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Il cinema di Florestano Vancini nei manifesti dei pittori di cinema, in una mostra a Ferrara

Quando è arrivata la mail, inizialmente ho letto vaccini. Segno dei tempi, ma anche di una sorta di cappa di silenzio e oblio scesa sul regista Florestano Vancini, autore spesso lasciato colpevolmente fuori dai volumi e dalle filmografie di storia del cinema, tanto che un documentario su di lui — girato dal regista Fabio Micolano e uscito nel 2011, tre anni dopo la morte del cineasta — porta l’accusatorio ma preciso titolo di Florestano Vancini: cronaca di un autore che i libri di cinema non hanno sufficientemente apprezzato.

COSA
Vancini Manifesto
L’arte nei manifesti del cinema di Florestano Vancini
QUANDO
Dal 18 settembre 2021
DOVE
Spazio Grisù | via Mario Poledrelli 21, Ferrara

Classe 1926, cresciuto in una modesta famiglia ferrarese, Vancini si innamorò del cinema grazie ai film americani e francesi che vedeva sul grande schermo. Ma a spingerlo definitivamente verso la settima arte fu l’aver avuto modo, quand’era appena adolescente, di guardare Visconti al lavoro sul set, mentre girava, in Romagna, alcune scene del suo capolavoro Ossessione.

Dopo un esordio come critico e in seguito come documentarista, nei primi anni ’50 Vancini ebbe modo di lavorare come aiuto-regista di Mario Soldai e Valerio Zurlini.
Soldati lo chiamò per La donna del fiume soprattutto per la sua grande conoscenza dei migliori luoghi per girare lungo il corso del Po. In quell’occasione Vancini conobbe Pasolini, che dava una mano nella sceneggiatura, ed ebbe modo di collaborare anche con lo scrittore Giorgio Bassani, autore del racconto da cui il ferrarese trasse poi il suo primo lungometraggio. Si intitolava La lunga notte del ’43, uscì nel 1960 e gli valse il premio Opera prima alla XXI Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Da allora in avanti il regista si inserì a pieno titolo tra i nomi del cinema italiano dell’epoca, portando la lezione neorealista nei territori del film di denuncia e di inchiesta: da La banda Casaroli, sull’omonimo gruppo di banditi fondato nel ’50 a Bologna da tre amici, a Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, sulla strage che nel 1860 fu una “macchia” nella grande epopea risorgimentale della spedizione dei Mille; e poi Il delitto Matteotti, del ’73, che ricostruì gli avvenimenti di quell’omicidio-chiave del periodo fascista e le conseguenze che ebbe.

(courtesy: Luca Siano)

Autore anche di lungometraggi di introspezione psicologica ed esistenziale (La calda vita, del 1964, Le stagioni del nostro amore, del 1966, e Violenza al sole, del ’69), Vancini raggiunse però il suo più grande successo di pubblico molti anni dopo e su un altro medium: la tv. Girò infatti La Piovra 2, che ha segnato almeno un paio di generazioni, e la (questa sì dimenticabile) mini-serie Piazza di Spagna con Lorella Cuccarini, Ethan Wayne, Serena Grandi, Lorenzo Flaherty, Andrea Giordana e Fabio Testi.

Tornando al cinema, un’occasione per andare a rispolverare la filmografia dell’autore ferrarese arriva con una mostra dedicata ai manifesti che nel corso della sua carriera hanno accompagnato l’uscita delle sue opere.
Sono locandine — e non solo — disegnate da alcuni tra i più grandi “pittori di cinema” che l’Italia abbia avuto, da Renato Casaro a Sandro Simeoni, da Ermanno Iaia a Ercole Brini e Renato Ferrini.
A curare l’esposizione sarà una nostra vecchia conoscenza: Luca Siano, grande esperto di cartellonistica cinematografica che ho avuto modo di intervistare qualche anno fa, e che gestisce l’Archivio Sandro Simeoni.
«Abbiamo raccolto ed archiviato il maggior numero di locandine, fotobuste, soggettoni e manifesti riguardanti tutta l’opera cinematografica del grande regista estense, compreso un rarissimo bozzetto originale disegnato da Ermanno Iaia per il corredo pubblicitario de La Banda Casaroli del 1962» racconta Siano.

Inserita all’interno del progetto Ferrara La Città del Cinema (a Ferrara, tra l’altro c’è anche una scuola di arte cinematografica intitolata a Vancini), la mostra inaugurerà il 18 settembre presso lo spazio Grisù e sarà un’esposizione permanente.

(courtesy: Luca Siano)
(courtesy: Luca Siano)
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