogni pochi passi a prender nota, a scattare foto — ché il bosco sembra come mettersi in posa, certe volte. Vorrei fermarmi anche soltanto a guardare le cime degli alberi che svettano fin quasi a toccare le nuvole basse che circondano i monti. Ma è prevista pioggia, che da queste parti arriva e se ne va, arriva e se ne va, pure lei, come in una danza tra sole e nuvoloni neri, coreografata dai capricci della montagna.
Finché c’è un po’ di sole bisogna fare in fretta, affidando il racconto a qualche fotografia. E al ricordo.

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

Per prima cosa visitai la Saisera: sarei stato troppo stanco per un’uscita più impegnativa. Trovai Valbruna bombardata, incendiata, ridotta in macerie, triste proprio come l’avevo lasciata. La via del paese era deserta. Ma in ogni casa si sentiva battere e martellare. I contadini cercavano di ricostruire la loro nuova vita sopra le macerie.da “La mia guerra nelle Giulie”, di Julius Kugy, Edizioni Saisera, Udine, 2008

Costruire una cosa su quella roccia? Impossibile

Sul pallino blu di Google Maps non si vede ma Valbruna è poco lontano. È da lì che siamo partiti.
Oggi si chiama ufficialmente Malborghetto-Valbruna ed è un cosiddetto comune sparso.

La camminata è cominciata da un luogo-simbolo del paese, una casa che s’affaccia su uno spuntone di roccia. Quella casa l’ha costruita Giorgio Vidoni, un alpino che ha combattuto sia la prima che la seconda guerra mondiale e che nel 1915-18, imbracciando il fucile tra queste montagne, si è innamorato del posto ma soprattutto si è innamorato di quel “sasso”, e dopo la guerra ha comprato per due soldi il terreno tutt’attorno, un terreno che nessuno voleva perché considerato inutilizzabile. Ma lui, Vidoni, aveva un sogno: costruire una sua casa su quella roccia.
«Impossibile», dicevano in paese. E nei bar deridevano la sua folle idea.

Nel 1950 Vidoni comincia a lavorare e pian piano riesce a tirar su dal nulla una baita. A vederla, incastonata sulla pietra e immersa nel bosco, pare il prototipo ideale del concetto di baita. Quel che troveresti su un dizionario illustrato tra — ironia della sorte — baionetta e baiulo1. Sembra, pure, il monumento alla fierezza e alla cocciutaggine di un montanaro, un memento di quel che un uomo, da solo, può fare se guidato dalla volontà.

La baita costruita nel '50 dall'alpino Giorgio Vidoni su uno spuntone di roccia (foto: Simone Sbarbati)

La baita costruita nel ’50 dall’alpino Giorgio Vidoni su uno spuntone di roccia
(foto: Simone Sbarbati)

La casa, per giunta, quell’alpino testardo non se l’è costruita per sé ma per la comunità. E nel “libro di vetta” che c’è nella baita2, da decenni si accumulano storie, piantine disegnate a mano, calligrafie antiche.

«Secondo me questo rappresenta un desiderio che, a posteriori, possiamo dire sia alla base di Altrememorie. Intendo il desiderio di rielaborare un’esperienza negativa come quella della guerra costruendo in quegli stessi luoghi spazi di pace» racconta Francesco Rossi, uno dei fondatori dell’Associazione Culturale Modo, collettivo di creativi e artisti di base a Udine, e della cooperativa Zeroidee.

Modo e Zeroidee, con la collaborazione delle istituzioni e di molte realtà locali, hanno faticosamente lavorato e, nel settembre del 2014, dato vita al progetto Altrememorie, un parco dell’arte che — citando i ragazzi dell’associazione — “propone nuove memorie a quelle della guerra”.

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

Percorro la linea, domandando a bassa voce del tenente; non sanno dove sia; un caporale mi dice ch'è andato a ispezionare i piccoli posti. Scavalco la trincea, cammino sopra una macìa di pietre, forse la rovina d'un muretto a secco, con precauzione, per non far rumore: ogni pietra smossa dai miei piedi mi pare che risuoni nel silenzio della valle; subito di là c'è il nemico.Giani Stuparich (Trieste, 1891 – Roma, 1961), giornalista, prese parte come volontario alla prima guerra mondiale. Fu ferito nel '15 e fatto prigioniero dagli austriaci nel '16, dopo la guerra insegnò per molti anni al liceo classico Dante di Trieste. Brano tratto da “Guerra del '15”, Fratelli Treves, Milano, 1931

Arte contemporanea tra le trincee della prima guerra mondiale: Altrememorie

Altrememorie nasce in realtà anni fa. Mentre io e Rocco, gli unici due a non conoscere la zona, seguiamo il sentiero, le nostre guide ci spiegano che l’idea è venuta fuori da una serie di appunti presi camminando tra i monti e scritti su un quaderno, passando accanto ai resti dei bunker e delle trincee.

«Questa esperienza è iniziata con una domanda» dice Francesco. «Se tanta gente ha fatto fatica per costruire spazi per la guerra, se tanti ragazzi come noi, o più giovani di noi, hanno preso pietre pesanti e le hanno portate in cima, perché noi non facciamo niente di ugualmente concreto ma che vada in una direzione opposta?».

A quel punto i ragazzi di Modo e di Zeroidee hanno cominciato a invitare artisti da tutta Europa, ospitandoli per delle residenze artistiche e chiedendo loro di realizzare delle installazioni di arte contemporanea in mezzo al bosco.
L’intento — riuscito — era anche evitare un’interpretazione didascalica di quelle che sono le memorie e le tracce che la guerra ha lasciato in questo territorio. Altrememorie, appunto, non una celebrazione pedissequa delle stesse.

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

La mattina si vede la posisione del nemico formidabile che aveva. Di mangiare più di giorno non si può, siamo allo scoperto in unna vallata. Il nemico ci vede tutte le nostre mosse. Cuindi tutto tocca far di notte. La sera stessa di notte facciamo unna piccolla avansata e lì si fece le trincee profonde nel tereno ghiaioso circa un metro e la tera si butta verso il nemico, poi si copre di erbe, fresche a ciò che il nemico non si fosse acorto del nostro lavoro. La matina non si pottette andare più fuori. Unna sete di morire.Giuseppe Garzoni (Buia, 1888 – Buia, 1965), arruolato nel 6° Reggimento Bersaglieri dell'esercito italiano, si trovò a combattere sul Carso e sull'Isonzo, fu fatto prigioniero dagli austriaci e deportato a Mauthausen, in Serbia e in Bosnia. Brano tratto da “La gente e la guerra, a cura di L. Fabi, Il Campo, Udine, 1990

«Per noi è sufficiente constatare che in una valle dove cent’anni fa si sparavano e s’ammazzavano tra loro persone di differente nazionalità, oggi persone di diverse nazionalità facciano qualcosa di completamente diverso. Il fatto stesso di fare qualcosa del genere, al di là di tutti i significati che gli artisti stessi o gli spettatori possono dare alle opere, è Il Significato. Vedere questi ragazzi lavorare insieme è già la risposta».

Dal settembre del 2014 a oggi il parco di Altrememorie ha continuato ad allargarsi. Prima 11 artisti, poi altri 8, e ancora 8 quest’anno. Probabilmente ne arriveranno altri, e come quelli che li hanno preceduti si fermeranno ad osservare e ascoltare, a farsi ispirare dalle tracce che troveranno sul terreno, ai bossoli e ai pezzi di granata che non è così difficile trovare nel sottobosco, tra i miliardi di formiche che inarrestabili e imperterrite, da migliaia di anni, superando ogni guerra, hanno continuato a scavare le loro, di trincee.

Sono ovunque, le formiche. Appena ci fermiamo le vediamo correrci tra i piedi, sotto alle foglie, sui tronchi scuri dei pini, degli abeti e dei larici, tra le campanule, o le più rare scarpette di Venere, un tipo di orchidea che non avevo mai visto e di cui non avevo mai sentito parlare (me la indica, dall’altra parte del torrente, una signora esperta di piante e di erbe che ci accompagna: «si usa contro il mal di testa», dice, «ma è meglio non raccoglierla, se ne raccolgono troppe e se ne trovano sempre meno»).

“Occhi aperti”, opera di Luca Zaro per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Occhi aperti”, opera di Luca Zaro per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

Prima di iniziare a lavorare ho letto molti documenti, sia di parte italiana che austriaca. Lì nel bosco, una volta capita proprio la disposizione fisica, topografica, di quelle che erano le nostre trincee e le loro trincee. Io ho girato molto prima di scegliere il luogo in cui realizzare l’installazione. Poi però, dopo aver rimuginato e “masticato” informazioni, il processo creativo è stato molto istintivo. Mi ha semplicemente attratto un sasso, ci ho visto subito un animale e casualmente, facendo una passeggiata in zona, ho reperito lì quasi tutto il materiale, trovando delle vecchie latte militari, pezzi di pali della luce abbattuti… Credo che “Occhi Aperti”, che per me ha anche un collegamento con la situazione attuale, rappresenti la Belva della Guerra, che crediamo di poter tenere a bada, legandola, ma che non si addormenta mai e ha sempre gli occhi aperti.Luca Zaro, testimonianza raccolta dall'autore dell'articolo

Le storie, le memorie come “realtà aumentata”

È proprio vero che le storie, per noi umani, sono la forma più arcaica e tuttora più efficace di realtà aumentata. Metter piede in un luogo, un territorio, dopo averne letto o ascoltato storie (non necessariamente legate al luogo stesso, ma comunque in qualche modo tangenti) permette di dilatarne la percezione, di cogliere molti più strati, molte più dimensioni — non saprei come altro chiamarle — rispetto a quelle che i soli sensi ci permettono di riconoscere.

La sera prima io e Rocco, appena arrivati da un lungo viaggio, io in treno e lui in aereo, ci siamo incantati davanti a uno spettacolo — un po’ reading, un po’ messa in scena teatrale — in cui lo scrittore e giornalista triestino Paolo Rumiz, che ogni estate seguo nei suoi viaggi a puntate sulle pagine di Repubblica, raccontava dei soldati goriziani, triestini e istriani che hanno combattuto nel ’15-18 “dalla parte sbagliata”, quella degli austriaci.

Prima di partire per il Friuli ho passato giorni a “imbottirmi” di guerre, attraverso documentari, vecchie immagini e soprattutto attraverso un libro — Dispacci di Michael Herr, citato nell’apertura di questo pezzo — che parla di una guerra lontanissima e a suo modo molto più pop rispetto alla prima guerra mondiale, e cioè la guerra del Vietnam, ma che è un vero capolavoro di reportage e, a detta di molti, compreso me, uno dei più bei documenti mai scritti, nel ‘900, su un conflitto.

“Ti vedo”, opera di Francesca Bonadiman e Rocco Zanoni per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Ti vedo”, opera di Francesca Bonadiman e Rocco Zanoni per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

Le installazioni sono state fatte per entrare nel bosco, rispettando i suoi limiti, i suoi confini ma allo stesso tempo facendo porre delle domande a chi, magari inaspettatamente, si ritrova a guardarle.Associazione Culturale Modo

Cent’anni dopo

Attraverso il sentiero, passando accanto a bunker, a piccole cascate sputate fuori con violenza dalla montagna, a lapidi di alpinisti o scout che la montagna ha ucciso, ci sono occhi che ci guardano dal fitto degli alberi, scale che s’arrampicano sui tronchi e provano a farci cambiare il punto di vista, lo scheletro di una nave che immediatamente imbarca i nostri pensieri per portarli lontano da lì, tentativi di mettere ordine alla confusione attraverso il rigore, la geometria e l’accumulazione, case portatili, utopie che pendono giù dal cielo e prendono la forma di un albero bianco, sezionato e, chissà come (la magia illusoria dell’utopia), capovolto.

Ciascun artista ha lavorato a modo suo, ciascuno ha scelto se reperire i materiali sul luogo, portarseli “da casa”, acquistarli sul posto. Ciascuno ha deciso che chiave dare alla propria opera: sociale, politica, fantastica e surreale, nostalgica. Talvolta anche personale: «Marek Trizuljak, un artista slovacco, è stato qui cent’anni dopo suo nonno, che ha combattuto su questi monti» racconta Francesco Rossi. A tutti, ovviamente, sale un brivido lungo la schiena.

A volte, camminando e guardando bene, sembra di trovare la chiave di quello che potrebbe essere stato il loro processo creativo. O forse siamo completamente fuori strada.
Quel che è certo è che tutti hanno dovuto fare i conti con un luogo che “parla” — e lo fa comunque, che si voglia o meno ascoltarlo — e che anche a distanza di molti decenni conserva in sé tracce della nostra storia. Tracce che vanno anche molto al di là degli eventi tragici della prima guerra mondiale. Tracce che possono andare fin dentro il nostro nucleo più intimo.

“Imbarcazione”, di Federica Teti e Todosch Schlopsnies per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Imbarcazione”, di Federica Teti e Todosch Schlopsnies per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

Alle tre di mattina andiamo agli avamposti. Siamo in una conca tranquilla. Mi par così strano di trovar degli alberi ancora vivi, col loro fogliame verde; anche qui sono per la maggior parte pini, ma belli, grandi e folti; tutta la terra è coperta di vegetazione: d’erba e di cespugli; non so, forse saranno pochi metri quadrati di terreno defilato, il solo, piccolo tratto miracolosamente calmo di tutta la linea di trincee tormentate che dal mare montano ad arco sulle colline intorno a Monfalcone, ma sembra un regno di sogno, un luogo di villeggiatura.Giani Stuparich, da “Guerra del '15”, Fratelli Treves, Milano, 1931

Un regno di sogno, un luogo di villeggiatura

Qua il tempo procede seguendo il profilo della montagna: tratti ripidissimi da scalare, lenti avvicinamenti, regolari discese a scalini, salti nel vuoto. In un presente dilatato, in mezzo all’andirivieni dei rumori — l’acqua (di cui registro il rumore su ben tre tracce del mio registratore, neanche fosse la voce di uno spettro) e poi il vento, le pietre, il croccante tappeto di foglie e di rametti (sembra di camminare sui biscotti [cit.]) — riesco a sentire la eco dei miei pensieri che fanno la spola con quello immagino sia stato passare, su quegli stessi sentieri, negli anni della guerra.

Ogni roccia un potenziale nascondiglio per un soldato con un fucile pronto a spararti. Ogni passo, di giorno e di notte, un possibile tranello, del nemico come della montagna stessa.
Per noi, a differenza dei giovani che a migliaia sono morti lì, alla fine del percorso c’è un prato, un bellissimo prato verde, una birra, qualcosa da mangiare, un po’ di storie da raccontare.

Prati Oitzinger (foto: Simone Sbarbati)

Prati Oitzinger
(foto: Simone Sbarbati)

“Con la casa sulle spalle”, di Carlo Vidoni per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Con la casa sulle spalle”, di Carlo Vidoni per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

“Porzione di”, di Anna Pontel per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati; modello d'eccezione: Rocco Rossitto)

“Porzione di”, di Anna Pontel per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati; modello d’eccezione: Rocco Rossitto)

“Untitled”, di Elena Grimaz per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Untitled”, di Elena Grimaz per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

“Albero”, di Andrej Koruza per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Albero”, di Andrej Koruza per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

“L'Attualità”, di Mohamed Chabarik per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“L’Attualità”, di Mohamed Chabarik per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

“Codice Bianco”, di Osvaldo Giuliani per Altrememorie (foto: Simone Sbarbati)

“Codice Bianco”, di Osvaldo Giuliani per Altrememorie
(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)

(foto: Simone Sbarbati)