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Preservare vecchi caratteri mobili ebraici

Tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX, col diffondersi di sentimenti antisemiti in tutta Europa, milioni di ebrei emigrarono negli Stati Uniti, andando a costituire quella che è oggi la seconda più grande comunità ebraica del mondo, seconda solo a Israele.
Per dare un’idea del fenomeno migratorio, basti pensare che prima del 1880 erano meno di 300.000 quelli che già abitavano nel paese, mentre tra il 1880 e il 1924 ne arrivarono oltre 2 milioni.

In quel periodo, nelle principali città americane, cominciarono a fiorire anche giornali e riviste ebraiche. Nella sola New York, negli anni della prima guerra mondiale, venivano vendute quotidianamente più di mezzo milione di copie di quotidiani Yiddish.
Per stampare i giornali, ovviamente, si usavano i caratteri mobili (la stampa offset iniziò a diffondersi soprattutto a metà ‘900, e nel 1977, negli USA, erano ancora 500 i giornali prodotti in letterpress) e quindi c’è ancora in giro un ricco apparato di blocchi in legno con l’alfabeto ebraico.

Nel 2014 la Cary Graphics Arts Collection — una tra le più grandi biblioteche dedicate alla storia della comunicazione grafica, parte del Rochester Institute of Technology, università di base Henrietta, nello stato di New York — ne ha acquisita una bella collezione, della quale fanno parte rari tipi in legno un tempo utilizzati proprio per i quotidiani in lingua ebraica.

Dopo un lungo e intenso lavoro di restauro, dallo scorso dicembre la biblioteca ha avviato un progetto di catalogazione e digitalizzazione dei caratteri. Una squadra capeggiata da Amelia Hugill-Fontanel, curatrice associata della Cary Graphics Arts Collection e stampatrice, e da Shani Avni, esperta di design ebraico, stamperà i tipi in legno, creando degli specimen che verranno poi convertiti in digitale e messi gratuitamente a disposizione di tuttз nel grande archivio online della biblioteca. In seguito verranno anche realizzate delle monografie su tutti i set di caratteri.

L’iniziativa è stata anche raccontata da un breve documentario, visibile qui sopra.

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