L’Architangram di Federico Babina

Prima o poi, solitamente in tenera età, qualcuno ti regala un tangram, il classico gioco di origine cinese che si presenta come un quadrato, il più delle volte realizzato in legno e composto a sua volta di sette tessere chiamate tan: cinque triangoli, un quadrato e un parallelogrammo.
«Che me ne faccio?» è probabilmente la prima domanda che si affaccia alla mente di chi non l’ha mai visto prima, trovando la risposta nel libriccino di istruzioni o nell’illustrazione della confezione, dove si vedono alcune tra le tantissime figure che si possono ottenere combinando le forme: gatti, casette, cammelli, uccelli, pesci, canguri, persone, barchette, ecc. ecc.

Nella maggior parte di casi si tratta di un gioco che, dopo qualche tempo, viene riposto a prender polvere su uno scaffale, e questo perché chi te lo regala quasi mai si sforza di ammantarlo dell’aura leggendaria che ne accompagna le origini.
A me, ad esempio, nessuno aveva finora detto che i cinesi lo chiamano con nomi affascinanti come “la tavoletta della saggezza”, “le sette pietre di saggezza” o “la tavoletta delle sette astuzie”, né mi fu raccontata la storia del monaco o del saggio.
Ne esistono diverse versioni: una parla di un monaco che donò a un suo discepolo una tavoletta di ceramica, delle scarpe e un pennello, ordinandogli di incamminarsi per il mondo e dipingere tutte le meraviglie che avrebbe incontrato su quella tavoletta. Mentre si chiedeva come riuscire a far star tutto lì sopra, al giovane la tavoletta cadde dalle mani e si ruppe in sette pezzi. In quel momento si rese conto che, combinandoli, poteva rappresentare tutte le bellezze del mondo senza muoversi di lì, e che il vero invito del maestro era quello di prestare attenzione e comprendere le cose per come sono.
Un’altra ha sempre come protagonista un ragazzo, che stavolta si reca in un monastero cinese per imparare il buddhismo. Il maestro gli dà un quadrato di ceramica ma al giovane cade, spaccandosi in sette frammenti dalle forme regolari. Quando va da lui piangendo per la disgrazia, quello gli spiega che quando riuscirà a ricomporre il quadrato di partenza otterrà la saggezza che stava cercando.
Un’altra ancora, invece, inizia con un vecchio saggio che deve fare un lungo viaggio per recarsi dal re, che ha bisogno di prezioso vetro per una delle finestre del suo palazzo. Avvolto il vetro in un pezzo di tela e di seta, il saggio attraversa fiumi e pianure, deserti e montagne ma, quando sta finalmente per arrivare, il vetro gli cade. Quando il re lo accoglie, il vecchio apre l’involto e scopre che il prezioso vetro si è spezzato in sette forme geometriche. Il saggio allora le usa per raccontare al re il suo lungo viaggio, disegnando coi pezzi di vetro tutte le meraviglie e i pericoli che ha incontrato. Ammirato, il re lo perdona e dai suoi artigiani fa costruire quelle stesse esatte geometrie in legno.

A chi non verrebbe voglia di andar a recuperare il suo vecchio tangram, dopo queste storie? Per non parlare dei paradossi del tangram!

(fonte: federicobabina.com)
(fonte: federicobabina.com)

Il grafico, illustratore e architetto Federico Babina — italiano ma di base a Barcellona, in Spagna, fin dal 2007 — ha fatto di più, ne ha inventato uno. Solo che il suo non ha sette pezzi ma alcuni in più, quanti bastano a ricreare alcuni celebri edifici progettati da architetti e architette come Le Corbusier e Zaha Hadid, Carlo Scarpa e Lina Bo Bardi.
Di volta in volta, utilizzando i pieni e i vuoti di alcune delle tessere, Babina ha composto le strutture per la sua nuova serie Architangram, dedicata a 37 grandi nomi dell’architettura.

Nel video — accompagnato da un tema musicale di Elisabet Raspall — si vedono anche tutti i pezzi utilizzati.

(fonte: federicobabina.com)
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