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Acnephobic: il progetto del designer Federico Simeoni, tra visualizzazione dei dati e “acne positivity”

Chi si occupa di visualizzazione dei dati (la cosiddetta data visualization, abbreviata in dataviz), fa largo uso di simboli. Si tratta di una sintesi, di una semplificazione: una forma di astrazione — a beneficio della comprensibilità — dalla fonte “fisica” dell’informazione.
Quando si è però trovato a voler realizzare un progetto sulla “acne positivity” — recente fenomeno social nato dalla volontà di sdoganare acne, brufoli e quelli che sono solitamente considerati come “inestetismi” della pelle, così da lottare contro la politica della bellezza omologata e contro la pressione sociale e la vergogna che ricadono su chi non vi si sottomette — il giovane designer Federico Simeoni ha pensato bene di non nascondere dietro a numeri e segni semplificati una realtà così complessa, articolata e soprattutto tanto legata al concetto di “mostrare” la realtà.

«Posso sviluppare una pratica che ritorni al substrato umano dei dati senza però perdere i benefici del pensiero sintetico? Può, in sostanza, l’information design esistere ed essere ugualmente utile senza nascondere gli esseri umani dietro ai simboli e ai numeri?» si è chiesto Simeoni, che le nostre lettrici e i nostri lettori forse ricorderanno per il suo bel progetto universitario sulle mappe.
Attualmente di base a Helsinki, dove sta lavorando come assistente di ricerca presso la Aalto University, il designer ha quindi deciso di fare un passo avanti, andando a scavare più in profondità, e uno di lato, per offrire una prospettiva differente.

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)

Ispirato dal lavoro di due grandi professioniste della visualizzazione dei dati — l’italiana Giorgia Lupi, e la statunitense Catherine D’Ignazio — Simeoni ha deciso di realizzare un progetto di “dataviz narrativa” che ha chiamato Acnephobic e ha dedicato proprio all’acne positivity, lavorando da un punto di vista tutt’altro che distaccato.
«Quando il compito progettuale non è commissionato da un cliente, ma autodeterminato, il progettista deve avere una motivazione sufficiente per perseguirlo. Una motivazione potrebbe essere un certo grado di coinvolgimento personale. Ho deciso di realizzare un progetto sull’acne positivity poiché gli inestetismi della pelle sono da molti anni causa di disagio personale. Come designer di informazioni, ho sentito che la visualizzazione di dati su questo tema potesse essere uno strumento utile per affrontare la politica normativa della vergogna intorno a questo argomento» spiega Simeoni nel breve saggio che descrive il progetto, pubblicato (in inglese) su Nightingale, rivista della Data Visualization Society, dove il designer cita anche la tesi di laurea di Jessica Cwynar-Horta Documenting Femininity: Body Positivity and Female Empowerment on Instagram dicendo che «la skin positivity, così come la più specifica e più popolare acne positivity, lotta contro l’univoco canone patriarcale occidentale della bellezza che soggioga il corpo femminile. Infatti, utilizzando la terminologia femminista, lo sguardo maschile opera una forma di controllo che costringe chi non assomiglia al canone a vivere in uno stato di ansia e di inferiorità. In altre parole, c’è una pressione sociale che si manifesta con la depilazione, i cosmetici, la chirurgia plastica, la cultura del fitness, lo sbiancamento della pelle, i disturbi alimentari e la disforia corporea: il capitalismo ha l’arte di trasformare le insicurezze femminili in profitto».

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)

Il campo di battaglia di questa guerra al canone patriarcale e all’omologazione non sono le piazze ma, appunto, i social media come Instagram e TikTok, ed è proprio da lì che Simeoni è partito, inizialmente considerando l’idea di svolgere un’indagine quantitativa sul fenomeno, scontrandosi però con l’impossibilità di acquisire grandi quantità di dati dalle piattaforme.
Da qui l’intenzione di passare a una ricerca su piccola scala, “manuale”, che si è poi sviluppata nella selezione dei primi 51 video che apparivano su TikTok sotto l’hashtag #acnepositivity e arrivando dunque a realizzare una storia basata sui dati. Storia il cui scopo, afferma il giovane designer «è fornire visibilità alle attiviste e agli attivisti acne-positive, non attraverso una panoramica completa e distaccata dell’argomento, ma attraverso un diverso tipo di verità, uno che viene dalla mia esperienza personale».

Quando è passato a lavorare all’aspetto grafico, Simeoni si è basato su un principio, quello del «prima le persone, poi i dati», cercando di non sacrificare “l’umanità” ma neppure di buttar via completamente le enormi potenzialità che il ridurre e semplificare le informazioni complesse apportano alla comprensione di tali informazioni.
«Ho disposto i singoli ritratti in una griglia, consentendo la massima visibilità possibile per ciascuno» spiega il designer. «Passare il mouse su ogni volto consente di vedere le informazioni estratte da ciascun video TikTok. In secondo luogo, ho preservato i vantaggi del design dell’informazione tradizionale, utilizzando una barra laterale con istogrammi che permettono di visualizzare tutti i dati contenuti “dentro e dietro” la griglia. Ho usato cerchi colorati sui volti per collegare le informazioni di ogni ritratto ai dati. La panoramica non elimina il singolo, e il singolo non impedisce la visualizzazione di insieme».

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)

Per i colori, Simeoni ha deciso di andare contro agli stereotipi (femminile = rosa; Africa = nero), una scelta che «rende più lenta la comprensione dell’infografica» ma che «sfida la cultura visiva di lettori e lettrici, che possono rendersi conto di essere circondate da rigide regole implicite che raramente vengono infrante».

Avendo a che fare con una piccola quantità di dati, ha deciso di seguire l’approccio suggerito dalla già citata Catherine D’Ignazio e dalla ricercatrice e docente Lauren Klein nel loro saggio Data Feminism, tra cui l’idea di non pensare in termini binari, di abbracciare il pluralismo e di considerare il contesto.
«Ad esempio, non è matematico determinare se una persona ha la pelle chiara, media o scura, soprattutto basando l’osservazione su un video TikTok che probabilmente è stato sottoposto ad alcuni filtri. Anche se, allo stesso tempo, è indubbiamente chiaro che i post che ho esaminato ritraevano la maggioranza assoluta di volti bianchi. In secondo luogo, sul messaggio di ogni video si può dibattere quale sia l’intento: una critica contro l’ideologia tradizionale della bellezza, un incoraggiamento compassionevole dell’umore, un tutorial sul trucco o una combinazione di tutti. In terzo luogo, ho dovuto fare un’ipotesi sul sesso quando questo non era specificato nella biografia, basandomi sull’aspetto stereotipato di uomini e donne».

Riguardo alla maggior presenza di volti bianchi, Simeoni scrive che «l’acne è senza dubbio più visibile sulla pelle chiara, ma questa non è una spiegazione per l’assoluta minoranza di attivisti dalla pelle scura. Si possono fare molte ipotesi: è perché il canone occidentale di bellezza ha sempre escluso il corpo nero? Ma com’è essere una persona di colore con l’acne? Oppure, cambiando prospettiva, forse l’algoritmo di TikTok è distorto. Forse è più facile essere un attivista bianco sui social media piuttosto che un attivista nero».

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)

Per svolgere la sua ricerca, il designer ha avviato un “dialogo tra pari” accogliendo nel suo processo di lavoro la metodologia suggerita scrittrice e docente Zoë Sadokierski nel suo utilissimo strumento di lavoro Critical Journal / Contextual Porfolio: A framework for documenting and disseminating Research Through Design as a scholarly activity. Ha quindi creato un “Critical Journal”, cioè un registro dell’esperimento, da sottoporre a colleghi e colleghe e ai docenti e alle docenti della Aalto University, che hanno evidenziato la problematicità della categorizzazione per sesso e genere.
«Rispetto al sesso» afferma Simeoni, «il genere è un dato più rilevante all’interno di questo discorso, ma solo una minoranza delle attiviste e degli attivisti che ho vagliato ha dichiarato il proprio. La soluzione più ovvia a questo problema era quindi assumere il sesso. Poiché Acnephobic non si occupa di numeri ma di persone, ho affrontato questa sfida chiedendo agli attivisti direttamente tramite la chat di Instagram. Ho scelto di visualizzare i pronomi piuttosto che il genere perché quest’ultimo può essere una domanda privata e difficile. Tuttavia, non da tutte e tutti ho ricevuto risposta. I dati che ho raccolto erano di conseguenza imperfetti. La teoria umanistica dei dati prescrive di dare valore all’imperfezione poiché è un’opportunità per il lettore e la lettrice di trovare informazioni nei metadati. Dichiarare il genere assunto, infatti, mette in luce sia il processo di raccolta che l’operazione mentale che inconsciamente intraprendiamo».

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)

Il progetto in sé, quindi, oltre a essere un’occasione per conoscere un tema che per alcune persone può essere molto lontano o addirittura sconosciuto, è diventato per Simeoni un banco di prova per testare le metodologie di progettazione.
Non solo: «Acnephobic» sostiene il designer «si è evoluto in un’opportunità per approcci giornalistici visivi alternativi, che possono offrire “insight” non solo attraverso indagini sulle grandi masse di dati ma anche attraverso storie personali soggettive, contemplando un diverso tipo di verità».

A chi volesse andare ad approfondire tutta la teoria e il lungo percorso progettuale, consiglio il già citato saggio online pubblicato da Nightingale.

Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
Federico Simeoni, “Acnephobic”
(courtesy: Federico Simeoni)
co-fondatore e direttore
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