Napoli Super Modern: un reportage di architettura

Il 26 aprile del 1900, Adolf Loos scrisse una breve storiella. Raccontava di un abbiente signore che andò da un architetto e gli chiese di trasformare la sua abitazione in una “opera d’arte”. L’architetto progettò tutto: pareti, stoffe, mobili, persino i posacenere. Ogni cosa era disegnata nei minimi particolari. Il cliente ne fu felice e chiese all’architetto di continuare a seguirlo in modo che la perfezione del suo progetto non venisse intaccata nel tempo. Con l’andare degli anni si accorse però che la sua vita era ormai in funzione di quel progetto e che l’architetto si era trasformato in un despota: non gli era permesso di indossare le ciabatte più comode perché “poco in linea con i pavimenti”, non gli era concesso di ricevere regali dai suoi nipotini perché non erano coordinati con il disegno complessivo. L’opera che avrebbe dovuto portarlo all’emancipazione e alla felicità divenne una prigione. Il messaggio di Loos è chiaro, intravvedeva e segnalava quelli che sarebbero stati i limiti del progetto del movimento moderno: la difficoltà ad immaginare le eccezioni, il progettare pensando ad una dimensione idealizzata dell’esistenza, teorica, senza prevedere le inevitabili irregolarità della vita reale.

Palazzo della Morte / Case popolari al rione Cesare Battisti. Foto: Cyrille Weiner.
(Courtesy: Quodlibet).

Napoli è una città che da sempre ha fatto delle sue contraddizioni, delle continue rotture dalla consuetudine, il suoi punti di forza. Questa filosofia esistenziale l’ha portata a definire linguaggi altri, diversi, rispetto a realtà architettoniche ed urbanistiche a lei anche vicine. Una certa predisposizione all’anarchia, le sue infinite eccezioni, hanno messo in crisi una ipotetica teoria del progetto lineare, dando a questa città caratteristiche che anticipano molte delle tematiche sulle quali l’architettura contemporanea sta dibattendo. Un esempio tra i tanti che si possono fare è l’importanza che da sempre l’architettura napoletana ha dato al contesto: non è possibile capire i progetti di questa città se non si parte dai quartieri dove sono inseriti. L’importanza del contesto è uno dei temi che Napoli anticipa rispetto al dibattito contemporaneo, non tanto perché frutto di un pensiero critico, teorico (come spesso avveniva con gli architetti del Novecento) ma perché la genetica di questa città non ha potuto lasciare indifferenti gli architetti che l’hanno progettata. Insomma Napoli anticipa alcuni dei temi cardine dell’architettura contemporanea, attuando però processi soprattutto empatici ed emotivi ancora prima che intellettuali.

Edificio per abitazioni della Riviera di Chiaia / Palazzo dell’Istituto Nazionale Assicurazioni. Foto: Cyrille Weiner.
(Courtesy: Quodlibet).

Lo studio LAN (Local Architecture Network) fondato da Benoit Jallon e Umberto Napolitano, ha deciso di usare come oggetto di studio le architetture di Napoli che vanno dal 1930 al 1960, non solo per capire questa città, ma soprattutto per tentare di dimostrare come essa sia stata avanguardia nel proporre questioni oggi centrali nel dibattito sul progetto.

Stazione Marittima. Foto: Cyrille Weiner.
(Courtesy: Quodlibet).

LAN è uno studio di architettura nato a Parigi, ha creato al suo interno un gruppo di ricerca con la convinzione che l’architettura sia il risultato dell’incontro di diverse discipline: vi collaborano ricercatori, architetti, traduttori, grafici, artisti ma anche figure esterne come filosofi, sociologi, politologi, geografi e biologi. Il lavoro di studio e ricerca fatto sulla città partenopea è diventato un libro, Napoli Super Modern, casa editrice Quodlibet. Questa pubblicazione mostra un importante lavoro fotografico realizzato da Cyrille Weiner in cui la città è raccontata così com’è, evitando l’effetto immagine patinata, senza paura di mostrarne gli elementi apparentemente meno apprezzabili: più un reportage di architettura che le classiche foto post-prodotte viste nelle riviste.

“Napoli Super Modern”, a cura di LAN. Local Architecture Network (Benoit Jallon e Umberto Napolitano). Fotografie di Cyrille Weiner, Quodlibet, 2020.
(Courtesy: Quodlibet).

Nel libro viene mostrata una rigorosa analisi architettonica degli edifici attraverso disegni e piante. Diversi teorici e storici dell’architettura hanno collaborato al progetto attraverso saggi e riflessioni critiche sull’argomento: troviamo scritti di Umberto Napolitano (LAN), Andrea Maglio, Gianluigi Freda, e il critico dell’architettura Manuel Orazi che ha concluso con una riflessione sul singolare rapporto che Napoli ha sempre avuto con la morte, e quindi con la vita.

“Napoli Super Modern”, a cura di LAN. Local Architecture Network (Benoit Jallon e Umberto Napolitano). Fotografie di Cyrille Weiner, Quodlibet, 2020.
(Courtesy: Quodlibet).

Napoli sembra poterci insegnare come il progetto non sia solo un fatto teorico, mentale, ma abbia bisogno di rapportarsi con le mille sfaccettature e contraddizioni del quotidiano. Abbiamo per lungo tempo pensato che progettare fosse soprattutto un processo razionale, trascurando spesso l’empatia con i luoghi e le persone. Ma Napoli sembra dirci che non esistono solo i libri o le lezioni accademiche: forse per progettare bene c’è anche bisogno di andare a prendersi un buon caffè al bar.

“Napoli Super Modern”, a cura di LAN. Local Architecture Network (Benoit Jallon e Umberto Napolitano). Fotografie di Cyrille Weiner, Quodlibet, 2020.
(Courtesy: Quodlibet).
“Napoli Super Modern”, a cura di LAN. Local Architecture Network (Benoit Jallon e Umberto Napolitano). Fotografie di Cyrille Weiner, Quodlibet, 2020.
(Courtesy: Quodlibet).
“Napoli Super Modern”, a cura di LAN. Local Architecture Network (Benoit Jallon e Umberto Napolitano). Fotografie di Cyrille Weiner, Quodlibet, 2020.
(Courtesy: Quodlibet).
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